"Tutti si ricordano dove si trovavano il giorno che è iniziato a piovere" dice la voce narrante di The Last House, creando subito un ponte con lo spettatore, un legame emotivo, perché capiamo la sensazione: tutti ricordiamo cosa facevamo l'11 settembre del 2001 o quando è stato annunciato il lockdown sei anni fa. È il primo immediato merito del film Netflix diretto da Louis Leterrier, che introduce uno scenario affascinante e lo fa abitare da un cast messo insieme con criterio e pronto a vivere la tensione insita nella storia. Pronto a conquistare la classifica della piattaforma streaming. Perché è il tipo di storia che funziona su Netflix, al netto dei problemi che evidenzieremo.
All'inizio era la pioggia: la storia di The Last House
Ma a cosa fa riferimento la protagonista di The Last House accennando a questa pioggia e proseguendo contestualizzando sul "giorno in cui abbiamo imparato che non siamo soli"? All'evento scatenante che rinchiude lei, i genitori e il fratello in casa, senza via d'uscita. Porta e finestre sono bloccate, la pioggia cade costante, e la famiglia è costretta a fare i conti con scorte limitate che si riducono sempre più man mano che il tempo passa e l'impossibilità di scambiare più di qualche rapida battuta tramite messaggi scritti con i vicini.
Se inizialmente la difficoltà è la gestione quotidiana, il centellinare le risorse e inventarsi modi per far passare il tempo, andando avanti e con il passare dei giorni che diventano mesi, appare chiaro che la pioggia porta con sé una minaccia più concreta, incombente e pericolosa con cui fare i conti. Ed è ciò che li tiene intrappolati.
Lo spettro dell'isolamento domestico
"Non siamo più noi al timone di questa barca" dice la madre interpretata da una efficace Greta Lee, veicolando il senso di impotenza nei confronti della situazione, l'essere umano che è costretto a mettersi da parte e vedere la natura che si riprende i suoi spazi, al di là delle presenze con cui si trovano dover fare i conti. Leterrier regala alcune sequenze ben orchestrate, nel complesso mette in piedi un meccanismo in divenire per The Last House e costruisce un percorso di tensione che possa funzionare sulla media e lunga distanza, tratteggiando le diverse fasi della situazione che la famiglia si trova a vivere.
Se inizialmente ci intriga con questa reclusione che così tanto ricorda il nostro lockdown, mentre il gruppo impara pian piano a fare i conti con la situazione che gli piove (letteralmente) addosso, l'ingranaggio mostra segni di cedimento quando il contesto casalingo diventa una nuova normalità in cui la famiglia trova le sue dinamiche consolidate. È il momento in cui ci rendiamo conto che le idee sembrano essere troppo poche per supportare il secondo atto del film, laddove la minaccia esterna sarebbe dovuta diventare più presente e incombente.
Un messaggio di speranza, al netto di un finale deludente
Forse perché il focus di The Last House è, e vuole essere, essenzialmente sulla famiglia, sui nuovi equilibri che un gruppo deve trovare in situazioni estreme, affidandosi a un cast che, come dicevamo, è ben costruito: Wagner Moura e Greta Lee nei panni dei genitori funzionano e sono quei volti noti che, pur non essendo star di primissimo piano, sanno aggiungere valore ai progetti di cui fanno parte. Quando The Last House gira a dovere, lo fa soprattutto per le loro prove ci permettono di empatizzare con la loro situazione, che ci fanno sentire parte di questo ristretto nucleo familiare in trappola.
"All'interno le persone trovarono un modo per sopravvivere. All'interno erano libere" si dice in un momento del film di Louis Leterrier, anche qui richiamando sensazioni che abbiamo visto nascere in alcune persone durante il lockdown, che apparivano incapaci di lasciare il proprio rifugio costruito in settimane di isolamento. È un inno alla capacità di adattamento umana che, nel bene e nel male, rappresenta una delle nostre principali forze, ma anche a una pietà per il prossimo che diventa sempre più necessaria oggi. Peccato per uno script che nel complesso avrebbe avuto bisogno di qualche intervento, di qualche rifinitura che permettesse di gestire meglio i tempi narrativi e mettere più a fuoco i temi accennati.
Conclusioni
The Last House è un thriller claustrofobico che sa come toccare le corde giuste, sfruttando la memoria collettiva del lockdown per costruire un'atmosfera d'ansia efficace ed evocativa. Forte delle eccellenti prove di Greta Lee e Wagner Moura, il film di Louis Leterrier offre spunti di riflessione non banali sulla resilienza e sui legami familiari. Un peccato che la sceneggiatura mostri il fiato corto nella seconda metà, scivolando verso un finale sbrigativo che sgonfia parte della tensione accumulata. Un titolo imperfetto ma perfetto per una serata di intrattenimento su Netflix.
Perché ci piace
- Greta Lee e Wagner Moura donano grande intensità emotiva e credibilità alla dinamica familiare.
- L'analogia con il lockdown funziona bene e crea immediata immedesimazione.
- Louis Leterrier gestisce bene gli spazi chiusi e la tensione claustrofobica nella prima parte.
Cosa non va
- La gestione del tempo narrativo nella parte centrale perde di incisività.
- La minaccia esterna rimane troppo sfocata per incidere davvero sul piano sci-fi/thriller.