Il bene mio

2018, Drammatico

Recensione Il bene mio: il coraggio di restare

La recensione de Il bene mio: nostalgico e radicato a un forte senso di appartenenza, il film di Pippo Mezzapesa è un racconto intimo sull'elaborazione del lutto.

Il Bene Mio Dino Abbrescia Sergio Rubini

Le giornate vanno avanti, Elia no. Gli altri guardano oltre, Elia no. Elia se ne sta fermo, immobile, ancorato alla suo borgo distrutto, ormai abitato solo da vento e macerie. Al centro de Il bene mio di Pippo Mezzapesa c'è un posto dimenticato da alcuni e rimosso da altri, al quale questo vagabondo si aggrappa con le unghie sporche di terra. Sì, perché Elia è capace di aggrapparsi pure al vento. L'ultimo abitante di Provvidenza, paese distrutto da un terremoto, vorrebbe acchiappare ogni singola maceria, conservare i fantasmi, abbracciare i ricordi.

Elia non accetta la fine delle cose e così decide di trovare briciole di vita nel vuoto. La sua routine solitaria è fatta delle solite cose, un ripetersi infinito di laboriosa commemorazione. Un caffè, la solita passeggiata e l'immancabile carrello da riempire di scarti, oggetti abbandonati, dimenticati dalla fuga degli abitanti di Provvidenza, adesso protetti nel paese nuovo, a debita distanza dalla Provvidenza diroccata e ferita. A metà strada tra un ostinato netturbino della memoria e un coraggioso acchiappafantasmi nostalgico, Elia viene smosso da uno scossone.

52E1B 01

Non si tratta del sindaco di Provvidenza che lo invita (o meglio, lo obbliga) a sloggiare e nemmeno dei suoi più cari amici che lo spronano a immaginare finalmente un futuro oltre quelle rovine. C'è una presenza che si aggira lungo le viuzze del paese fatiscente. Uno spettro o forse il ricordo tartassante di una moglie partita ma mai andata via.

La terra sussurra

Rubiniilbenemio

C'è un indizio sulle pareti scrostate della casa di Elia. Non un gioco cinefilo fine a se stesso, ma una dichiarazione di intenti: la locandina di Balla coi lupi, il film preferito della moglie di Elia, geloso del suo amore per il bel Kevin Costner. Del mitico film del 1991 Pippo Mezzapesa riprende le atmosfere ventose, i panorami assolati, gli scorci dove la contemplazione della natura trova grande respiro. La nuova opera del regista pugliese fa del luogo un protagonista assoluto, delle radici e del senso di appartenenza una morale suprema, proprio come il più classico dei western. E infatti non mancano i duelli. Il faccia a faccia è tra un uomo e il suo paese, una persona e i ricordi da cui è accarezzato e afflitto. Succede perché Mezzapesa è abile nel dare vita persino a un posto morto. La sua Provvidenza respira, piange, sanguina ancora. Elia è il suo medico affidabile e amorevole, sempre pronto a lenire ogni sua ferita. Il bene mio è la storia di un doloroso rapporto d'amore tra una paese infelice e il suo abitante ancorato ad un passato troppo pieno d'amore per essere messo da parte. Per questo quell'aggettivo possessivo così ben in evidenza nel titolo de Il bene mio rappresenta alla perfezione il cuore pulsante di un film sincero e toccante.

Abbracciare il dolore: la performance di Sergio Rubini

Il Bene Mio Rubini

In un Sud svuotato di talento e futuro il personaggio ostinato di Elia si sovraccarica di un messaggio altro, di un significato sociale, politico, persino etico. Grazie a una prova d'attore misurata e sopraffina, Sergio Rubini dà anima e corpo a un uomo dolente, che fa della memoria un viatico per restare più umano. Il suo Elia non fugge dalla prospettiva del dolore, ma lo abbraccia con estrema consapevolezza pur di ritrovare una forza autentica per costruire un futuro nuovo. Il tocco delicato e mai ricattatorio di Pippo Mezzapesa riesce a creare una storia statica che, senza che il pubblico se ne accorga, fa passi da gigante nell'anima del suo protagonista. Perché la vita è più forte del lutto, della nostalgia e del passato. La vita trova il modo, ti scuote, va avanti. Per capirlo non bisogna voltare le spalle ai propri demoni e far finta di dimenticare. Una morale che Il bene mio fa rimanere bloccata in gola allo spettatore come un urlo strozzato. Tra riferimenti a Verga e temi cari Pavese, il film di Mezzapesa ha la pazienza di un bel romanzo. Sfogliandolo si ritrova il cinema italiano più viscerale e attuale. Quello che insegna che, a volte, rimanere è come andarsene due volte. A volte bisogna avere semplicemente il coraggio di restare.

Recensione Il bene mio: il coraggio di restare
Giuseppe Grossi
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
Cinecittà World

Mostra i vecchi commenti

Sermonti e Rubini su Terapia di coppia per amanti: “L'amore a volte si ciba di masochismo"
Sergio Rubini ricorda La passione di Cristo: "Fu una esperienza terribile"