Il peccato, la recensione: più tormento che estasi nel Michelangelo di Konchalovsky

La recensione de Il peccato - Il furore di Michelangelo, il film di Andrei Konchalovsky sul grande artista, ingabbiato nelle lotte di potere dell'Italia del Cinquecento.

RECENSIONE di 28/11/2019
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Il peccato - Il furore di Michelangelo: Alberto Testone in un momento del film

Nel redigere questa recensione de Il peccato - Il furore di Michelangelo, ultima fatica di uno dei maestri del cinema russo, Andrei Konchalovsky, non si può non tener conto innanzitutto dell'ambizione vertiginosa alla base di un progetto del genere: non soltanto delineare in un racconto filmico di poco più di due ore una delle personalità più complesse e sfuggenti dell'arte rinascimentale, Michelangelo Buonarroti, ma anche restituire il contesto storico-culturale dell'Italia del sedicesimo secolo, dilaniata da incessanti lotte di potere fra le principali dinastie nobiliari e dall'avidità delle grandi monarchie straniere.

Un'impresa senz'altro non semplice ma che al punto d'arrivo, dopo due anni fra riprese e post-produzione e non pochi problemi in sede di montaggio (la versione definitiva, proiettata in chiusura della Festa del Cinema di Roma 2019, si attesta sui centotrenta minuti), risulta gravata da difetti di vario tipo: tanto che la densità di suggestioni, a partire dal tormento spirituale a cui il film allude fin dal titolo, si scontra inesorabilmente con una narrazione farraginosa e slabbrata e con carenze che non ci si aspetterebbe di trovare nell'opera di un cineasta di tale esperienza.

Michelangelo fra l'arte e il potere

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Il peccato - Il furore di Michelangelo: una scena del film con Alberto Testone

Ad aprire Il peccato - Il furore di Michelangelo, nell'idilliaca cornice delle colline toscane, è l'invettiva di Michelangelo nei confronti di Firenze, sulla scia di quel Dante Alighieri da lui venerato fino ad eleggerlo a proprio modello di riferimento; subito dopo, l'uomo verrà richiamato a Roma per completare il soffitto della Cappella Sistina. L'anno è il 1512, la presentazione del Giudizio universale sancisce un nuovo, pubblico trionfo per Michelangelo, ma nel febbraio del 1513 il suo committente, Papa Giulio II, passa a miglior vita. Michelangelo si è impegnato con la famiglia della Rovere a realizzare il monumento funebre per il defunto Pontefice, ma nel frattempo sul trono di Pietro si insedia Leone X, appartenente alla potente dinastia medicea.

È appunto il conflitto fra i della Rovere e i Medici a costituire lo sfondo del film di Andrei Konchalovsky, nonché a sintetizzare uno dei temi al cuore della pellicola: la stretta connessione fra l'arte e il potere, un aspetto alla radice stessa del Rinascimento, che vedrà il Michelangelo interpretato da Alberto Testone destreggiarsi con spregiudicato opportunismo fra l'una e l'altra delle due fazioni, mentre è impegnato a combattere con le proprie ossessioni interiori. Ma è proprio la dimensione storica uno dei talloni d'Achille de Il peccato, tra fastidiosi passaggi didascalici e almeno una digressione - la pessima parentesi della conquista di Urbino - slegata dal resto del racconto e paurosamente simile all'appendice di una brutta fiction TV.

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La carne e la grazia

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Il peccato - Il furore di Michelangelo: un momento del film

Non sono però le uniche 'cadute' di un film spesso traballante o poco credibile: per la mediocre direzione degli attori, divisa fra intenti di naturalismo e momenti sopra le righe o decisamente bislacchi, come le strampalate liti tra i familiari dello scultore, l'iracondo domenicano che pare una goffa parodia di Savonarola e un Raffaello ridotto a pura macchietta; e per l'evidente difficoltà a coniugare le esigenze da "prodotto popolare" (Konchalovsky è stato co-finanziato dalla Rai) con i lati più intimi, e anche più interessanti, del ritratto di Michelangelo tracciato dal regista di Siberiade - L'inizio del secolo e A trenta secondi dalla fine. Quei lati che emergono con maggior forza negli squarci onirici, non a caso fra le poche pagine davvero riuscite di un film nel complesso ben poco convincente.

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Il peccato - Il furore di Michelangelo: Alberto Testone in una scena

E così, quando di notte Michelangelo viene inseguito da famelici cani randagi in cui pensa di intravedere la sagoma del diavolo, ecco materializzarsi per un attimo quegli spettri medievali che ancora scuotono la sua coscienza di uomo del Rinascimento. Mentre l'apparizione di Dante Alighieri fra le rocce, guida silenziosa a cui si aggrappa nel tentativo di sottrarsi alla propria "selva oscura", è un suggello perfetto della dicotomia insita nell'arte di Michelangelo: quella tra la furiosa visceralità delle sue creazioni, con la loro natura insopprimibile di carne e forma intente a ribellarsi alla materia (come gli splendidi marmi bianchi di Carrara), e il suo impossibile anelito alla pura spiritualità, la tensione verso una grazia che sembra essergli negata più e più volte, spingendolo fin sul baratro della follia.

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Conclusioni

Sono le contraddizioni che hanno segnato il valore del genio di Michelangelo, la modernità incommensurabile della sua arte e di quello straziante “non finito”: tematiche che Andrei Konchalovsky tocca a più riprese, senza però conferire la doverosa profondità a uno sguardo che si smarrisce fra inutili divagazioni. Nella nostra recensione de Il peccato è dunque impossibile celare il rimpianto per un progetto che fatica a mettere a frutto un potenziale così enorme: il Michelangelo di Konchalovsky è una figura affascinante ma a tratti fuori fuoco, ingabbiata in un film in cui a prevalere è il senso di delusione.

Movieplayer.it

2.0/5

Voto medio

3.3/5

Perché ci piace

  • Gli innumerevoli spunti riconducibili alla complessità e alla tensione insite nell’arte michelangiolesca.
  • I momenti surreali e le pennellate grottesche che permettono al film di sottrarsi alla sua impostazione accademica.

Cosa non va

  • Le prolissità e i passaggi narrativamente deboli di un’opera con evidenti problemi di montaggio.
  • L’irritante didascalismo della cornice storica e il carattere decisamente forzato di alcuni elementi della ricostruzione d’epoca.
  • Una recitazione spesso non adeguata, penalizzata inoltre dalla scrittura approssimativa di alcuni personaggi.