Le guerre del presente instillano negli autori il bisogno di venire a patti coi conflitti del passato. Questo il caso della danese May el-Toukhy, Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo Woman Unknown, che indaga sugli strascichi della Seconda Guerra Mondiale. Rigoroso ed elegante, il dramma post-bellico vede protagonista Marie, bambinaia presso la dimora di un ricco industriale vedovo nonché sua futura moglie. L'incontro infausto sul bus con un uomo che appartiene al suo passato minaccia di riportare a galla segreti che la donna farà di tutto per mantenere sepolti, arrivando perfino ad accusare un'innocente pur di sviare i sospetti.
Le consegue della guerra sulle donne
Ben conosciamo la resa dei conti tra partigiani e fascisti che si è consumata in Italia nel primo dopoguerra. May el-Toukhy ci racconta come è stata gestita quella delicata fase storica nella civilissima Danimarca concentrandosi sulla situazione femminile. In una moderna caccia alle streghe, le donne colpevoli di essere state compiacenti coi tedeschi durante l'occupazione vengono umiliate pubblicamente, picchiate, denudate e marchiate con la svastica. Questa immagine dolorosa viene riproposta a più riprese a mo' di leit motiv per amplificare la drammaticità della situazione. Facile comprendere come Marie, arroccata in una posizione di privilegio in attesa di un matrimonio che eleverà il suo status sociale, sia pronta a tutto pur di conservare i propri segreti.
May el-Toukhy si concentra sulla sua protagonista, interpretata da una magnifica Mathilde Arcel, adottandone il punto di vista. Per tutto il film lo spettatore conosce ciò che la donna vede e sente, partecipe dei suoi stati d'animo. Questa scelta risulta fondamentale per due ragioni: ci permette di entrare in empatia con un personaggio taciturno, isolato, dal passato misterioso, cpnsumato da un dolore senza nome che cerca di camuffare agli occhi dell'anaffettivo fidanzato, ed è fondamentale per l'adesione al genere thriller, amplificando la tensione in un crescendo di terrore e paranoia.
Il rigore formale al servizio di una riflessione morale
La regia impeccabile di May el-Toukhy valorizza l'interpretazione di Mathilde Arcel. L'obiettivo si concentra sul suo volto da cui traspare la lotta interiore per non lasciar trapelare il turbine di emozioni che la attraversa. I dialoghi sono essenziali, ridotti all'osso, ma proprio per questo ogni parola pesa come un macigno. Il controllo della regista sull'opera è totale. Non ci sono sbavature, nulla risulta superfluo nell'economia di un lungometraggio che solleva dilemmi morali scomodi.
Seppur ambientato nel passato, il film affronta temi che risuonano anche nel presente risultando più attuali che mai. Fino a che punto è disposto ad arrivare un individuo per salvare se stesso? Quali conseguenze provoca la scelta di indossare una maschera sociale per fingersi una persona diversa? Perché il giudizio della società è più impietoso nei confronti delle donne? E quale è il prezzo da pagare nel voler rivendicare la propria indipendenza? La sceneggiatura firmata dalla regista a quattro mani con la sceneggiatrice di Borgen Maren Louise Käehne brilla per finezza ed è carica di implicazioni. Ma tutti gli ingredienti del film, dalle musiche alla fotografia impeccabile, contribuiscono a dar vita a un prodotto che non lascia indifferenti.
Conclusioni
Elegante e raffinato, il thriller post-bellico firmato dalla regista danese May el-Toukhy racconta le lotte di una donna per proteggere l'imminente matrimonio con un ricco industriale sviando i sospetti su un suo eventuale passato da collaborazionista. Il rigore formale va di pari passo con la profondità dei temi sollevati in un'opera carica di tensione dominata da un'eccezionale interpretazione della protagonista Mathilde Arcel.
Perché ci piace
- La performance di Mathilde Arcel.
- Niente è superfluo in un'opera calibrata alla perfezione.
- La capacità della regista di mantenere alta la tensione.
- Alcune scene di grande potenza emotiva come la "fuga" notturna.
Cosa non va
- Pur amplificando l'impatto emotivo, gli inserti sulle donne accusate di collaborazionismo rappresentano l'unico momento di rottura rispetto alla compattezza narrativa.