Recensione La setta delle tenebre (2007)

Sebastian Gutierrez si cimenta per la terza volta dietro la macchina da presa stavolta nel vano tentativo di gettare le basi di un nuovo genere a metà tra il noir metropolitano e l'horror gotico.

'V' per Vampira

Violentata, dissanguata e poi creduta morta da due vampiri dediti alle orge e al glamour, la zelante reporter Sadie Black si risveglia in una cella frigorifera dell'obitorio e in qualche modo riesce a uscire. Impegnata nell'indagine sull'omicidio di una giovane frequentatrice degli ambienti goth di Los Angeles, Sadie capisce di essere rimasta vittima della stessa setta satanica che ha ucciso la ragazza e di essere finita in una sorta di limbo fra la vita e la morte. Decisa a non accettare la sua irreversibile condizione, Sadie farà di tutto per sterminare i responsabili della sua 'mutazione' cercando di trovare finalmente pace con una morte vera. Armata di una minuscola balestra d'argento Sadie si trasforma così in un'efferata serial killer decisa ad eliminare uno ad uno i membri della lussuriosa banda vampiresca. Ad aiutarla nell'impresa il detective Rawlins, che da poco ha perso la figlia diciottenne per mano dello stesso clan omicida.

Già sceneggiatore di Gothika, del recente brutto remake hollywoodiano di The Eye e di Snakes on a plane, Sebastian Gutierrez si cimenta per la terza volta dietro la macchina da presa (alle sue spalle il poliziesco Judas Kiss e un horror per la tv) stavolta nel vano tentativo di gettare le basi di un nuovo genere a metà tra il noir metropolitano e l'horror gotico. La setta delle tenebre è giocato tutto sulle atmosfere dark, sul contrasto tra luci ed ombre, sull'ambiguità dei personaggi, combattuti (neanche troppo convincentemente) tra i loro istinti bestiali e la loro coscienza. Niente denti aguzzi o collane d'aglio (solo lunghissimi proiettili d'argento) e non viene neanche mai pronunciata la parola vampiro, ma alla fine dei conti è di questo che si racconta senza un briciolo di inventiva o di originalità: di un gruppo di post-moderni e sofisticati succhiasangue della Los Angeles 'bene'. Scarsa la quantità di sangue sparpagliato, pochi gli effetti veramente speciali per un film che non decolla mai, che va avanti e indietro nel tempo tentando di svelare pian piano quel che appare già chiaro nei primi dieci minuti.

Ennesimo mediocre prodotto della Ghost House Pictures di Sam Raimi, La setta delle tenebre si allinea ai precedenti The Grudge, Boogeyman, The Messengers e compagnia cantando, arrivando in netto ritardo nelle sale italiane dopo un'uscita internazionale per lo più limitata all'Home Video.
La sensazione è di assistere ad un noioso e mai pauroso thriller televisivo, povero d'azione e di immaginazione, scandito da una fotografia sì d'effetto, ma non di certo degna di un premio Oscar come John Toll (due statuette e una nomination all'attivo, rispettivamente per Braveheart, Vento di passioni e La sottile linea rossa) e che non aiuta minimamente il film ad infondere il giusto pathos nello spettatore. La setta delle tenebre non passerà di certo alla storia come un bel film, né per l'interpretazione di una Lucy Liu a tratti spaesata e fuori ruolo, mai valorizzata a dovere sia dal punto di vista recitativo che in quello più prettamente coreografico, costretta in un personaggio dalle enormi potenzialità ma menomato dalle troppe velleità riflessive e moralistiche di Gutierrez. Per cosa lo ricorderemo? Qualcuno per gli ammiccamenti lesbo nella scena d'apertura, altri per le scene di nudo della Liu, ma i più lo ricorderanno per il bizzarro cammeo di Marilyn Manson, icona gotico-satanica della musica rock che, a sorpresa, anziché vestire i panni di un vampiro si cimenta (senza un filo di trucco in volto) in quelli di un anonimo barista ficcanaso, con tanto di canotta, tatuaggi e barbetta incolta. Un look distante anni luce dal suo solito.
A giudicare dagli incassi e dal successo riscosso in giro sembrerebbe scongiurato il pericolo di un sequel, ma il finale del film fa purtroppo temere il peggio.

Movieplayer.it

1.0/5