Essere femminili: ovvero l'insieme di tutte quelle qualità che la società impone spesso alle giovani (e meno giovani) donne. Sii delicata, posata, graziosa, curata, non alzare la voce, sii determinata ma mai aggressiva... insomma, una sfilza di imperativi spesso inutili, ottimi solo a coprire quei lati che, sempre secondo un certo tipo di mentalità, potrebbero risultare "sgradevoli". Se il film Barbie di Greta Gerwig ha dedicato a questo tema un intero, iconico monologo, il cinema non è certo l'unico medium a occuparsene.
Arriva infatti su Crunchyroll Young Ladies Don't Play Fighting Games, l'anime adattamento dell'omonimo manga scritto da Eri Ejima. Una storia scolastica folle e dalle premesse decisamente interessanti, che punta a distruggere alcuni degli stereotipi a cui purtroppo siamo ancora legati, specialmente quando si parla dell'accoppiata tra donne e videogiochi.
Young Ladies Don't Play Fighting Game: un "Giglio Bianco" a colpi di combo
Aya Mizuki si è imposta un ambizioso obiettivo all'elitaria Accademia Femminile Kuromi: diventare una signorina impeccabile e dai modi eleganti, proprio come la sua inarrivabile compagna Mio Yorozuya, denominata da tutti "Il giglio bianco" per l'aura signorile e delicata che emana. Molto spesso, però, le apparenze ingannano, perché anche le persone che ci sembrano perfette nascondono segreti che vogliono tenere privati; ed è esattamente il caso di Mio.
Aya, infatti, la sorprende accidentalmente a giocare ai videogiochi (pratica severamente vietata nel prestigioso istituto) e non a un titolo qualsiasi, ma a un picchiaduro hardcore. L'alunna perfettina è in realtà una videogiocatrice accanita e, dopo essere stata scoperta, non ci pensa due volte: vuole sfidare Aya a duello!
Una dichiarazione d'intenti tra ironia e provocazione
Quello che stiamo per esprimere è, ovviamente, un giudizio parziale basato esclusivamente sul primo episodio dell'anime, quindi non possiamo parlare per assoluti; eppure, l'incipit di Young Ladies Don't Play Fighting Games ci ha coinvolto e divertito fin da subito. Seppure imbastendo una situazione al limite dell'assurdo, la storia introduce piuttosto bene quelle che sembrerebbero le tematiche principali della serie, ovvero i cliché che vedono le giovani donne più adatte allo studio assennato e all'economia domestica piuttosto che al divertimento "violento" derivato da un certo tipo di videogiochi.
Aya e Mio fingono di far parte della massa per poter vivere liberamente le loro passioni, così da evitare lo spietato giudizio altrui che, di certo, mena più di una combo a segno. Se a questo aggiungiamo la componente yuri, per ora solo accennata, ecco che in meno di mezz'ora questo titolo sembra aver già firmato una vera e propria dichiarazione d'intenti: divertire e provocare lo spettatore. Fino a dove si spingerà? Ad oggi è difficile prevederlo.
Buona la prima, tra imperfezioni e tanta follia
Anche per quanto riguarda la parte tecnica la nostra opinione è necessariamente preliminare: al netto di qualche bella idea visiva, perfetta per mettere in scena le schermate di lotta e i menù tipici dei videogame, la serie si allinea a molte produzioni a medio budget. Sviluppata dallo Studio Diomedéa per la regia di Shota Ihata, la serie alterna animazioni sufficientemente fluide a momenti decisamente meno riusciti, facendo del suo meglio per camuffare quelle imperfezioni che (forse anche per questioni economiche o di tempo) non è stato possibile limare.
Il primo episodio, comunque, nel complesso fa il suo dovere: introduce le vicende in modo efficace, incuriosendo uno spettatore che, arrivato ai titoli di coda, vorrà sicuramente sapere fino a dove potrà spingersi la follia di queste due improbabili e meravigliose protagoniste.
Conclusioni
Il primo episodio di Young Ladies Don't Play Fighting Games è un debutto divertente e provocatorio capace di scardinare con ironia gli stereotipi sociali legati alle donne e al mondo dei videogiochi. Sotto l'aspetto tecnico, l'opera dello Studio Diomedéa si allinea alle produzioni a medio budget con animazioni altalenanti ma buone idee visive, centrando comunque l’obiettivo di catturare e stimolare la curiosità dello spettatore.
Perché ci piace
- L'idea di base, divertente e per ora ben realizzata.
- Le tematiche trattate con efficacia e ironia.
Cosa non va
- Le animazioni a volte piuttosto mediocri.