Ci sono film che ci spiazzano, che ci stupiscono e sanno ritagliarsi un angolino di attenzione in un mondo sovraffollato. The Social: Il prezzo della verità per noi è stato questo, perché per vari motivi non aveva acceso la nostra curiosità: non è la storia che ci interessava particolarmente di veder rappresentata, perché Aaron Sorkin ci piace più come sceneggiatore che come regista, perché il Facebook come tema ci sembrava oggi meno preponderante di altri che percepivamo come più attuali e sensibili.
Invece la magia delle parole di Sorkin ha fatto effetto e siamo stati subito conquistati dal modo in cui la storia è stata raccontata, da un cast che riesce a darle forma, da quella tensione sottile che resta anche all'uscita dalla sala. Perché la storia che The Social tratteggia è anche la nostra storia contemporanea e perché echi di essa si propagano come cerchi sull'acqua a tutto l'ambito tecnologico e sullo spettro dei pericoli dell'IA. Sorkin lo sa e ha fatto sì che lo percepissimo.
La storia di un'inchiesta fondamentale
The Social: Il prezzo della verità, The Social Reckoning in originale, non è un sequel di The Social Network ma una storia autonoma che quasi casualmente torna a parlare di Facebook. Se il primo film scritto da Sorkin raccontava la nascita di quel fenomeno che ha cambiato il mondo di questo tipo di piattaforme di condivisione, l'attenzione si sposta con questo nuovo titolo su un suo aspetto più delicato: la gestione del suo pubblico, le dinamiche e logiche dell'algoritmo che sceglie cosa vediamo quando scrolliamo la nostra bacheca. Argomento delicato, per l'appunto, e approfondito dal giornalista Jeff Horwitz nella sua inchiesta sul Wall Street Journal grazie alle indicazioni di Frances Haugen, ingegnera di Facebook che gli ha consentito di aprire gli occhi su alcuni meccanismi del social network che aveva portato all'incremento di gruppi d'odio e altre derive problematiche.
Due volti per una resa dei conti
Vien da sé che il cuore di The Social siano i due protagonisti dell'inchiesta, Jeff Horwitz e Frances Haugen interpretati rispettivamente da Jeremy Allen White e Mikey Madison. I due formano una coppia di individui totalmente diversi tra loro, ma a loro modo complementari: lui preciso, con un approccio vecchio stampo e lontano dalla modernità al lavoro di giornalista, lei nerd nel senso più propriamente tecnologico del termine, appassionata, competente e pronta a sottolineare le mancanze del suo interlocutore in quanto a conoscenze matematiche e informatiche. Diversi, a tratti opposti, ma perfettamente funzionali alle dinamiche che Aaron Sorkin aveva in mente per il suo The Social.
Tra i due, a spiccare è soprattutto Mikey Madison, in un ruolo totalmente diverso da quello che ce l'aveva fatta apprezzare in Anora ma ugualmente d'impatto, tanto da permetterle di rubare la scena al pur bravo Jeremy Allen White che la affianca nel portare avanti l'inchiesta. Sono loro il cuore della storia, e quindi del film, lasciando poco spazio ai comprimari per emergere, anche quando si tratta di un peso massimo come Jeremy Strong, che offre un ritratto sopra le righe di Mark Zuckerberg.
L'attualità di The Social
Così come sono complementari i due protagonisti per approccio, atteggiamento e attitudini, così lo è The Social: Il prezzo della verità rispetto al film che l'aveva preceduto: non si tratta di un sequel ideale, ma di un film che va a completare alcune suggestioni introdotte dal The Social Network. Non è necessaria la visione del primo per seguire il secondo, ma il nuovo lavoro di Aaron Sorkin in qualche modo si va a incastrare con quel discorso, portandolo avanti, proseguendo una riflessioni sulle derive della tecnologia contemporanea. Per questo motivo arriva a parlare indirettamente anche di altri sviluppi contemporanei come l'IA, perché i pericoli insiti in essa non sono dissimili dalle derive dell'algoritmo Facebook che viene qui approfondito. Perché c'è un filo conduttore che accomuna entrambi i mondi gli ambiti: gli esseri umani che li gestiscono, la loro ambizione e fame di potere e soldi, che portano a derive potenzialmente pericolose.
Nel fare questa operazione, Sorkin costruisce la regia senza strafare e mettendola al servizio della storia, e confeziona un film che appassiona come alcune delle migliori storie giornalistiche, che racconta dinamiche complesse riuscendo a renderle comprensibili, che inquieta mostrando gli anfratti più preoccupanti di strumenti che usiamo tutti i giorni. E lascia con diversi spunti al termine della visione, accompagnandoci anche all'uscita della sala quando riprendiamo lo smartphone e torniamo a scrollare i nostri social.
Ed è sempre un importante valore aggiunto per un film di questo tipo.
Conclusioni
The Social: Il prezzo della verità si rivela un cinema d'inchiesta sorprendentemente urgente, teso e necessario. Aaron Sorkin firma un’opera che non guarda semplicemente al passato recente delle Big Tech, ma proietta un’ombra inquietante sul nostro presente e sul futuro dell'intelligenza artificiale. Sorretto da una straordinaria e magnetica Mikey Madison e da una sceneggiatura affilata come un bisturi, il film trascende il resoconto giornalistico per trasformarsi in un lucido thriller morale. Un tassello ideale che completa il discorso iniziato quindici anni fa con The Social Network, ricordandoci che il prezzo della verità, spesso, continua a essere pagato da noi utenti a ogni singolo scroll.
Perché ci piace
- I dialoghi incalzanti e brillanti di Aaron Sorking, capaci di rendere avvincenti e accessibili complessi meccanismi informatici e inchieste giornalistiche.
- Una Mikey Madison magnetica e tridimensionale, che domina la scena e regala al personaggio di Frances Haugen una straordinaria forza etica.
- Un racconto che travalica il caso Facebook per sollevare interrogativi profondi sui pericoli degli algoritmi e dell'IA nella vita quotidiana.
- Il contrasto metodologico ed emotivo tra il giornalista "vecchia scuola" di Jeremy Allen White e l'ingegnera informatica crea un'ottima dinamica a schermo.
Cosa non va
- Il cast secondario, compreso un Jeremy Strong sopra le righe nei panni di Zuckerberg, ha poco spazio per incidere davvero.
- La messa in scena di Sorkin è pulita ed efficace, ma meno iconica e visivamente audace rispetto alla regia di David Fincher nel film del 2010.