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WandaVision: perché è una serie che (forse) non ci meritiamo

Un approfondimento su WandaVision, la serie Marvel Studios su Disney+ che gioca con lo spettatore mettendolo a dura prova.

APPROFONDIMENTO di 23/01/2021
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WandaVision: Paul Bettany, Elizabeth Olsen e uno sguardo romantico

Alla fine bastava attendere un po', anche se il pregio della pazienza sembra non appartenere più alla fruizione dell'audiovisivo. Giunti alla terza puntata (di 9 totali), WandaVision inizia a smascherarsi e a rendere ancora più espliciti i riferimenti alla grande saga del Marvel Cinematic Universe. Lo fa a modo suo, coi suoi tempi e con le sue modalità, così distanti da quanto i Marvel Studios ci avevano abituato fino ad ora. In queste tre puntate della prima serie ufficiale, ormai diventata inizio della Fase 4 e disponibile su Disney+ abbiamo assistito a un viaggio attraverso le sitcom degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, in un miscuglio di comicità (anche un po' datata) e mistero. Troppo criptica per essere prevedibile, troppo diversa da ciò che lo spettatore medio si aspetta da un prodotto di supereroi, WandaVision mette alla prova risultando, forse, un'opera sin troppo sperimentale. Un prodotto da bocciare, quindi? Assolutamente no! È indubbio, però, che WandaVision, non riuscendo ad appassionare fin da subito il proprio pubblico, ha generato una frattura (anche se, siamo sicuri, potrà essere facilmente risanata col proseguimento degli episodi) e una discussione su cui sentiamo di soffermarci. È forse una serie d'avanguardia e autoriale non adatta a tutti oppure siamo noi spettatori a non essere disposti e pronti ad accettare qualcosa che vada oltre il nostro stesso pigro sguardo? Arrivati alla fine del terzo episodio potremmo affermare, parafrasando un'altra opera supereroistica, che WandaVision è la serie di cui abbiamo bisogno, ma che (forse) non ci meritiamo.

Una nuova fase per il Marvel Universe

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WandaVision: Elizabeth Olsen e Paul Bettany

Non doveva andare così, ma è successo: WandaVision ha aperto ufficialmente la cosiddetta Fase 4 del Marvel Cinematic Universe, anticipando l'uscita al cinema (ancora nel limbo) di Black Widow e mostrandosi al pubblico prima dell'altra serie originale su Disney+, ovvero The Falcon and The Winter Soldier. Dopo più di un anno senza prodotti Marvel, l'arrivo di una serie particolare e stramba come WandaVision non solo ha causato giubilo e divertimento per gli appassionati della saga, pronti come non mai a ritornare in quelle atmosfere che tanto amano da più di dieci anni e 23 film, ma anche un livello di aspettativa altissimo. Salvo poi trovarsi di fronte a una sitcom in bianco e nero, di stampo anni Cinquanta (quindi "vecchia" di settant'anni) con tanto di risate preregistrate. Dov'è l'azione? Dov'è lo spettacolo? Dove sono i supereroi? Ma soprattutto, cosa stiamo vedendo? Sono queste le domande che gran parte del pubblico si è posto alla fine del primo venerdì di pubblicazione, tra chi si sentiva già innamorato delle vicende personali di Wanda Maximoff e Visione e chi, invece, si è trovato un prodotto che non corrispondeva agli standard che si aspettava. La Fase 4 del Marvel Cinematic Universe dovrebbe avere come punto di forza l'ingresso del Multiverso, ovvero l'unione di diverse realtà alternative (si parla di camei importanti per il terzo Spiderman) che andranno a fondersi tra loro. Ma anche conoscendo quest'aspetto, il mondo rappresentato in WandaVision appare così artificiale e così fine a sé stesso da non acchiappare in maniera lesta il pubblico. Una serie così attesa eppure così presto criticata. Dove sta l'errore? Perché non è scattata la scintilla?

