Hokum: perché Damian McCarthy è uno dei nuovi maestri dell’horror

Al suo terzo lungometraggio, Damian McCarthy conferma il proprio talento nel campo dell'horror soprannaturale: ripercorriamo la filmografia del regista irlandese da Caveat e Oddity fino al recente Hokum.

Hokum: un'immagine di Adam Scott

Una casa diroccata su un'isoletta in mezzo a un lago; un'ampia dimora immersa nella campagna; un solitario albergo in procinto di essere abbandonato al termine della stagione turistica. Sono tre edifici simili, ciascuno a proprio modo 'stregato', a fungere da ambientazione dei tre lungometraggi diretti dal 2020 a oggi dal regista e sceneggiatore irlandese Damian McCarthy: il più evidente tratto distintivo della vena creativa di un autore che, in breve tempo, si è già imposto fra le nuove voci più interessanti del cinema horror contemporaneo. La conferma, nonché il film della sua consacrazione internazionale, è costituita dal recentissimo Hokum, che dopo aver registrato due milioni di spettatori in tutto il mondo ha segnato anche l'esordio di McCarthy nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

Damian McCarthy e l'esordio con Caveat

Damian Mccarthy
Una foto del regista Damian McCarthy

È il Bilberry Woods Hotel, in questo caso, il suggestivo scenario di un cupo racconto di misteri e di spettri: ci troviamo ancora una volta nell'Irlanda rurale, un leitmotiv nella filmografia del regista, e ancora una volta ingabbiati nelle spire labirintiche di un luogo circoscritto in cui si addensano pericoli di varia natura. Si tratta ovviamente di un tópos consolidato del genere horror, con un ineluttabile modello di riferimento nell'Overlook Hotel di Shining, ma declinato da Damian McCarthy in funzione di uno sviluppo drammatico che presenta numerosi tratti in comune con i suoi due lavori precedenti, Caveat e Oddity: due titoli entrambi inediti in Italia, ma meritevoli di essere riscoperti e in grado di comporre, assieme a Hokum, un'ideale trilogia sul piano narrativo e tematico.

Caveat
Caveat: un'immagine del film

Nato nel 1981 nella Contea di Cork, nell'Irlanda meridionale, Damian McCarthy ha dovuto attendere la soglia dei quarant'anni per raccogliere i finanziamenti (duecentocinquantamila sterline) necessari per il suo primo lungometraggio, Caveat, diffuso fra il 2020 e il 2021 tra festival di settore e video on demand. L'ammonimento di origine latina del titolo allude alla difficile situazione del protagonista Isaac (Johnny French), ingaggiato per assistere Olga (Leila Sykes), una ragazza catatonica e mentalmente disturbata che vive reclusa nella casa di famiglia, circondata da un lago. Ma Olga è terrorizzata dai contatti con gli sconosciuti e, per garantirle una distanza di sicurezza da Isaac, quest'ultimo viene costretto a indossare una catena; nel frattempo, l'uomo comincia un'esplorazione dei terribili segreti nascosti nell'edificio.

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Da Oddity a Hokum, fra misteri da svelare e ombre del passato

Oddity
Oddity: un'immagine di Carolyn Bracken

Una casa isolata fa da teatro pure del secondo cimento di McCarthy, Oddity, realizzato nel 2024: è al suo interno che nell'angoscioso prologo del film, con una delle sequenze più elettrizzanti dell'horror contemporaneo, una notte viene uccisa Dani Odello (Carolyn Bracken), moglie del dottor Ted Timmis (Gwilym Lee), direttore di un istituto psichiatrico nelle vicinanze. Un anno più tardi Darcy (sempre la Bracken), gemella di Dani, cieca ma dotata di capacità psicometriche, sperimenta una visione degli ultimi istanti di vita di Dani; decide così di recarsi nel luogo in cui si è consumato l'assassinio della sorella, facendosi 'accompagnare' da una sorta di golem di legno dalla spaventosa espressione, ovvero uno dei bizzarri oggetti (oddity, appunto) del suo singolare negozio di antiquariato.

