Un esperimento artistico estremo e controverso durato vent'anni che ha fruttato svariati film e serie tv. Una tecnica di immersione totale dai risvolti inquietanti. Il pamphlet anti-governativo di Ilya Khrzhanovsky che ha conquistato meritatamente il Leone d'Argento per la miglior regia nasce da un tentativo visionario mai tentato prima. Per raccontare la coercizione e la mancanza di libertà nella Russia degli anni '30 - '60, nel 2008 il dissidente Khrzhanovsky ha ricostruito a Kharkiv, in Ucraina, un megaset chiedendo ad attori e comparse di comportarsi come se fossero nell'URRS dell'epoca, con tanto di ammende e carcerazioni per chi sgarrava.
Il quattordicesimo lungometraggio nato dalle 700 ore di girato risultanti è Dau che, in oltre tre ore, racconta la vita del fisico teorico Lev Landau (da qui il soprannome Dau). Geniale e anticonformista, antimilitarista e sessuomane, Landau viene seguito dagli anni della giovinezza che lo vedono, studente brillante e spirito anarchico, percorrere le strade di Leningrado brulicanti di topi e sporcizia, fino all'ingresso nel centro di ricerca dove cerca di opporsi all'impiego delle sue scoperte a fini bellici. Dopo una breve permanenza nelle prigioni sovietiche, Dau approda all'istituto di ricerca di Mosca dove, suo malgrado, lavorerà allo sviluppo dell'atomica mentre sfoga i suoi impulsi sessuali esercitando la pratica dell'amore libero a scapito della moglie Nora.
Un biopic d'autore, ma anche uno spaccato corale del soffocante regime sovietico
Monumentale, caotico, errabondo, Dau è una sinfonia visiva e sonora che spesso scivola volutamente su note stridenti. Così come respingente è la personalità di Dau, scienziato genio e sregolatezza consapevole del proprio talento così come dei propri difetti. A interpretare una personalità così controversa ci voleva un attore fuori del comune. Ilya Khrzhanovsky ha scommesso su Teodor Currentzis, direttore d'orchestra greco-russo rock star. Alto, dinoccolato, capelli lunghi e spettinati, aria sorniona, Dau sembra una versione più antipatica di Robert Smith dei Cure.
Nonostante i tentativi di ribellarsi alle imposizioni governative, finendo nel mirino dei servizi segreti che spiano ogni sua mossa, la vita di una delle migliori menti prodotte dall'Unione Sovietica trascorre tra lunghe giornate trascorse pigramente tra le lenzuola, sesso con colleghe, assistenti e mogli degli altri scienziati e liti con la moglie Nora (Radmila Shegoleva), che non riesce a rassegnarsi di non bastare al geniale marito. Ma oltre a essere un eccezionale ritratto biografico, Dau è anche un film corale caotico e multiforme. Attorno allo scienziato ruotano compagni di studi, conoscenti, colleghi determinati, come lui, a opporsi al militarismo sfrenato del regime sovietico e tante, tante donne di ogni età. Ovviamente non mancano i funzionari del regime che incarnano la grigia e violenta burocrazia a capo della Russia e che, nella seconda parte del film, si manifestano nelle vesti di uno spietato interrogatore della Čeka (Vladimir Azhippo), la prima polizia segreta sovietica.
La struttura di Dau: la divisione in due parti
La scelta di inserire in Dau, quantomeno nella proiezione veneziana, un intervallo evidenzia ancor di più lo stacco stilistico e contenutistico che caratterizza il film. La prima parte, quella dedicata alla giovinezza di Dau a Leningrado, è anche quella visivamente più caotica. Predominano le riprese in esterni e mentre seguiamo il protagonista intenzionato a far festa per le piazze luride della città, circondato da migliaia di comparse in maschera, il regista si sbizzarrisce con curiose trovate visive (montagne di cavoli, persone che avanzano in diagonale, una torre scalata pericolosamente da una moltitudine di uomini seminudi). Il tutto intervallato da frenetiche sequenze di montaggio che contengono un mix di informazioni visive - formule su lavagne, carne insanguinata, frammenti di immagini sconnesse - accompagnate da un'esplosione di suoni a mo' di leit motiv.
E il lavoro sul suono è davvero pazzesco. Durante la visione siamo investiti da un muro sonoro fatto di esplosioni, suoni stridenti, voci e urla che ci accompagnano, in misura meno evidente, anche nella seconda parte del film, che segue la maturità di Dau fino alla vecchiaia. L'azione si sposta in interni, nell'edificio abitato dallo scienziato insieme alla moglie, o nel centro di ricerca di Mosca. A prevalere è una dimensione più claustrofobica e cupa che va di pari passo con l'intensificarsi delle forme di controllo di Dau e delle persone a lui vicine da parte del regime.
Un film di denuncia che non rinuncia al virtuosismo
La ricerca di libertà, bellezza e piacere da parte di Dau si affievolisce col passare degli anni, ma non viene mai totalmente domata dai metodi brutali del regime come dimostra la sua vitalità sessuale anche in età avanzata. Nel suo pamphlet politico antisovietico, Ilya Khrzhanovsky non rinuncia al piacere del cinema mettendo in piedi un saggio di virtuosismo registico che spiazza lo spettatore tanta e tale è la ricchezza di stimoli che gli viene riversata addosso. Di certo non si tratta di una visione facile, vista anche la personalità sgradevole del personaggio narrato, ma senza dubbio è un esperimento unico nel suo genere sfociato in un'opera di grandissimo valore artistico.
Conclusioni
Frutto di un folle esperimento artistico sviluppato nell'arco di vent'anni, Dau racconta la vita di uno degli scienziati responsabili del nucleare russo e i suoi tentativi di sfuggire al controllo del governo negli anni bui dell'Unione Sovietica. Visivamente potente e caotico, senza dubbio è un'opera di grande valore artistico anche se non di facile visione.
Perché ci piace
- La maestria registica nel ricostruire la Russia degli anni '30 - '60.
- Lo straordinario lavoro sull'immagine e sul suono.
- L'immagine punk e moderna dello scienziato interpretato da Teodor Currentzis.
Cosa non va
- Il regista insiste sugli aspetti sgradevoli della personalità del suo protagonista.
- il disequilibrio tra le due parti che si evidenziano nel film.
- A tratti la sinfonia visivo-sonora scivola nel caso senza reali motivi narrativi.