Il tempo di uno schiocco di dita

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WandaVision: Paul Bettany ed Elizabeth Olsen in una scena in bianco e nero della serie Marvel

Per rispondere a queste domande occorre partire da ciò che è venuto prima di WandaVision, abbandonando il piccolo schermo televisivo per tornare brevemente a parlare del grande schermo cinematografico. 23 film in undici anni, tutti a raccontare un'unica grande saga culminata in un crossover spettacolare capace di infrangere ogni tipo di record (parliamo, ovviamente di Avengers: Endgame): la macchina editoriale dei Marvel Studios, non senza qualche minoranza critica, è stato il fenomeno cinematografico degli anni Dieci del 2000, capace di appassionare ogni tipologia di spettatore, magari - ammettiamolo - non allo stesso modo e con alti e bassi tra i film stessi, dal bambino all'adulto e ampliandolo sempre di più attraverso personaggi in cui identificarsi (Captain Marvel, Black Panther, Spiderman). Un fenomeno capace di mettere al tappeto persino un marchio gigante come Star Wars (perlomeno al cinema), ma allo stesso tempo talmente sicuro della sua formula da reiterarla costantemente. Non è un caso che uno dei film più amati del franchise sia quell'Avengers: Infinity War che capovolgeva le aspettative e aggiungeva un tocco tragico ed epico che fino a quel momento, attraverso la commedia e l'umorismo, si era sempre tenuto ai margini. Lo shock provocato da quel finale, oltre a potenziare l'attesa per il capitolo finale dell'anno successivo, è stato tale proprio per aver inserito elementi "nuovi" al diciannovesimo film. Ma era, appunto, un film: in due ore e mezza, in un'unica soluzione, avevamo il tempo di seguire una storia che trovava un suo finale, seppur provvisorio. Non accade la stessa cosa con la sperimentazione e gli elementi "nuovi" di WandaVision proprio per la natura del prodotto: mezz'ora settimanale, una storia che rimane aperta, con una lunga - si fa per dire - attesa tra un episodio e l'altro. In un'epoca di bingewatching selvaggio, in cui si è capaci di divorare una serie tv nel tempo di un weekend, la vera sfida per lo spettatore di WandaVision è quella di portare pazienza e attendere. Per cambiare l'intero universo, Thanos ci mette il tempo di uno schiocco di dita. Noi spettatori siamo uguali: desideriamo che tutto si risolva e si comprenda nello stesso lasso di tempo.

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Il piacevole rischio del cambiare

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WandaVision: un'immagine della serie

Dovremmo saperlo, proprio perché appassionati dei nostri eroi sullo schermo. Il cambiamento fa parte della vita. Il percorso che vivono i personaggi attraverso le loro imprese eroiche è sempre un percorso di cambiamento (il famoso e stracitato viaggio dell'eroe): pensiamo a Tony Stark e a come evolve dal primo film del 2008 al finale di Avengers: Endgame per fare un esempio. Estendendo lo sguardo, possiamo vedere (e dobbiamo accettarlo, soprattutto) che persino i marchi e i franchise sono predisposti al cambiamento. Il mondo in cui viviamo si muta, si trasforma (l'energia stessa lo fa), perché non dovrebbero farlo le opere audiovisive? Il problema in particolare dei Marvel Studios (ma non solo, pensiamo al clamore suscitato da Star Wars: Gli ultimi Jedi rispetto a un film più rassicurante come Il risveglio della Forza) è stato quello di non abituare il proprio pubblico al cambiamento. In 23 film pochissimi sono stati i veri esperimenti per cambiare una formula consolidata, quasi nulli i prodotti che si distaccavano dal grande progetto, anche solo da un punto di vista stilistico. È stata la critica più blasonata e ripetuta: "una serie tv prestata al cinema" dove per "serie tv" si intendeva un prodotto con un look sempre uguale e film che si assomigliavano un po' troppo tra loro. Il punto è che andava bene così: il pubblico non chiedeva alcun tipo di cambiamento, quel progetto piaceva e piaceva sempre di più film dopo film. Ma c'è da dire che raramente il pubblico, se le esigenze sono soddisfatte, richiede qualcosa di diverso. Il vero errore è stato quello dei Marvel Studios, che hanno protetto e coccolato quel pubblico poco esigente, senza mai dimostrare o dare alcun tipo di indizio che qualcosa sarebbe cambiato, specie se l'obiettivo era quello di costruire una nuova saga, un nuovo inizio.

