Zustìssia, recensione: impegno civile in un film umano

Francesco Piras porta al cinema la storia vera di Beniamino Zuncheddu in un film composto ma, al contempo, socialmente infuocato. Grande scrittura e grande prova dei protagonisti, Michele Riondino e Fabrizio Ferracane

Riondino e Ferracane in Zustìssia

A giudicare dal risultato, non si direbbe mica che Zustìssia sia diretto da un regista che, prima d'ora, non si era mai cimentato con un lungometraggio. Non si direbbe perché quello del bravo Francesco Piras - alle spalle alcuni cortometraggi e diversi lavori come direttore della fotografia - è un film maturo, vero, stabile rispetto all'idea di un cinema che torna a parlare davvero. Niente svolazzi o ghirigori, ma cinema coerente ed elegante. Cinema sociale, qualcuno direbbe, di quello che oggi non se ne fa più. Sociale sì, ma pure umano, aggiungiamo noi.

Zustissia Film
Paola Giannini, Fabrizio Ferracane e Michele Riondino

Zustìssia, che porta in scena una storia vera dai tratti che sarebbero kafkiani se non fossero già abbastanza drammatici da apparire assurdi, è - citiamo il regista - "un atto politico e poetico insieme". Da una parte la presa di posizione capace di smascherare, anche con forza, le contraddizioni delle istituzioni e la "vulnerabilità dell'individuo di fronte al potere"; dall'altra, c'è lo spaccato umano di un cittadino fiero, che non è mai venuto meno al patto sancito verso di sé e verso i suoi cari: difendersi da un'ingiustizia lunga trentatré anni.

Zustìssia, la storia di Beniamino Zuncheddu

L'ingiustizia di cui sopra, ingiustificabile e contestualmente pericolosa (perché potrebbe capitare a tutti), è quella che ha subito il mite Beniamino Zuncheddu (interpretato dall'ottimo Fabrizio Ferracane), un pastore sardo che, nel 1991, è stato accusato di aver ucciso tre uomini e ferito un quarto (l'episodio di cronaca è ricordato come la strage di Sinnai, apice di un'epoca complicata per la Sardegna).

La testimonianza dell'unico sopravvissuto, elemento di un'accusa fraudolenta e prontamente costruita, porterà a un giudizio sommario capace di inchiodare Beniamino al "fine pena mai". L'assoluzione, a seguito di una revisione del processo avvenuta grazie all'impegno dell'avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino), arriverà solo il 26 gennaio 2026.

Un film che parla di dignità

Zustìssia, per volere dell'autore, è un film di persone e non di personaggi, di luoghi che riescono a parlare definendo caratteristiche, pensieri e identità (evitando di inseguire il reale). Il senso del luogo e della terra per Piras sono al contempo condanna e salvezza. In mezzo, un ciclo di ottusa reclusione durato fin troppo e a lungo ignorato. Una storia, quella del tenero Zuncheddu, che sembra tracciata per essere declinata al cinema. Per questo il film di Piras, pur essendo composto, riesce a essere focoso, quasi incandescente per via dell'urgenza che porta avanti.

Ecco, l'urgenza e pure il sentimento. Lo dice il regista: "In questo atto formale, fatto di immagine, suono e tempo, abbiamo cercato un senso, oltre la cronaca dei fatti. Non spiegare o illustrare, ma evocare, aprire una risonanza emotiva". Questa è la base fondamentale per arrivare al pubblico. Senza sbracciare, c'è un forte parallelismo tra l'epopea di questo sventurato pastore sardo, su cui lo Stato miope e disumano si è accanito, e l'approccio applicato dal regista: il silenzio viene prima del rumore, lo sguardo viene prima delle parole. La dignità, in qualche modo, è il centro di gravità del film.

Ottima scrittura e ottima presa

A proposito di parole, Zustìssia è la dimostrazione di quanto la sceneggiatura faccia sempre la differenza: in questo caso a firmarla sono stati Lisa Nur Sultan (che dimostra di essere brava anche al di fuori della commedia) e Niccolò Gentili, adattando il libro Io sono innocente firmato dall'avvocato Trogu e da Zuncheddu.

Piras, che sa usare al meglio i colori (Sandro Chessa alla fotografia), gli spazi, il tempo e pure gli attori (oltre Riondino e Ferracane ci sono Paola Giannini, Geppi Cucciari, Francesco Colella e Philippine Leroy-Beaulieu) creando il giusto pathos senza però approfittarsi del materiale umano a disposizione, intende avvicinarsi il più possibile al concetto di verità, mostrandoci quanto essa sia oggi minacciata. Zustìssia è un'opera che si regge volutamente sul tema del contrasto e dell'esposizione (un uomo solo che si porta addosso il peso di una condanna tanto illegale quanto legittimata), dando forma e sostanza a un cinema che non ha paura di osservare e poi di sentenziare tutto il suo disappunto. Finalmente.

Conclusioni

Il bravo Francesco Piras con Zustissia racconta, con umanità e rispetto la storia vera di Beniamino Zuncheddu, vittima di un'ingiustizia durata oltre vent'anni. Un film composto, elegante, dalla regia sicura ma mai invasiva. Al contempo, quello di Piras è anche un'opera socialmente infuocata, che non ha paura di prendere posizione. Grande scrittura e poi grande prova dei protagonisti, Michele Riondino e Fabrizio Ferracane.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La regia di Piras.
  • Gli interpreti, ottimi.
  • La storia declinata con rispetto e umanità.
  • Il finale.

Cosa non va

  • Forse la prima parte corre un filo troppo veloce. Ma è un dettaglio.
Aggiungici come fonte preferita su Google