Polanski, la vittima dello stupro: "Tarantino si è scusato con me e poi abbiamo parlato di film"

Samantha Geimer, violentata dal regista quando aveva solo tredici anni, ha parlato in una lunga intervista rilasciata a Indiewire della sua opinione sul movimento #MeToo e dell'importanza delle scuse ricevute da Polanski e, dopo una controversa dichiarazione, da Tarantino.

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Samantha Geimer, vittima della violenza sessuale avvenuta nel 1977 che ha portato Roman Polanski ad allontanarsi dagli Stati Uniti, è ritornata a parlare, in una lunga intervista rilasciata a Indiewire, delle dichiarazioni compiute da Quentin Tarantino e degli scandali legati alle molestie e alle violenze sessuali nel mondo del cinema.
La donna ha spiegato di non aver criticato apertamente il regista per aver detto quindici anni fa che quanto accadutole non poteva essere definito uno stupro perché il tempo trascorso ha fatto assumere maggiore consapevolezza al filmmaker e avrebbe comunque cercato di evitare una brutta figura mediatica: "L'idea era che certamente ora sa di più. La frase in cui si sostiene abbia detto che volevo essere "violentata" non so da dove provenga, ma non l'ha mai detta. Quello che stavo cercando di dire a chi mi ha chiamata per intervenire sulla situazione è che non mi importa. Non mi importa quello che dice la gente, non sono sconvolta, questo e cose peggiori mi sono accadute per anni. E inoltre sono consapevole che il mio stupro sia stato usato per attaccarlo ed è qualcosa che non mi piace affatto".

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Samantha ha poi rivelato che non si attendeva una telefonata da parte di Tarantino: "Ho pensato che fosse un bel gesto. Cosa sarebbe accaduto se fossi stata realmente arrabbiata? Mi ha chiamato per affrontare la questione di persona".

La Geimer ha quindi spiegato: "Credo si renda conto che ciò che ha detto per sconvolgere ha a che fare con una persona reale, ovvero me, e non ci stava pensando in quel momento. Si è sentito in colpa. Durante la telefonata l'ho fatto parlare di alcuni dei suoi film, non volevo perdere quell'opportunità. E' stato sincero nelle sue scuse e gli ho detto che mi sembrava la situazione fosse usata per attaccarlo da parte di persone che non si preoccupano di quanto accaduto a me e quello è qualcosa che mi offende".

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La donna ha raccontato che ha parlato con il regista di Una vita al massimo, che è uno dei suoi film preferiti, e di Per favore, non mordermi sul collo diretto da Polanski, che entrambi apprezzano molto. Samantha ha inoltre avuto modo di parlare del prossimo progetto di Tarantino, ricevendo la rassicurazione che non ruoterà intorno all'omicidio di Sharon Tate, ma solo del periodo e della società dell'epoca.

La Geimer ha poi spiegato quanto sia importante che le persone si scusino: "Aiutano molto chi ha subito un torto e anche chi sta porgendo le proprie scuse. Spesso dico che non ne ho bisogno, ma in realtà hanno sempre un impatto positivo".
Lo stesso Polanski, tempo fa, le ha scritto una lettera in cui dichiarava: "Mi dispiace, è stata colpa mia, non di tua madre, e mi scuso per quello che hai vissuto". Samantha ha aggiunto: "Ho risposto 'Beh, lo sapevo'. Sentivo che gli dispiaceva dal momento in cui è stato arrestato. Ho pensato che lo fosse per tutta la mia vita. Non pensavo di averne bisogno, ma quando mi ha mandato quella lettera ho capito che faceva una grande differenza per mia madre, mio marito, per alcuni dei miei amici, e per i miei figli. Ha regalato un po' di sollievo a mia madre. Ha avuto realmente un significato per le altre persone intorno a me e che si preoccupano per me, e quello è stato importante. Qualsiasi cosa che possa far star meglio mia madre è qualcosa per cui sono grata". Lo stesso, ha spiegato la donna, è accaduto nel caso dell'intervista rilasciata da Tarantino a Howard Stern. Samantha ha inoltre sottolineato: "Credo che se ci si debba scusare sia necessario farlo con la persona che individualmente ha subito un torto. Non credo si debba essere obbligati a scusarsi con il mondo intero o con chiunque potrebbe pensare di assumerti. Una scusa è destinata solo alla persona che pensi di aver ferito e che vuole un tuo gesto. Non sono sicura che abbia un effetto più grande ma quelle di Quentin e Roman erano dirette a me. Non hanno detto 'Mi dispiace per tutte le persone che ho offeso'. Erano scuse vere".

