Antebellum, la recensione: gli orrori del passato non hanno mai fine

La recensione di Antebellum, il film ambientato nella Louisiana schiavista, disponibile su Prime Video dal 14 dicembre.

RECENSIONE di 14/12/2020
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Antebellum: una scena del film

Vorremmo poter iniziare la nostra recensione di Antebellum provando a definire il genere di appartenenza del film d'esordio della coppia Gerard Bush e Christopher Renz, ma non possiamo. A metà strada tra un dramma storico sugli schiavi negli Stati del Sud, un thriller psicologico con qualche sfumatura dell'horror sociale e politico riscoperto in tempi recenti e pure una suggestione su linee temporali che si intrecciano, Antebellum sfugge da una categoria unica. È il suo miglior pregio, quello di svilupparsi e raccontare la storia in maniera imprevedibile lasciando lo spettatore spaesato, ma è allo stesso tempo anche il suo difetto più grande. Talmente sicuro del colpo di scena che avverrà a tre quarti del film da pensare di poter giustificare il ritmo blando e rilassato; talmente convinto di star affrontando un discorso serio e urgente da perdere di vista il giusto equilibrio nel raccontarlo. Il film è disponibile dal 14 dicembre su Amazon Prime Video.

Orrori di un passato

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Antebellum: una foto del film

Si apre con una citazione di William Faulkner, il film, prima di catturare subito l'attenzione dello spettatore con un bellissimo piano sequenza su cui scorrono i titoli di testa. "Il passato non muore mai. Non è neanche passato" recita la didascalia, dando subito la chiave di lettura del film che è ambientato in una piantagione di cotone della Louisiana. Torturata e addirittura violentata dai padroni bianchi, Eden è una giovane schiava che ha intenzione di liberarsi e fuggire. Ma in questa storia ambientata nel passato americano si interseca anche la storia ambientata ai giorni nostri di Veronica Hanley, una sociologa che viaggia proprio in Louisiana per presentare il suo nuovo libro. Forse le due storie avranno qualcosa in comune, rendendo sempre più labile il confine tra passato e presente (come ci era stato dichiarato dalla citazione iniziale). Forse gli orrori del passato americano, quelli del razzismo e del suprematismo bianco non se ne sono mai andati via.

"La caduta dell'indole mite"

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Antebellum: una scena

"La caduta dell'indole mite" è il titolo del libro della sociologa Veronica che intende portare alla luce il problema razziale insito nella cultura americana ed è anche il modo in cui il film vuole affrontare il problema principale. C'è un'evoluzione nella rappresentazione della violenza che il bianco compie sui neri: nel passato la violenza è fisica, brutale e non giustificata; nel presente, invece, la violenza è soprattutto verbale, meno esplicita ma non per questo meno grave. Il risultato, dato anche dal ritmo del film, è per l'appunto la morte della donna mite che rinasce vendicativa. Eden e Veronica sembrano incapsulare e sopportare tutto il dolore fino ad arrivare a un'esplosione di pura cattiveria.

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Antebellum: una foto del film

Il film inganna e sembra voler affrontare il discorso in maniera molto più seria di quello che poi farà, fatta eccezione, fin da subito, per la presenza del personaggio interpretato da Jena Malone, una macchietta talmente esagerata da cambiare il modo e il tono in cui interpretare il film stesso. Antebellum vorrebbe arrivare a un risultato simile ai celebri film di Quentin Tarantino e cioè partire dalla Storia vera per costruirne una versione alternativa e più pulp, ma Antebellum non ha né i personaggi carismatici, né la qualità di scrittura del famoso regista. La violenza, per quanto esagerata, finisce per non colpire lo spettatore, nel bene e nel male.

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Alla superficie del problema

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Antebellum: una sequenza

Qui entra in gioco il vero difetto imperdonabile del film. Totalmente concentrato a sorprendere lo spettatore con un colpo di scena al limite della credibilità, il film si scorda di tutto il resto. I personaggi sono dimenticabili, incapaci inoltre di reggere la durata di un lungometraggio (per gran parte del film assistiamo a dialoghi tra personaggi che servono solo ad allungare il minutaggio e che, ad un certo punto, spariscono dalla storia). Le stesse motivazioni alla base del racconto, che dovrebbero giustificare l'operato di chi vediamo in scena, appaiono banali e superficiali. Ecco, si potrebbe affermare che nel tentativo di inserirsi in un filone di film che trattano il problema del razzismo in America, Antebellum non si dimostra originale e capace di una voce forte.

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Antebellum: una scena del film con Janelle Monáe

Colpa di un approccio troppo superficiale che, soprattutto se messo a confronto con altre opere audiovisive che hanno trattato lo stesso argomento in maniera più fantasiosa e potente (non solo i due film di Jordan Peele, di cui Scappa - Get Out è un vero punto di riferimento, ma anche le serie tv di Watchmen e Lovecraft Country), banalizza il tutto. La sequenza finale in slow motion è indicativa in questo senso, espressione visiva che predilige lo spettacolo ad impatto rispetto a un po' di tridimensionalità. Il risultato è un film che sembra inseguire una moda, invece di dimostrare, anche attraverso le imperfezioni, una voce sentita e forte nei confronti di un argomento serissimo e contemporaneo.

Conclusioni

A conclusione della nostra recensione di Antebellum ci spiace trovare solo una manciata di elementi positivi all’interno del film. Non basta qualche sequenza riuscita e una buona idea di fondo per rendere il film davvero coinvolgente. Troppo superficiale e derivativo, Antebellum avrebbe un’idea davvero vincente, con un colpo di scena anche riuscito, ma è penalizzato da una scrittura pigra e personaggi monodimensionali che mettono in secondo piano l’argomento serio e attuale facendogli preferire un approccio più immediato e grossolano.

Movieplayer.it

2.0/5

Voto medio

2.5/5

Perché ci piace

  • Il tema è sempre attuale e l’idea del soggetto è, sulla carta, vincente.
  • Qualche sequenza riuscita lascia lo spettatore appagato.

Cosa non va

  • I personaggi monodimensionali non reggono il peso degli argomenti trattati.
  • La scrittura pigra, concentrata su un unico colpo di scena, affossa il film che si dimostra superficiale e grossolano.
  • Manca la sensazione di sentire una voce vera e sincera, per questo il lungometraggio risulta fin troppo derivativo.