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"Il vento che soffia porta novità"

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WandaVision: una particolare scena della serie

E, seguendo le parole della sigla italiana, di novità ne ha portate parecchie. Non solo WandaVision costringe lo spettatore a soddisfare la sua fame vorace di supereroi attraverso puntate da mezz'ora alla settimana, ma scandisce attraverso piccoli indizi il grande mistero della serie. È chiaro che, col proseguire delle puntate, le cose si faranno sempre più chiare (e sempre più strambe, a giudicare da quanto successo in questo terzo episodio) ma al momento la serie richiede uno sforzo che lo spettatore abituato agli altri prodotti Marvel non è ancora disposto a fare. E si è visto attraverso una frattura, sempre più presente, tra accoglienza della critica (che lo considera uno dei migliori prodotti targati Marvel di sempre) e il pubblico che, al di là dei giudizi personali, è rimasto spiazzato e deluso. Forse questa forte bora di novità è arrivata troppo inaspettata, senza gradualità, cambiando il clima all'improvviso. Ma al di là dei pareri individuali sulla bontà del prodotto, a parere di chi scrive è preoccupante la chiusura che gli spettatori hanno dimostrato dopo aver visto solo un'ora scarsa della serie. I riferimenti al mondo televisivo delle sitcom americane degli anni Cinquanta potrebbe risultare un mero esercizio di stile, non lo neghiamo, ma non avere la pazienza di proseguire, non accettare un linguaggio vintage di una vecchia serialità e non partecipare al gioco (anche divertente) che WandaVision intende fare con lo spettatore, è sinonimo di una pigrizia all'approccio dell'audiovisivo che non fa male solo a una piattaforma streaming, ma a tutto il mondo dell'intrattenimento. La curiosità è essenziale, il piacere di perdersi nella giostra mai provata prima dovrebbe surclassare tutto il resto. I misteri indefinibili e le stranezze non dovrebbero essere un muro su cui infrangersi, ma una porta da aprire. E proprio nel terzo episodio, Wanda apre le finestre e fa entrare un forte vento. Lo accoglie a braccia aperte, respirando a pieni polmoni. Anche lo spettatore dovrebbe fare lo stesso con questo vento di novità.

"Si sente nell'aria, tutto cambierà"

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WandaVision: Teyonah Parris nella serie Marvel

Perché oltre a correre il rischio di far abortire le idee e le immense possibilità che le opere audiovisive possono raccontare, così facendo il torto si ripercuote su di noi. Il rischio è quello di rimanere intrappolati nel passato, come forse sta accadendo nella serie stessa, che sembra ambientata nella mente di Wanda incapace di accettare il presente e i lutti (la morte del fratello Pietro in Avengers: Age of Ultron e di Visione in Avengers: Infinity War), chiusi nella nostra cittadina fittizia e pronti a distorcere la realtà per continuare a rimanere nella nostra bolla di confort. Tutto deve cambiare, è necessario che lo faccia, perché è attraverso la novità che nascono nuove sfide ed è grazie alle nuove sfide che può proseguire il viaggio. E viaggiare significa vivere, crescere, maturare. Senza le nuove sfide Tony Stark non sarebbe diventato quel Tony Stark capace di sacrificarsi per il bene comune. Attenzione, però: non neghiamo che la visione di WandaVision possa risultare un po' ostica a chi non è abituato a un certo cinema più d'autore, più sperimentale, senza regole narrative fisse, ma è altrettanto essenziale che questa bellissima serie possa diventare anche il primo passo per oltrepassare quella porta. In un momento storico in cui si è costretti a rimanere chiusi in casa, è fondamentale aver voglia di uscire almeno da questi limiti autoimposti. Perché l'immaginazione e il potere delle storie sono senza confini. Sappiamo benissimo che, alla fine dei nove episodi, WandaVision avrà un senso compiuto e piacerà molto di più. Siamo certi che arriverà anche la buona dose di azione che i fan richiedono a gran voce e siamo convinti che i legami con il resto del Marvel Cinematic Universe non mancheranno. Così come al momento non mancano il coraggio e il divertimento di una serie così fuori dagli schemi che vuole premiare la nostra fedeltà per un viaggio di 11 anni e che sembra appena iniziato. Sta a noi dimostrare che la fiducia dei Marvel Studios non è mal riposta e che WandaVision è una serie di cui non solo abbiamo bisogno, ma che ci meritiamo pure.