È un mondo difficile, come “imparare a vivere nella precarietà” secondo il film di Federico Mottica

Abbiamo incontrato il regista e i protagonista Elena Funari e Francesco Castellaneta, parlando con loro di precarietà, generazioni e relazioni. Il film è stato presentato ad Alice nella Città.

Elena Funari e Francesco Castellaneta

L'incertezza dei trent'anni, le relazioni e quella fatidica strada da trovare. Federico Mottica scrive e dirige È un mondo difficile, che racconta di Elena e Francesco. Si trovano, si lasciano, si ritrovano ancora e ancora, dopo che la loro vita ha preso strade diverse. Una "generazione sospesa", la loro. Tra precarietà e legami profondi, il film è stato "costruito lungo l'arco di un anno, cresciuto insieme ai protagonisti a loro e alla storia", spiega il regista, "è stato un processo libero, istintivo, fatto di persone con cui si è creato prima di tutto un legame profondo". Nel ruolo dei protagonisti Elena Funari e Francesco Castellaneta.

È un mondo difficile, Elena Funari e Francesco Castellaneta

In È un mondo difficile, Funari interpreta proprio un'attrice che vive l'incertezza del suo lavoro. "Lavorare nel cinema non è una cosa immaginaria, è effettivamente un lavoro: le persone che lavorano vengono pagate", spiega Funari. "La percezione varia a seconda del contesto sociale e culturale. Spesso la televisione ti dà un grande seguito e una fascinazione immediata, e il valore di ciò che fai viene riconosciuto soprattutto quando c'è un riscontro di pubblico".

E Un Mondo Difficile Di Federico Mottica Nella Foto Elena Funari 02
Elena Funari in scena

Federico Mottica, invece, dichiara a Movieplayer che "finché non ottieni dei risultati, la percezione è un po' quella che stai giocando, che ti stai divertendo. Poi arrivano i riconoscimenti e tutto cambia. Per fortuna, c'è una nuova generazione di giovani produttori disperati e appassionati quanto noi, con cui condividiamo la stessa età e la stessa vita. Questo film è nato così, dal tentativo collettivo di poche persone prima di trovare una struttura solida".

Nel film, presentato ad Alice nella Città, le dinamiche relazionali sono centrali. Si parla della paura di esporsi, di approcciarsi all'altro. Mottica, in questo senso, dice: "sull'amore sono tremila anni che diciamo le stesse cose; è una materia su cui è difficilissimo scoprire qualcosa di nuovo, a differenza della depressione o di altri temi su cui abbiamo fatto enormi passi avanti. La sfida non è trovare verità inedite, ma un modo nuovo per esprimerle e indagarle".

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Una scena di È un mondo difficile

Francesco Castellaneta, invece, dice che "ognuno vive un po' nella sua bolla. Sento spesso dire dai miei coetanei: 'Devo prima realizzarmi professionalmente e poi posso pensare ad avere figli o una famiglia'. C'è la pretesa che una relazione funzioni senza che nessuno debba rinunciare a nulla, ma secondo me è impossibile: i compromessi e i sacrifici sono necessari per dare valore a ciò a cui teniamo". Per Elena Funari "c'è questa retorica tossica per cui, se non ti 'risolvi' prima, non riuscirai ad amare nessuno. La crescita è un percorso perenne in divenire, non saremo mai esseri perfetti. Ci vuole coraggio e la consapevolezza che ne deve valere la pena, affrontando i rischi e le ambizioni dell'altro per una costruzione comune".

Tra bivi, deviazioni e precarietà generazionale

Il film esplora anche il tema della "strada da prendere". Ma la vita non è mica una linea retta. Deviazioni, errori e sperimentazioni sono fondamentali. Elena Funari inquadra la sua generazione come una "generazione di mezzo": "Siamo a metà tra i nostri genitori, che avevano un futuro in qualche modo scritto e binari ben precisi, e l'esplosione di milioni di possibilità e riletture. Tutto il retaggio culturale precedente è stato demolito: da un lato è una liberazione enorme, bellissima; dall'altro genera una grande confusione".

Federico Mottica aggiunge "forse siamo stati più fortunati della generazione di mezzo che è stata illusa di poter avere un futuro sicuro per poi vederselo crollare addosso (penso alla crisi del 2008). Noi siamo nati tra il '95 e il '98 e siamo cresciuti direttamente nella precarietà più assoluta, imparando a conviverci".

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