Su Marilyn Monroe se ne sono dette di tutti i colori, sia mentre la diva di Hollywood era ancora in vita, sia - soprattutto - dopo la sua morte. E oggi, a 100 anni dalla sua nascita, le speculazioni non accennano a fermarsi e il mistero intorno alla sua tragica morte è ancora affascinante. Anche se forse la parola "fine" alla vicenda più controversa dello star system potrebbe essere arrivata.
Era l'agosto del 1962 e l'attrice aveva appena 36 anni quando venne trovata senza vita nel suo appartamento. Da allora, sulla sua fine si sono inseguite ipotesi, ricostruzioni, sospetti e teorie di ogni genere, dal suicidio all'omicidio, fino alle teorie del complotto legate alla famiglia Kennedy. Ora un nuovo libro prova a cambiare prospettiva.
Marilyn Monroe, il libro che riapre il caso sulla sua morte
La biografia I want to be loved by you, firmata da Andrew Wilson, non punta sulla pista dell'assassinio e non si ferma nemmeno all'idea del suicidio. Secondo l'autore, la morte di Marilyn potrebbe essere stata causata da un errore medico, legato ai farmaci che le erano stati prescritti nelle ultime settimane di vita. Una lettura meno cinematografica di quelle a cui siamo abituati, forse, ma proprio per questo più credibile.
Nella ricostruzione di Wilson, un ruolo centrale lo avrebbe avuto Hyman Engelberg, il medico di fiducia di Marilyn Monroe. Per anni Engelberg negò di aver prescritto all'attrice l'idrato di cloralio, un sedativo che poteva diventare pericoloso se assunto insieme ad altri medicinali. Durante le ricerche per il libro, però, l'autore avrebbe trovato una ricetta battuta all'asta nel 2011 con la firma del medico.
È questo il punto da cui parte la nuova ipotesi. Quel farmaco, secondo l'autore, sarebbe stato assunto insieme al Nembutal, un barbiturico che Marilyn stava già prendendo da tempo. La combinazione dei due medicinali avrebbe potuto avere effetti fatali, soprattutto in un momento in cui la diva era già molto fragile.
Gli ultimi mesi, infatti, non furono semplici per l'attrice di A qualcuno piace caldo. Era stata allontanata da un film, stava affrontando un periodo di depressione e viveva il peso di una fama enorme, capace di renderla immortale ma anche di schiacciarla. Dietro l'immagine luminosa della star più desiderata di Hollywood c'era una donna stanca, vulnerabile e circondata da pressioni difficili da gestire.
L'ultima notte di Marilyn e il dubbio sul ritardo nei soccorsi
Come ormai sappiamo, la notte della morte, Marilyn Monroe si trovava nella sua camera da letto. A dare l'allarme fu la governante Eunice Murray, che chiamò lo psichiatra dell'attrice, Ralph Greenson. Fu lui a entrare nella stanza rompendo una finestra e a trovarla senza vita. Solo dopo venne chiamato Engelberg, che constatò il decesso.
Nel libro, Wilson si sofferma anche su un dettaglio che continua a far discutere: prima che venisse avvertita la polizia sarebbe passata circa un'ora. Secondo la sua ricostruzione, inoltre, sarebbe stato proprio Engelberg a parlare agli investigatori dell'ipotesi del suicidio.
Ma l'autore definisce la morte di Marilyn un incidente, oltre che "un catastrofico errore di valutazione". Il motivo? "Il dottor Engerlberg all'epoca attraversava un momento complicato, si stava separando dalla moglie Esther, e credo sia entrato nel panico", afferma al Sunday Times.
E sottolinea un dato impressionante: negli ultimi due mesi di vita, all'attrice sarebbero state prescritte ben 830 dosi di medicinali. Una quantità enorme, che ben racconta quanto la situazione fosse delicata e quanto poco fosse stata protetta.
Marilyn Monroe, però, non è solo il mistero della sua morte. È anche la donna che provò a sfuggire al ruolo di bionda ingenua costruito da Hollywood. Leggeva, studiava, voleva essere presa sul serio e fondò persino una sua casa di produzione in un'epoca in cui alle attrici veniva concesso pochissimo potere. Dietro l'icona c'era una donna che chiedeva spazio, ascolto e libertà e che, proprio per questo, rimane immortale.