La morte di Paola Caputo, avvenuta nel 2011 durante una sessione di bondage a Roma, torna sotto i riflettori con la nuova puntata di Belve Crime. Il caso, segnato da pratiche erotiche estreme e da una successiva condanna per omicidio colposo per Soter Mulè, viene ripercorso attraverso la testimonianza dell'ingegnere romano.
La dinamica della serata del 2011
Secondo quanto ricostruito nelle indagini e negli atti processuali, la tragedia avviene nel seminterrato (un garage) dell'Agenzia delle Entrate in via Settebagni a Roma. Paola Caputo, insieme a un'altra ragazza e a Soter Mulè, prende parte a una sessione di bondage, pratica erotica basata su legature e restrizioni fisiche consensuali. La serata, inizialmente impostata come esperienza già sperimentata in passato, evolve verso una variante più complessa e rischiosa, che include sospensioni del corpo e l'utilizzo di corde anche attorno al collo.
Il punto critico: la perdita di controllo e la morte di Paola Caputo
È durante questa fase che la situazione precipita. Paola Caputo perde conoscenza nel corso della sessione. La dinamica esatta è stata oggetto di accertamenti giudiziari e perizie, che hanno evidenziato una rapida perdita di controllo della situazione. L'altra partecipante viene soccorsa e trasportata in ospedale, mentre per la giovane non vi è nulla da fare. La causa del decesso viene ricondotta a un quadro di asfissia.
Il percorso giudiziario di Soter Mulè
Il caso di Paola Caputo ha seguito un lungo iter nei tribunali italiani:
- 2013 - Primo grado: condanna a 4 anni e 8 mesi
- 2015 - Appello: riduzione della pena a 3 anni
- 2016 - Cassazione: condanna definitiva a 3 anni per omicidio colposo
La qualificazione del reato ha escluso la volontarietà, riconoscendo invece una responsabilità legata a imprudenza e negligenza nella gestione di una situazione ad alto rischio.
Il confronto con Francesca Fagnani a Belve Crime
Il punto centrale dell'intervista riguarda l'istante in cui Paola Caputo perde conoscenza durante la sessione. Mulè dice di aver provato a intervenire immediatamente, ma di non essere riuscito a salvarla in tempo: "Non ho potuto fare nulla", ammette. Francesca Fagnani gli ricorda che il suo non intervento è dovuto alla mancanza di strumenti di sicurezza adeguati per gestire un'emergenza: "Lei non ha potuto fare abbastanza perché non aveva neanche gli strumenti come avrebbe dovuto avere", come forbici utili a liberare rapidamente le corde in caso di pericolo.
La parte più intensa dell'intervista riguarda le conseguenze personali. Mulè racconta di vivere da anni con un profondo senso di colpa, di non essere più riuscito ad avere relazioni sentimentali stabili e di aver attraversato momenti di forte crisi emotiva."Vivo nel senso di colpa di non averla salvata. Da allora non ho avuto più rapporti. Troppe paure, voglio evitare che possano più succedere certe cose". Soter Mulè parla anche di pensieri suicidi avuti nel corso degli anni, descrivendo la morte di Paola come una ferita che non si è mai rimarginata.