Fahrenheit 11/9

2018, Documentario

Recensione Fahrenheit 11/9: Trump come Hitler

La recensione di Fahrenheit 11/9, il documentario più disturbante di Michael Moore presentato alla Festa del Cinema di Roma 2018.

Fahrenheit 11 9 Michael Moore Mark Ruffalo

Lucido, ironico, grottesco, impavido: nella ricostruzione, nello stile asciutto, nel tono aspramente critico e provocatorio, nelle radicali prese di posizione, nell'urgenza che assume ogni suo film. Una firma riconoscibile anche dai meno avvezzi quella di Michael Moore, che ci ha abituato negli anni ai suoi racconti del reale, sarcastiche e accorate fotografie di un'America frastornata, contraddittoria eppure appassionata, ma più in generale del mondo e della necessità di agire.
Precisi atti di accusa, disamine affilate e coerenti dei fatti (seppur da un punto di vista che non ammette contraddittori), che scavano, smontano, assemblano informazioni e inchiodano l'imputato di turno: l'ultimo tassello delle sue continue incursioni nel presente è Fahrenheit 11/9, un titolo che fa tragicamente il paio con il documentario di quattordici anni prima, e che si concentra su un'altra data cruciale nella storia degli USA: il 9 novembre del 2016 che portò all'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, con buona pace di chi, a partire dai media, la considerava fino a poche ore prima un'ipotesi assurda, irrealizzabile o addirittura ridicola.
Prima ancora Moore ci ha regalato documentari che hanno sempre lasciato il segno, come Roger & Me in cui si narrava della crisi della General Motors allo spietato Bowling a Columbine sul massacro della Columbine High School nel 1999, Premio Oscar per il miglior documentario, passando per il j'accuse contro l'amministrazione Bush, Fahrenheit 9/11, che gli valse la Palma d'Oro , fino ai più recenti Capitalism: A Love Story e Where to Invade Next.

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Un ritratto grottesco di Trump

Il documentario si apre il 7 novembre a Filadelfia alla vigilia dei risultati elettorali: la telecamera sguscia via tra la folla divisa tra sostenitori e detrattori di Trump, la vittoria della Clinton è data quasi per certa con un ampio margine di vantaggio.
"Poi successe qualcosa di strano" dice la voce fuori campo di Michael Moore, poco prima che le note di Ridi Pagliaccio accompagnino la scena in cui l'Empire State Building proietta l'immagine del 45° presidente degli Stati Uniti d'America: Donald John Trump.

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"Era solo un sogno?", si chiede ancora il regista che da quella data parte per lanciarsi in un ritratto farsesco di Trump: volgare, misogino, razzista e ignorante, diventato presidente quasi per gioco, per la sua insana e becera avidità, per il desiderio di dimostrare all'emittente televisiva Nbc di valere molto più di Gwen Stefani, all'epoca giudice nel programma The Voice, pagata molto più di lui nel talent show The Apprentice.
Il risultato fu che la Nbc lo licenziò dopo le discutibili dichiarazioni che diedero il via alla sua carriera politica, ma l'America più profonda finì per seguirlo e votarlo.

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Un atto di accusa che non risparmia neanche Obama

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Il tono provocatorio con cui Moore continua a narrare in un lungo flashback le vicende che avrebbero portato all'elezione di Trump, non risparmia nessuno, neanche i democratici a cui ascrive gran parte delle responsabilità: le primarie truccate a favore della Clinton, lo scollamento dal paese reale, la perdita di un'identità per paura di mostrarsi troppo di sinistra e la scelta del compromesso, sintetizzata da quell'unica terribile immagine di Obama che beve un bicchiere dell'acqua avvelenata di Flint, avallando e legittimando l'operato del governatore del Michigan, Rick Snyder. Repubblicano e braccio destro di Trump, Snyder nel 2014 fece costruire un nuovo acquedotto spostando la fonte di approvvigionamento dal Lago Huron alle acque molto più inquinate, ma meno costose, del Flint River. Molti, soprattutto bambini, si ammalarono di legionella, altrettanti morirono per l'alta concentrazione di piombo presente.

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Antefatti che spianarono la strada all'attuale presidente degli Stati Uniti, che Moore ci mostra in una pericolosa escalation di onnipotenza fino all'imbarazzo della vittoria finale: "Sembrava la sfilata della vergogna", commenta la voce narrante di Moore quando sullo schermo compare l'immagine della famiglia Trump sul podio dei vincitori la notte del 9 novembre.

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Alle origini del male

Michael Moore in una immagine di Bowling a Columbine

Con un salto in avanti, nei mesi immediatamente successivi alle elezioni, il regista piomba nel bel mezzo degli scioperi proclamati dagli insegnanti del West Virginia, costretti, per poter accedere alla polizza sanitaria, a usare un'applicazione che ne contava i passi giornalieri; sfila al fianco degli studenti che dopo la sparatoria di Parkland in Florida, diedero vita a un movimento di protesta contro la politica americana delle armi facili; e scende in campo per criticare il sistema elettorale americano. Fahrenheit 11/9 è un puzzle complesso, che tenta di individuare responsabilità e colpevoli, un viaggio fino alle radici dei sovranismi, una disamina cinica e profondamente pessimista, un'istantanea del mondo oggi, che si conclude con l'inquietante (ma anche retorico) parallelismo tra il 'pagliaccio' Trump e Hitler.
"L'America che voglio salvare è quella che non abbiamo mai avuto", sentenzia Moore, quasi in chiusura di quello che potremmo definire forse uno dei suoi documentari più amari e commoventi, persino disperato nel lanciare l'invito ad agire subito, prima di potersi chiedere: "Qual è stato il momento in cui potevamo invertire la rotta?".

Recensione Fahrenheit 11/9: Trump come Hitler
Elisabetta Bartucca
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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