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La Geimer ha poi parlato di come il suo caso sia stato utilizzato dai media e dalle persone per compiere degli attacchi. "Le persone dicono 'Detestiamo Roman a causa di quello che ti ha fatto'. Sto bene, non voglio che nessuno odi qualcuno e in realtà non vi importa nulla di me. Quello che mi dà fastidio è che le persone stiano attaccando qualcuno a mie spese. Usano il tuo stupro per attaccare Quentin Tarantino. Quell'ipocrisia mi irrita perché sono nella posizione in cui è successo a me. E' purtroppo così che vanno le cose, o almeno nella mia vita, e diciamo tutti delle cose stupide".

Roman Polanski sul set del suo film L'uomo nell'ombra (The Ghost Writer)

La vittima di Polanski ha inoltre ribadito che il movimento #MeToo ha avuto degli effetti positivi e ha permesso alle persone di risollevarsi, tuttavia c'è chi lo utilizza a proprio favore per distruggere la reputazione di qualcuno. Samantha ha però ribadito: "Farsi avanti e parlare sono delle scelte individuali e nessuno dovrebbe sentirsi sotto pressione o essere obbligato a stare zitto o parlare. Si devono capire le conseguenze delle proprie scelte. Se stai in silenzio allora forse quella persona compierà un'altra azione negativa. Non è colpa tua in ogni caso. Non devi farti avanti per salvare qualcuno. E' la persona che agisce così, è sua la colpa. Se non ti fai avanti e quaranta anni dopo scegli di parlare, volendo che le persone ti credano, non accadrà. Bisogna capire che le persone non penseranno sia vero quando hai deciso di non parlarne anni prima e ora non può essere dimostrato e non si può fare giustizia. Quindi fate quello che volete, ma rendetevi conto che ci sono delle conseguenze. Considerate tutti i costi e quello che volete. Nessuno dovrebbe dirvi che avete agito nel modo sbagliato". La Geimer ha proseguito: "E' stato triste vedere #MeToo ridotto a uno strumento per ferire delle celebrità e politici. Le donne meritano di meglio e dovremmo chiedere un cambiamento reale, non dei titoli a effetto".

Samantha, commentando le accuse a Woody Allen, ha quindi spiegato che bisogna tenere conto del sistema giudiziario e non ritiene giusto chiedere a qualcuno di odiare o punire senza che venga dimostrato il crimine: "Alle volte non si ottiene giustizia, alle volte non la vogliamo. Sostenere che il tuo recupero sia nelle mani di persone sonosciute che devono agire per conto tuo è qualcosa di davvero dannoso. Possiamo tutti riprenderci e guarire, a prescindere dalle circostanze e dalle conseguenze. E' importante ascoltare tutti. I verdetti e le conseguenze non vengono grazie alle prime pagine di un tabloid".

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Samantha ha poi spiegato di essere convinta che usare quanto accadutole per attirare attenzione o prendere una posizione non è qualcosa che approva perché non aiuta le vittime o la giustizia, aggiungendo: "Non credo nemmeno che chi ha commesso un crimine debba per sempre essere escluso dall'ottenere dei lavori o dal creare un'opera d'arte. E' semplicemente stupida come idea. Siamo tutti liberi di prendere la nostra decisione su cosa vedere e comprare, non abbiamo bisogno degli altri che ci impongano quello che chiamano morale e pretendano qualcosa".
Parlando della violenza e della rappresentazione delle donne nei film di Tarantino, la Geimer ha quindi concluso: "Se pensate che i film di qualcuno siano sessisti o violenti, o se non vi piace quella persona, deve essere una vostra scelta. Se non apprezzate non guardateli. Alla fine siamo persone libere, viviamo in America, possiamo dire o fare quello che vogliamo. Se non ci piace qualcosa non siamo obbligati a seguirla. Detto questo è bello quando si vede che ci sono più donne alla regia e persone che cercano di cambiare le cose affidando ruoli importanti alle donne. E' fantastico e spero accada sempre di più. Ma niente è per tutti e va bene. E' giusto dire 'Non mi piace', ma non si può censurare o incolpare le persone per qualcosa di cui non hanno colpa solo perché c'è della violenza nei loro film".

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