L'uomo prima del mito. La famiglia prima del ring. Sì, di Muhammad Ali abbiamo visto e letto di tutto. Documentari, film, libri, giornali. Dalla mitica copertina di Esquire che lo ritraeva in posa come San Sebastiano fino all'absolute di Michael Mann con Will Smith o il docu-film capolavoro di HBO.
Per distacco è giusto ricordarlo: Ali è il più grande sportivo di sempre. Uno che ballava tirando ganci potentissimi, assestando tanto il muscolo quanto il pensiero. Figura enorme, non serve rimarcarne l'influenza e il mito. Allora, se certe storie fanno il giro, Cassius Clay è ora il protagonista di una serie tv, The Greatest, sviluppata e diretta da Ben Watkins per Prime Video, con tanto di approvazione da parte degli eredi del pugile.
The Greatest e la prova coraggiosa di Jaalen Best
The Greatest vede Jaalen Best nei panni di Muhammad Ali. Ci vuole fegato per interpretare un mito del genere, eppure il giovane Best ce la mette tutta riuscendo a ridare identità all'atleta, aiutato tanto dal fisico quanto dalla forte somiglianza. Lo show, infatti, porta in scena l'origin story di Ali: nel primo episodio - sono otto in totale - ci troviamo nella bollente e frizzante Roma del 1960, teatro di quelle Olimpiadi che gli varranno la medaglia d'oro (poi, forse, gettata nel Tevere come leggenda vuole). Da lì, la serie avanza fino al titolo vinto contro Sonny Liston (Amin Joseph) nel febbraio del 1964.
In mezzo la storia personale di Ali. Le giornate a Louisville, dove il suo status di leggenda si scontra con le leggi razziali Jim Crow, e gli allenamenti per diventare professionista seguendo i consigli del coach Angelo Dundee (Giovanni Ribisi). Dietro il sostegno e l'affetto, a volte severo e controverso, della famiglia: il padre Cassius Clay Sr. (Omari Hardwick), la madre Odessa "Bird" Clay (Dana Gourrier) e il fratello Rudy, in seguito Rahaman Ali (Kai Parham).
Una serie troppo formale
È molto difficile raccontare cosa sia questo The Greatest tenendo in considerazione la ferrea cronaca portata in scena, e poi raccontata con una rigidità quasi maniacale. Il punto nevralgico, in tal senso, è quindi la sua struttura quasi enciclopedica che s'avvicina, per colori e toni, agli spezzoni di ricostruzione che fanno da intermezzo in certi documentari televisivi.
C'è eleganza, c'è passione e c'è pure una chiara e onesta raffinatezza nell'encomiabile operazione voluta da Watkins, ma la figura di Ali - rock, incandescente, anticonformista - sembra quasi stonata in un prodotto eccessivamente formale, nonché patinato nella forma e nel linguaggio. Si sarebbe potuto osare di più? Decisamente.
Lo storytelling sportivo e il coming-of-age
Se è eccessivo tirare in ballo l'agiografia, in quanto la sceneggiatura rispetta e anzi ricalca senza sterzate un periodo ben preciso della vita del campione, The Greatest sembra procedere in punta di piedi (come Ali sul ring?). Ha un andatura quasi tirata rispetto al materiale umano a disposizione: c'è la storia di come un giovanissimo Cassius Clay sia diventato il più grande (e infatti la serie è catalogabile come un coming-of-age), ma dall'altra parte il suo profilo universale avrebbe meritato una forza maggiore, magari in linea con quell'epica che lega sempre molto bene lo storytelling sportivo con quello seriale/cinematografico.
Conclusioni
The Greatest è un coming-of-age sportivo che racconta, essenzialmente, l'origin story di Muhammad Ali. Se il protagonista Jaalen Best convince, e lo show segue un'onesta passione, dall'altra parte l'eccessiva rigidità di scontra con un personaggio incandescente. Patina e formalità non aiutano, rendendo la serie meno incisiva di quanto avremmo sperato.
Perché ci piace
- La prova di Jaalen Best.
- Aderenza storica.
- Una certa passione...
Cosa non va
- ... ma la serie è davvero troppo patinata.
- La durata degli episodi fa perdere il ritmo.
- A volte c'è una sorta di rigidità.