Alibi.com: una farsa sgangherata fra equivoci e tradimenti

Philippe Lacheau scrive, dirige e interpreta una commedia incentrata su una fantomatica agenzia impegnata a costruire alibi inattaccabili per coprire le scappatelle di coniugi fedifraghi: ma fra tocchi licenziosi e una prevedibile catena di equivoci, il risultato convince davvero poco.

Alibi.com: Philippe Lacheau, Julien Arruti e Tarek Boudali in una scena del film
Alibi.com: Philippe Lacheau, Julien Arruti e Tarek Boudali in una scena del film

Grégory Van Huffel è un giovanotto aitante, carismatico, ama la musica pop degli anni Ottanta e i film di Jean-Claude Van Damme, ma soprattutto è l'ideatore e il proprietario di una singolare agenzia, collegata al sito Alibi.com: una società che si occupa di concepire e mettere a punto alibi di ferro a favore di chiunque ne abbia bisogno. Inutile precisare come, a rivolgersi a Grégory, siano soprattutto coniugi e fidanzati/e fedifraghi, desiderosi di concedersi una salutare dose di scappatelle con la sicurezza di farla franca senza difficoltà.

E Grégory, supportato da un team che include l'impacciato nerd Augustin e il neo-assunto e più distinto Mehdi, è abilissimo nel fabbricare "versioni alternative" a prova di bomba, in modo da garantire la massima sicurezza o, in casi estremi, provvidenziali vie di fuga ai propri clienti. Ma la sua impeccabile professionalità sarà messa a dura prova quando, in maniera inattesa, il lavoro di Grégory e la sua vita privata arriveranno ad intrecciarsi, scatenando un "corto circuito" dagli effetti inesorabilmente catastrofici.

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Alibi (quasi) perfetti

Alibi.com: Philippe Lacheau e Tarek Boudali in una scena del film
Alibi.com: Philippe Lacheau e Tarek Boudali in una scena del film

Lo spunto al cuore di Alibi.com, terza prova dietro la macchina da presa (dopo i due capitoli della saga comica Babysitting) dell'attore, regista e sceneggiatore Philippe Lacheau, il quale ha riservato per se stesso il ruolo di Grégory, nasce da un elemento decisamente concreto: l'esistenza di agenzie come quella descritta nella pellicola, del resto, è tutt'altro che semplice materia di fantasia. Ma al di là di aspetti pittoreschi o bizzarri della realtà contemporanea, il canovaccio alla base di Alibi.com ha radici ancora più lontane, che possono essere rintracciate in gran parte del teatro e del cinema del passato: il principio della trasgressione, e più nello specifico della trasgressione sessuale, come strumento per instaurare una sorta di complicità fra un protagonista che agisce in maniera eticamente dubbia e uno spettatore che assiste con bonaria malizia a quelle 'malefatte' destinate, prima o poi, a incidere anche sui sentimenti.

Alibi.com: Didier Bourdon e Nathalie Baye in una scena del film
Alibi.com: Didier Bourdon e Nathalie Baye in una scena del film

Si pensi a uno dei più sublimi esiti della commedia hollywoodiana, L'appartamento di Billy Wilder, in cui l'impiegatuccio Jack Lemmon accettava di assecondare colleghi e capoufficio nelle loro avventure extraconiugali concedendo l'utilizzo, come da titolo, della propria casa... fin quando l'amore per Shirley MacLaine non lo poneva di fronte a un complesso dilemma morale. Ecco, con i dovuti distinguo Alibi.com può essere collocato nel medesimo filone del capolavoro di Wilder: Grégory, che dovrebbe accattivarsi le nostre simpatie, non si fa scrupoli nel proprio lavoro, fin a quando esso non verrà applicato ai danni della donna di cui si sta innamorando. Ai servizi della sua agenzia si rivolge infatti Gérard Martin, il padre di Florence, ovvero la ragazza con la quale Grégory ha intrapreso una relazione sempre più importante; e pure dopo aver scoperto il legame di parentela fra i due, Grégory sceglierà comunque di aiutare Gérard a trascorrere un weekend di passione con l'amante Cynthia. Inutile osservare come, per una volta, il piano apparentemente perfetto di Grégory non andrà affatto come previsto...

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Una bislacca commedia degli equivoci

Alibi.com: Didier Bourdon in una scena del film
Alibi.com: Didier Bourdon in una scena del film

In sostanza, per quanto non così marcatamente originale, il soggetto da cui è nato Alibi.com possedeva un potenziale notevole e che avrebbe potuto essere sviluppato assai meglio. Purtroppo, invece, Philippe Lacheau non ha mostrato interesse ad infondere alla storia alcun tipo di ambizione in fase di scrittura, limitandosi a costruire una prevedibilissima pochade che procede attraverso un forsennato accumulo di stereotipi del caso, percorrendo sempre le vie più 'facili' e scontate. Ma se i personaggi scivolano inesorabilmente nella macchietta, perdendo ogni sfumatura di vera umanità (tanto che perfino il ménage fra Gérard e Marlène suona posticcio e forzato), il vero tallone d'Achille di Alibi.com risiede proprio nel meccanismo comico in sé: un meccanismo impiantato su uno humor di grana esasperatamente grossa, non troppo distante da quella dei cinepanettoni nostrani.

Alibi.com: Elodie Fontan e Philippe Lacheau in una scena del film
Alibi.com: Elodie Fontan e Philippe Lacheau in una scena del film
Alibi.com: Julien Arruti in una scena del film
Alibi.com: Julien Arruti in una scena del film

Insomma, a poco serve scritturare un caratterista brillante quale Didier Bourdon (il lascivo Gérard), il most valuable player del cast, e un'attrice di indiscusso talento come Nathalie Baye (l'ignara moglie Marlène), qui in uno dei peggiori passi falsi di un'illustre carriera, in assenza di un copione in grado di elevare il film al di sopra dei binari di una farsa squilibrata e volgarotta. Soprattutto se le principali gag consistono nel solito corredo ormai stantio (amanti materialiste e 'assatanate', cagnetti presi a calci, gente colta in déshabillé nei momenti meno opportuni) e in sequenze grevi o 'scollacciate' un tanto al chilo. A tal proposito abbiamo, in ordine sparso: battute sulla fellatio buttate lì a casaccio, tenute sadomaso e vibratori, gente che si masturba forsennatamente in casa di amici di famiglia, coppie sorprese in rumorosi amplessi, calci al basso ventre e, dulcis in fundo, perfino gatti famelici che si avventano su testicoli in bella mostra. Per il resto, quasi tutti gli espedienti comici e le svolte narrative o sono drasticamente telefonati, o appaiono incollati gli uni alle altre senza una vera coesione. A molti, anzi moltissimi, è bastato e basterà comunque (e infatti il film ha sbancato il box office in Francia); ma forse dal cinema, incluso il cosiddetto "cinema d'intrattenimento", è lecito pretendere di più e di meglio.

Movieplayer.it

1.5/5