Roberto Savi e la Uno Bianca: chi è il volto della banda criminale

Ex assistente della Polizia e figura chiave della Banda della Uno Bianca, Roberto Savi torna al centro dell'attenzione tra cronaca nera, crimini e il racconto delle vittime ancora oggi.

Roberto Savi durante un'udienza in Tribunale

Andrà in onda questa sera, martedì 5 maggio, in prima serata su Rai 2, l'appuntamento inaugurale della nuova stagione di Belve Crime. Il piatto forte della serata, condotta da Francesca Fagnani, è l'attesissimo e controverso faccia a faccia con uno dei criminali più spietati della cronaca italiana: Roberto Savi. Dopo 32 anni di silenzio interrotti solo dalle aule di tribunale, l'ex poliziotto torna a parlare dal carcere di Bollate, promettendo rivelazioni che potrebbero scuotere le verità processuali finora accertate.

Chi è Roberto Savi: Il "corto circuito" dello Stato

Roberto Savi non è un criminale qualunque. Ex assistente capo della Questura di Bologna, è stato la mente e il braccio operativo della Banda della Uno Bianca. La sua figura rappresenta uno dei più terribili "corti circuiti" delle istituzioni italiane: un servitore dello Stato che, di notte e nei momenti di libertà, usava le armi e le competenze fornitegli dalla Polizia per seminare il terrore. Insieme ai fratelli Fabio e Alberto (anche lui poliziotto) e altri colleghi, ha guidato un gruppo capace di muoversi con precisione militare, sfruttando la conoscenza delle frequenze radio e dei turni di pattuglia per sfuggire alla cattura per ben sette anni.

I Crimini: Una scia di sangue lunga sette anni

Tra il 1987 e il 1994, la banda ha segnato la storia dell'Emilia-Romagna con una ferocia senza precedenti. Il bilancio finale è agghiacciante:

  • 24 morti e 102 feriti.
  • 103 azioni delittuose, le rapine complessivamente in 7 anni ebbero come obiettivo: 22 banche, 18 caselli autostradali, 20 distributori di benzina, 15 supermercati, 9 uffici postali, 1 armeria e una tabaccheria.
  • L'eccidio del Pilastro (gennaio 1991), dove furono trucidati tre giovani carabinieri.
  • Rapina con omicidio armeria di Bologna (aprile 1991), vennero uccisi Licia Ansaloni, titolare dell'esercizio, e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione.
  • Agguati razzisti contro campi nomadi e venditori ambulanti.

La banda sceglieva spesso la Fiat Uno Bianca come auto per i colpi, un modello talmente comune da rendere il gruppo "invisibile" agli occhi degli investigatori, fino alla svolta del 1994.

Francesca Fagnani
Francesca Fagnani

La polemica: "Un'operazione disgustosa e sospetta"

L'intervista di stasera ha già sollevato un polverone di polemiche durissime da parte dei familiari delle vittime. Alberto Capolungo, presidente dell'Associazione Vittime della Uno Bianca e figlio di Pietro Capolungo (l'ex carabiniere ucciso dalla banda nell'armeria di via Volturno nel 1991), ha espresso una ferma condanna verso la scelta editoriale di dare spazio a Savi.

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Capolungo non ha usato giri di parole, definendo l'intervista a Belve Crime: "Un'operazione disgustosa e sospetta", aggiungendo "A noi in Senato sono concessi quattro minuti, lui avrà a disposizione un programma televisivo". Il sospetto espresso dai parenti delle vittime è che questa "vetrina" televisiva possa servire a Savi per lanciare messaggi ambigui o tentare di accreditarsi come depositario di segreti legati ai servizi deviati, nel tentativo di ottenere benefici o manipolare ancora una volta l'opinione pubblica.