Sailor Moon, il regista Ikuhara: "Non è una serie con ragazze magiche, è una generalizzazione approssimativa"

Kunihiko Ikuhara, regista di Sailor Moon R, mette in discussione l'etichetta di "magical girl" associata alla serie, definendo davvero il genere e perché opere come Sailor Moon e Utena, secondo lui, appartengono ad altro.

Una scena di Sailor Moon

Per decenni Sailor Moon è stata considerata una colonna portante del genere "majokko", ovvero "ragazze magiche". Eppure, uno dei suoi principali artefici non è d'accordo. Kunihiko Ikuhara riapre il dibattito con una definizione sorprendentemente rigorosa, capace di rimettere in discussione un'intera categoria dell'animazione giapponese.

Cos'è davvero una magical girl secondo Ikuhara

Quando si parla di magical girl, l'immaginario corre subito a trasformazioni iconiche, bacchette scintillanti e protagoniste femminili al centro dell'azione. Elementi che Sailor Moon ha reso celebri in tutto il mondo. Eppure, secondo Kunihiko Ikuhara, regista di Sailor Moon R, questa associazione è frutto di una semplificazione eccessiva.

Sailor Moon: Un immagine della protagonista
Sailor Moon: un'immagine della protagonista

Intervenuto nel podcast Ikuni to Unmei no Cinema Snack, Ikuhara è stato piuttosto diretto: "Spesso mi definiscono un regista bravo a fare anime di magical girl, ma sentite: in realtà non ne ho mai realizzato nemmeno uno. È una generalizzazione piuttosto forzata". Una dichiarazione che spiazza, soprattutto considerando che il suo nome è legato anche a Revolutionary Girl Utena, altra serie spesso inserita nello stesso filone.

Per spiegare il suo punto di vista, Ikuhara ha ripercorso le radici storiche del genere, collegandole alla serie americana Bewitched e alla successiva Sally la maga, considerata l'origine del filone majokko. Per il regista, la magical girl nasce come "un'opera leggera, casual e divertente, pensata per le ragazze", ma con un aspetto fondamentale: la magia come potere innato.

"La cosa straordinaria del genere magical girl è che le ragazze possono usare poteri ultraterreni e prendersi la scena, un po' come Superman", ha spiegato. "Si tratta di giovani ragazze che possiedono poteri misteriosi, con quella sensazione di onnipotenza data dall'avere capacità che nemmeno gli adulti possiedono". Un elemento che, negli anni Sessanta e Settanta, aveva anche una forte valenza simbolica: "All'epoca le possibilità di vita per una ragazza erano molto più limitate. L'idea di usare la magia era entusiasmante per il pubblico femminile di allora".

Sailor Moon è stato più volte rifiutato in America. Il motivo? "Le ragazze non leggono i fumetti" Sailor Moon è stato più volte rifiutato in America. Il motivo? 'Le ragazze non leggono i fumetti'

Secondo questa lettura, la magia non è un semplice strumento narrativo, ma il cuore ideologico del genere. Ed è proprio qui che, per Ikuhara, Sailor Moon smette di essere una magical girl nel senso più puro del termine.

Perché Sailor Moon (e Utena) non rientrano nel genere

Il punto non è negare l'importanza di Sailor Moon, ma ridefinirne la natura. Ikuhara riconosce che la serie possiede molti tratti tipici del genere: protagoniste femminili forti, un tono spesso leggero e un immaginario fantastico. Tuttavia, manca ciò che per lui è essenziale: la magia come abilità innata e identitaria.

Sailor Moon: la famiglia di Bunny
Sailor Moon: la famiglia di Bunny

Usagi Tsukino non è una strega, e i suoi poteri non derivano da una magia personale. Il sistema della serie ruota attorno alla trasformazione e all'uso di oggetti specifici, come il Cristallo d'Argento, più simili a strumenti esterni che a un potere naturale. È una differenza sottile, ma cruciale nella visione di Ikuhara.

Lo stesso discorso vale per Revolutionary Girl Utena, spesso etichettato come magical girl per la presenza di simbolismi, streghe e trasformazioni. "Il tema delle streghe appare anche in Utena, quindi immagino sia per questo che la definiscono così", ha spiegato. "Ma non penso davvero che Utena sia una magical girl in senso stretto". Anche qui, la componente fantastica serve a esplorare altro: identità, potere, ruoli sociali, non la magia come fine ultimo.

Questa distinzione non cambierà probabilmente la percezione popolare. Sailor Moon resterà, per molti, una magical girl per antonomasia. Ma le parole di Ikuhara offrono una chiave di lettura più precisa, quasi filologica, che invita a separare l'estetica dalla struttura narrativa. La colloca in una posizione diversa, forse più complessa: non un semplice esempio di genere, ma un'opera ibrida che ha preso elementi della magical girl per portarli altrove.