Essere candidata agli Oscar dovrebbe significare champagne, sorrisi e gratitudine, per Wunmi Mosaku, star di I Peccatori, invece, questo momento storico della sua carriera è attraversato da un'inquietudine profonda. Tra lutti, proteste e politica, l'attrice riflette su cosa significhi celebrare quando il presente sembra negare ogni leggerezza.
Una nomination che pesa
Per Wunmi Mosaku, candidata come miglior attrice non protagonista per il ruolo di Annie in I Peccatori di Ryan Coogler, la gioia della prima nomination agli Oscar è arrivata accompagnata da un senso di straniamento difficile da ignorare. In un'intervista al Times of London, l'attrice ha parlato apertamente di quanto le sia risultato "veramente distopico" vivere questo traguardo mentre negli Stati Uniti si consumavano episodi di violenza legati alle operazioni dell'Immigration and Customs Enforcement.
"Non sono riuscita a festeggiare per quello che sta succedendo adesso, con le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell'ICE in Minnesota e il rapimento di un bambino di cinque anni", ha spiegato. "È difficile tenere insieme la nomination e le notizie, perché una è qualcosa di bello e l'altra è così buia e pesante; davvero distopico. Come potrei uscire, comprare da bere e godermi il momento?".
Parole che restituiscono il senso di una frattura emotiva: da un lato il riconoscimento dell'industria cinematografica, dall'altro una realtà che rende ogni celebrazione quasi offensiva. Mosaku racconta anche una differenza di percezione con il marito, meno sorpreso dalla brutalità delle notizie: "C'è una strana psiche americana per cui accadono cose terribili e il giorno dopo le persone vanno comunque al lavoro. Io invece resto sotto shock per una settimana e penso: "Come fanno ad andare in luoghi affollati dopo che è successo questo?"". La sua reazione, aggiunge, "gli ricorda che tutto questo non è normale".
Attivismo, rappresentazione e un ruolo che va oltre lo schermo
Le parole di Wunmi Mosaku si inseriscono in un coro sempre più ampio di voci pubbliche che hanno criticato le politiche migratorie aggressive dell'amministrazione Trump e l'operato dell'ICE. Negli ultimi mesi, figure come Billie Eilish e Bad Bunny hanno preso posizione durante eventi mediatici come i Grammy, mentre Bruce Springsteen ha pubblicato un brano che parla apertamente di "terrore di Stato" a Minneapolis dopo le morti di Good e Pretti. Anche ai recenti Spirit Awards, Natasha Rothwell, Tessa Thompson e Kumail Nanjiani hanno manifestato contro l'agenzia federale.
Eppure, accanto al dolore e alla rabbia, Mosaku non rinnega il valore profondo della sua nomination. Parlando con The Hollywood Reporter subito dopo l'annuncio, aveva raccontato quanto quel riconoscimento fosse significativo soprattutto per la risposta ricevuta dalle donne nere. "Sapere come molte donne nere si sono sentite vedendomi rappresentare questo personaggio - sentirsi amate, morbide, forti e potenti, con tutta la nostra umanità, il nostro mistero, la nostra spiritualità e il legame con gli antenati - è stato incredibilmente curativo", aveva spiegato. "Sapere che questo personaggio viene celebrato nella stagione dei premi è qualcosa che non prendo alla leggera".
L'attrice ha poi voluto sottolineare il ruolo centrale di Ryan Coogler nella creazione di Annie: "Sono grata alle persone che hanno arricchito Ryan per dargli questo dono e per vedere noi donne nere in tutta la nostra umanità e delicatezza. Lui ama profondamente le donne nere: ha scritto quel ruolo e ha scelto me. Non è stato contaminato dal capitalismo o da idee prefabbricate su femminilità e bellezza".
In questo equilibrio fragile tra orgoglio artistico e responsabilità civile, la voce di Mosaku diventa qualcosa di più di una testimonianza personale: è il ritratto di un'industria che celebra mentre il mondo, fuori dalla sala dei premi, chiede attenzione, memoria e coscienza.