Kristen Stewart: "Non posso più lavorare liberamente negli USA, vorrei imporre film fatti in Europa"

Kristen Stewart sta riscrivendo le coordinate della sua carriera, cercando fuori Hollywood quella libertà creativa che, secondo lei, oggi negli Stati Uniti è sempre più difficile da praticare.

Un ritratto di Kristen Stewart

Kristen Stewart spiega perché oggi fatica a lavorare negli Stati Uniti e guarda all'Europa come spazio creativo privilegiato. Tra politica, libertà artistica e regia, l'attrice-regista ridefinisce il suo rapporto con Hollywood e il pubblico americano.

L'America come limite creativo

Nel corso di una recente intervista al The Times, l'attrice e regista Kristen Stewart ha parlato senza filtri del suo rapporto sempre più complesso con il sistema produttivo statunitense. Alla domanda se si vedesse lavorare ancora a lungo negli Stati Uniti, Stewart ha risposto secca: "Probabilmente no". Una frase che non nasce da disillusione artistica, ma da una sensazione più profonda di costrizione. "Non riesco a lavorare liberamente lì", ha spiegato, chiarendo però di non voler recidere del tutto il legame con il pubblico americano: "Mi piacerebbe fare film in Europa e poi ficcarli giù per la gola al pubblico statunitense".

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Kristen Stewart in una foto

Dietro l'ironia, c'è una posizione politica e culturale molto netta. Stewart ha collegato il suo disagio al clima attuale degli Stati Uniti, citando apertamente le politiche dell'amministrazione Trump, comprese le ipotesi di dazi e interventi sull'industria cinematografica. "La realtà sotto Trump si sta completamente sgretolando", ha dichiarato, aggiungendo però: "Ma dovremmo prendere spunto dal suo esempio e creare da noi la realtà in cui vogliamo vivere". Per lei, creare realtà significa fare cinema, continuare a interrogarsi sul mondo e trasformare ogni domanda in una possibile storia.

Questa distanza dagli Stati Uniti non equivale a un rifiuto dell'America come pubblico o come immaginario, ma piuttosto a un rifiuto delle sue attuali strutture produttive. Stewart sembra suggerire che oggi, per raccontare storie intime, radicali o scomode, sia necessario spostarsi fisicamente e simbolicamente altrove, trovando nuovi spazi di manovra lontano dalle pressioni industriali e politiche.

L'Europa, la regia e The Chronology of Water

Non è un caso che il debutto alla regia di Stewart, The Chronology of Water, sia stato girato in Lettonia. L'attrice ha spiegato che realizzare quel film negli Stati Uniti "sarebbe stato impossibile". Non solo per questioni logistiche, ma proprio per il tipo di libertà emotiva e produttiva richiesta dal progetto. Adattamento del memoir di Linda Yuknavitch, il film - interpretato da Imogen Poots - è stato accolto con entusiasmo dalla critica, confermando Stewart come una voce registica da prendere molto sul serio.

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Kristen Stewart in una scena

Il percorso che l'ha portata dietro la macchina da presa non è improvvisato: dopo videoclip musicali e il corto Come Swim (2017), Stewart ha affinato uno sguardo personale, frammentato e corporeo, lontano dalle narrazioni tradizionali. The Chronology of Water, uscito con distribuzione limitata il 9 gennaio 2026, rappresenta il punto di sintesi di questo percorso: un film che nasce fuori dagli Stati Uniti ma dialoga apertamente con il loro pubblico, come lei stessa auspica.

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Per Stewart il cinema non è una carriera, ma un linguaggio esistenziale. "È il modo in cui mi relaziono al mondo", ha spiegato. "Mi chiedo sempre: come possiamo trasformare questa cosa in un film?". In questa dichiarazione c'è la chiave di tutto: non importa dove si giri, ma quanto spazio si abbia per pensare, sbagliare e osare. E oggi, per Kristen Stewart, quello spazio sembra trovarsi soprattutto oltre l'Atlantico.