Hokum Scena Film
Hokum: un'immagine di Adam Scott

L'Isaac di Caveat è uno spiantato con problemi di amnesia, e dunque con un background da ricostruire, ma al contempo con un mistero da svelare (che fine ha fatto la madre di Olga?); la Darcy di Oddity si affida alle proprie doti paranormali per far luce sull'atroce delitto della sorella. Ad offrire una sintesi dei due personaggi è il protagonista di Hokum: Ohm Bauman, popolare scrittore statunitense che ha il volto dell'attore Adam Scott, magnifico interprete della serie Scissione. Anche lui, come Isaac, è gravato da un'oscura colpa, ma a differenza di quest'ultimo, Ohm ne è dolorosamente consapevole: tanto che la sua colpa si materializza, già dalla scena d'apertura, nell'indistinta sagoma di uno spettro, presenza soprannaturale che nel cinema di McCarthy assume una forte valenza simbolica.

L'immersione nell'occulto e i luoghi dell'oscurità

Hokum Adam Scott
Hokum: Adam Scott nel ruolo di Ohm Bauman

È una delle ragioni per cui i suoi racconti ci conducono sempre in un territorio liminare fra la vita e la morte, dove i personaggi finiscono per entrare in contatto con i defunti ed immergersi nel loro tormentoso passato. Accade a Darcy, che toccando un occhio di vetro ha delle percezioni sull'omicidio di Dani; accade ad Isaac mediante un altro oggetto dai poteri occulti, un macabro pupazzo a forma di coniglio; e accadrà inevitabilmente al Bauman di Adam Scott, ospite di un albergo in cui il sinistro folklore irlandese - la fiaba nera di una strega annidata nella suite "luna di miele" - si intreccia alla donna-fantasma al seguito dello scrittore e al giallo di una dipendente dell'hotel, Fiona (Florence Ordesh), scomparsa senza lasciare traccia durante la notte di Halloween.

Oddity Golem
Oddity: un'immagine del golem

In tale ottica, con indagini che si svolgono prevalentemente all'interno di un singolo edificio, l'efficacissima gestione degli spazi risulta uno degli elementi di maggior forza di Damian McCarthy e della messa in scena dei suoi film. In ciascuna delle due pellicole precedenti abbiamo una "casa degli orrori" in cui il buio diventa il correlativo oggettivo di colpe in attesa di espiazione e di mostruosità pronte a riaffiorare: il sotterraneo di Caveat è una caverna dell'inconscio in cui si scatena il corto circuito fra passato e presente, fra realtà e incubo; mentre in Oddity la notte è il momento delle rivelazioni, ma anche quello in cui la minaccia prende corpo e la mano dell'assassino può tornare a colpire, fra le stesse pareti in cui una presunta armonia familiare viene frantumata dalla brutalità degli esseri umani.

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Il genere horror come indagine sul male e sulla colpa

Hokum Scott
Hokum: un'immagine di Adam Scott

Perché per quanto la dimensione surreale e fantastica sia una caratteristica preminente dei film di McCarthy (la parola hokum indica del resto qualcosa di assurdo e incredibile), è altresì vero che in essi il male non va ricercato in orrori ancestrali o di matrice leggendaria, ma è inesorabilmente correlato agli aspetti più meschini e malevoli della natura umana. È il motivo per cui il suo cinema è percorso da un anelito di giustizia che si concretizza nella strenua lotta per la verità condotta dai protagonisti. Una quest che, in Hokum, spingerà Ohm Bauman a fare ritorno al Bilberry Woods Hotel per accedere alla "stanza proibita", la suite abbandonata in cui potrebbe trovarsi la chiave dell'enigma della sorte di Fiona, ma che secondo la tradizione locale è infestata dalla strega: un altro esempio di luogo archetipico in cui l'eroe deve inoltrarsi per superare una prova, ma pure per fare i conti con i propri demoni.

Hokum Horror
Hokum: un'immagine del film

Ed è proprio tale conflitto interiore ad accrescere il coinvolgimento per le storie di McCarthy e per i suoi inquieti personaggi, ciascuno a suo modo prigioniero di se stesso e degli spettri del proprio animo. E al di là del superbo esercizio di suspense messo in atto dal regista, che in Hokum tocca probabilmente il proprio apice, è da questo conflitto che deriva il nostro più profondo ed autentico senso di orrore in qualità di spettatori: le immagini sullo schermo di un vecchio televisore, ennesimo oggetto 'maledetto' da cui si evoca l'allucinante spettacolo di un rimorso a dir poco insostenibile. Un rimorso talmente feroce da richiedere a Bauman un'emblematica "discesa nell'abisso", nell'antro della strega: il più classico degli archetipi, certo, ma adoperato con formidabile intelligenza da un cineasta il cui talento è ormai un'assodata certezza.

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