C'è un paradosso al centro del cinema di Paweł Pawlikowski: più vuole parlare del mondo in cui viviamo, più sente il bisogno di allontanarsene. Lo ha ammesso con semplicità all'incontro con la stampa in occasione della presentazione di Fatherland alla Festa del Cinema di Roma 2026.
"Non so come parlare dell'oggi, non trovo una chiave formale interessante", ha spiegato il regista polacco, che ancora una volta dopo Ida e Cold War sceglie di guardare al Novecento per mettere a fuoco temi che sente vicini anche oggi.
Ma la sua non è una dichiarazione di resa, semmai tutto il contrario. È che non sente il bisogno di raccontare il presente in modo diretto perché è proprio l'oggi a metterlo più in difficoltà: lo percepisce come confuso, dominato dalla tecnologia e da posizioni sempre più rigide, difficile da mettere a fuoco. "Per raccontare il presente forse serve la fantascienza", butta lì con l'ironia che attraversa buona parte dell'incontro.
Paweł Pawlikowski, usare il passato per mettere a fuoco l'oggi
Ma dietro la battuta c'è un disagio molto più profondo: "In questo caos ideologico, dove tutto è mescolato, non riesco a trovare una logica. Vedo soltanto scene surreali e non voglio fare film su queste situazioni". Ed ecco allora che Fatherland assume un significato diverso.
Pawlikowski non torna al 1949 per ricostruire semplicemente una Germania distrutta dalla guerra, né per cercare nel passato una metafora pronta all'uso del nostro tempo. Anzi, mette subito in guardia da letture troppo meccaniche: "Questo film non rispecchia le fratture di oggi".
Ciò che gli interessa è qualcosa di meno evidente, che serpeggia ed è molto più vicino a noi di quanto pensiamo. Thomas Mann arriva in una Germania ormai divisa, portandosi dietro un'idea del mondo che appartiene a un'altra stagione culturale. È un intellettuale cresciuto dentro una tradizione borghese e liberale che pensa ancora di poter attraversare le nuove contrapposizioni senza lasciarsi ingabbiare da esse, quasi cercando uno spazio in cui restare sopra le parti.
Il regista ne parla con una certa tenerezza: "Sperava che, facendo buon viso a cattivo gioco, avrebbe potuto contribuire a unire la Germania. E voleva anche capire come funzionasse quella dell'Est. Dal suo punto di vista era una missione eroica la sua".
Ecco quindi il punto di incontro con il nostro presente. Non perché la Germania del dopoguerra sia la nostra Europa, né perché le fratture di allora coincidano con quelle di oggi, ma perché resta familiare la sensazione di trovarsi davanti a un mondo che chiede continuamente di prendere una posizione radicale, mentre ogni possibilità di restare nel mezzo sembra sempre più difficile.
Pawlikowski definisce quella di Mann una frattura "più sentimentale" che politica. Ed è proprio in questa dimensione più intima che Fatherland trova la sua forza: il film non vuole spiegare la polarizzazione, vuole raccontare cosa significa viverci dentro.
Thomas Mann in Fatherland: l'uomo dietro il grande scrittore
Anche per questo il regista non ha mai pensato a Fatherland come a un biopic tradizionale. Il progetto nasce da Il mago di Colm Tóibín, ma Pawlikowski non sembra particolarmente attratto dall'idea di raccontare una vita dall'inizio alla fine, incastrando eventi, date e passaggi obbligati.
"Mi ricordavo il suicidio di Klaus Mann. È un bellissimo libro quello di Tóibín, ma mi interessava soltanto quel pezzo della biografia, che ho mescolato con altri fatti della famiglia", spiega.
La scelta sposta in questo modo l'attenzione dall'importanza storica di Mann alle sue fragilità. Pawlikowski non lo tratta come un monumento della letteratura europea, e non fa nulla per nascondere un certo rapporto ambivalente con lui: "Mann è stato uno scrittore importante per me" - dice - "ma non così importante. Non è uno di quelli di cui appenderei il ritratto".
È una battuta, ma anche un modo molto chiaro per spiegare cosa lo interessa del personaggio. Non l'autore de La morte a Venezia o La montagna incantata, ma l'uomo che torna in un Paese trasformato e deve capire cosa resta della propria identità. Il regista dice di apprezzarlo più oggi che da giovane e non è un caso: con il tempo è diventato più sensibile ai suoi diversi strati, alle contraddizioni che lo rendono meno limpido e quindi più umano.
Quando la politica semplifica, il cinema dovrebbe complicare
Pawlikowski avrebbe potuto allargare il racconto, ricostruire l'intera genealogia dei Mann e trasformare il film in un grande affresco familiare. Ha scelto l'opposto, invece, e ancora una volta il suo cinema procede per sottrazione: restringe il campo per far emergere meglio ciò che gli interessa.
Sembra poco interessato a un cinema che arrivi con una risposta già pronta, così come diffida delle narrazioni politiche che appiattiscono una realtà complessa rendendola qualcosa di immediatamente leggibile. "L'arte dovrebbe mostrare la dimensione umana della realtà, al contrario della politica, che tende a ridurre tutto a una narrativa semplice", osserva.
Quindi torna al passato, gli restituisce le contraddizioni, le esitazioni, i punti ciechi. Cosa che non riesce a fare con l'attualità, non riesce a trovare una distanza sufficiente da permettere alle immagini di non diventare immediatamente una presa di posizione.
Pawlikowski: "La mia patria oggi è l'Europa, che sembra stia scomparendo"
In Fatherland quella ricerca passa per forza di cose dalla parola che dà il titolo al film: patria. E qui il discorso diventa personale, per il regista che ha lasciato la Polonia quando il Muro divideva ancora l'Europa e conosce bene la sensazione di appartenere a un luogo dal quale ci si è allontanati.
"Il mio dramma è stato lasciare il Paese che mi aveva formato", ricorda, poi aggiunge: "Posso simpatizzare con Thomas Mann, ma capisco bene anche gli altri".
Afferma però che oggi la sua patria è l'Europa, anche se ammette di non riconoscerla più. "Sembra un po' stia scomparendo", dice, ma a questo il regista ha trovato una sua personalissima soluzione: "Facendo film in un certo modo, per due o tre anni mi creo una patria insieme ad alcune persone che mi piacciono molto".
Una patria provvisoria, costruita lavorando, fatta di persone affini e immagini più che di confini: un luogo, ancora una volta, che gli permette di sfuggire a un presente incomprensibile.