The Sisters Brothers

2018, Western

The Sisters Brothers, John C. Reilly: “Joaquin Phoenix, tener testa al suo talento è una sfida"

John C. Reilly presenta il western The Sister Brothers a Venezia insieme al regista e al cast del film.

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Il tempo dei cowboy granitici è finito. Il tempo dei duelli pieni di tensione è passato. Il western vecchio stampo, forse, è morto assieme a Gli spietati di Clint Eastwood, meraviglioso canto funebre di un genere fondamentale per il cinema. Da allora, tranne qualche sparuta eccezione come Terra di confine - Open Range e Bone Tomahawk, il western è stato ridefinito nella sua funzione epica, utilizzato come habitat di storie interessate ad andare oltre la mitologia di frontiera. Film complessi, ironici e cinici come Il grinta dei fratelli Coen a The Hateful Eight di Quentin Tarantino sono lì a ricordarci che la vecchia divisione netta tra buoni e cattivi, integerrimi e spietati non ha più motivo di esistere. Pare saperlo bene anche Jacques Audiard che con The Sisters Brothers, in concorso a Venezia 2018, ha messo un scena un western picaresco, pieno di ironia, amarezza e inettitudine. Il primo film in lingua inglese dell'apprezzato regista de Il profeta, tratto dal romanzo canadese Arrivano i Sister, è dedicato a due fratelli catapultati in una missione diversa da tutte le altre.

Eli e Charlie, sicari e mercenari abituati ad ammazzare per soldi, dovranno mettersi sulle tracce di un cercatore d'oro, ma questa volta qualsiasi piano sarà stravolto da un'avventura assurda e a tratti picaresca.
Grazie a un Joaquin Phoenix sporco e rozzo e a un John C. Reilly riluttante e tenero (il vero cuore del film), The Sisters Brothers ragiona sulle origini della società americana in bilico tra disincanto e speranza. Un'opera leggera che nasconde molto bene sotto il suo cappello da strambo cowboy una buona dose di profondità.

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Il western senza il western

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Stupore e curiosità. Comprensibile approcciarsi così a un film di un regista che finora si era tenuto lontano dall'immaginario western, preferendo altri toni e altri temi. Infatti The Sisters Brothers è il primo film diretto da Jacques Audiard non proveniente da una sua idea, da una sua necessità impellente. Il regista, approdato al Lido per l'anteprima del film, ha detto: "Per The Sisters Brothers devo ringraziare dei miei amici americani che mi hanno consigliato di leggere il romanzo. 'Arrivano i Sister' è un romanzo che mi ha affascinato subito, perché al suo interno ho intravisto un modo del tutto innovativo di intendere il western. È un genere di cui non mi definirei mai un esperto, né un appassionato, ma amavo molto quelli usciti negli anni Settanta. Tutte le trovate strambe e insolite che trovate nel film sono state riprese dal romanzo. Non essendo un esperto del genere, non ho avuto dei riferimenti precisi strettamente legati al western. Non ho mai pensato a Sergio Leone, ad esempio, ma mi sono fatto ispirare da film come Missouri e La morte corre sul fiume". Ironico e divertito anche in conferenza stampa, Audiard ha confermato senza problemi di aver giocato in modo un po' anarchico con un genere che non sente suo: "Sapete? Secondo me questo film, più che un western, è una fiaba, un racconto di formazione in cui i due protagonisti sono due adulti di 12 anni. È un film sui rapporti tra persone, sul senso della fraternità e basato su piccoli istanti di felicità. Anche perché tutta la mitologia del paesaggio e l'epica non mi appartiene".

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Un amorevole bastardo

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Nonostante la presenza di due star come Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal, The Sisters Brothers trova nell'amabile personaggio di John C. Reilly il suo cuore pulsante. Tenero, affezionato a un fratello problematico e vicino al suo amore lontano, il suo Eli Sisters è un amorevole bastardo che prova a capire il senso delle sue azioni nel mondo. Arrivato a Venezia con il suo solito sorriso bonario, l'attore americano ha dichiarato: "Io e mia moglie abbiamo ricevuto il manoscritto del libro prima dell'uscita del romanzo, e devo dire di essere subito rimasto colpito da Eli. È un personaggio molto vicino a me, un uomo che mi assomiglia nel suo modo di muoversi nella vita. Il libro, poi, è scritto dal suo punto di vista per cui è stato facile entrare nella sua prospettiva.

Joaquin Phoenix è un talento senza pari ossessionato dall'autenticità della sua performance

The Sisters Brothers Joaquin Phoenix

"Girare questo film ha comportato almeno tre sfide". prosegue Reilly "La prima, ovviamente, era imparare a cavalcare, anche perché il mio cavallo aveva evidenti problemi di flatulenza. La seconda è stata lavorare con un grande attore come Joaquin Phoenix, che ha un talento senza pari ed è ossessionato dall'autenticità della sua performance. La terza è stata orientarsi in una vera e propria Torre di Babele sul set. C'erano persone di qualsiasi paese, ma devo dire che siamo stati bravi a creare dei ponti linguistici e culturali tra noi. Tutto si è amalgamato con armonia". Sul lavoro a stretto contatto con un regista esigente come Audiard, Reilly ha aggiunto: "Jacques ha un grande occhio per il montaggio, per cui chiede agli attori di tenere un certo passo per dare ritmo ai dialoghi. E poi ha un grande dono: ha un'antenna che gli permette di individuare le stupidaggini. Sa bene quando un attore non sta dicendo la veritò, ed è bello lavorare assieme a qualcuno così bravo a capire le bugie. Sul set, ogni giorno mi sembrava di essere nelle migliori mani possibili, non volevo deluderlo, ma dargli tutto. Ecco, penso che noi attori siamo soldati leali per il nostro capitano che è il regista". Stando a queste parole, The Sisters Brothers è un film pieno di lealtà.

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