Quando piove, diluvia. La prima legge di Murphy. Paradosso perfetto, beffardo e lucido. Allegoria di un finale in cui i tuoni, i lampi e lo scroscio iracondo di un temporale si mischiano con la musica di Hans Zimmer (già!). Chicago è sott'acqua. E pure Carmen Anthony Berzatto (Jeremy Allen White) non sembra impermeabile.
Un'onda sonora e rumorosa che sembra un tutt'uno, alterando il ritmo di una cucina sull'orlo di una crisi di nervi. Tanto per cambiare. Ed è il caso di dirlo: altro giro, ultima corsa. Dopo quattro formidabili stagioni (e un episodio speciale), ecco arrivata la quinta su Disney+: The Bear chiude. Scontato dirlo che sì, la serie ideata da Christopher Storer ci mancherà.
The Bear: ogni secondo conta. Anzi, vive
Del resto, pochi show hanno saputo imporsi in modo tanto efficace. Esempio di grande storytelling. Niente effetti, solo sostanza. Un nervo scoperto, una parola mozzicata, l'estenuante ricerca della bellezza nell'espressione culinaria di un gusto come silloge del pensiero. In mezzo c'è tutto. Rabbia, paura, ansia, rancore, rimpianto. The Bear, alla quinta e ultima, esalta un racconto estremo, verace, sincopato. Sapore deciso, quasi ineluttabile. Minuto dopo minuto, piatto dopo piatto. Il tempo stringe.
Già, il tempo. Alleato e nemico, cruccio e speranza. Come quel cartello blu con la scritta bianca entrata nell'immaginario pop: ogni secondo conta. Anzi, vive. Il cerchio s'apre e ora si chiude: otto episodi che s'allargano e si contraggono. Il ritmo accelera, poi ragiona, e di nuovo corre veloce. Non c'è tregua.
Il finale: the last dance
Eppure, l'ultima ballata - the last dance, come dicono quelli bravi - dura l'attimo di una sigaretta consumata sotto la pioggia. È la ragione a dettare le regole, addomesticando l'istinto. Se la cucina del The Bear è ormai di Sidney (Ayo Edebiri), dopo l'abdicazione di Carmy, la nave sembra aver perso la rotta. Senza soldi, senza personale, senza cibo.
Nonostante la tempesta, bisogna andare avanti, bisogna restare a galla, cercando la proteina giusta per quel piatto che sa di vita e di morte. Non è finita finché non è finita. Questione d'istinto, di motivazione, d'orgoglio. Questione di famiglia. Perché, come dice cugino Rich (Ebon Moss-Bachrach) "non c'è più niente da perdere".
La fine è un nuovo inizio
Proprio lì, in uno scambio inzuppato e fugace che apre il quinto episodio, mentre viene giù tutta l'acqua del mondo, Carmy e Rich si confrontano senza scontrarsi: bisogna tornare all'inizio, spiega Rich, senza più pensare a nulla. Finalmente leggeri, a sbucciare le cipolle, a sentir che forse la fine è un altro modo d'intendere l'inizio. Loro e noi, eterni principianti nonostante tutto. Ed eccola l'intuizione che porta al punto d'ebollizione: The Bear torna a essere The Beef.
Allora, mentre gli attimi s'asciugano, la regia indugia sui protagonisti. Campo stretto, poco spazio, la musica non concede calma. Le smorfie impercettibili, i respiri profondi, fin giù ai grembiuli blu cobalto e poi alle mani. Quelle di Carmy e quelle di Sidney. Il dieci che inventa, il nove che fa gol. Cosa vuol dire far squadra, si chiedono, intanto che la cucina cade a pezzi, e a ripararla c'è solo un nastro di scotch. Quanto basta per un epilogo che esce fuori dai limiti imposti, avvicinandosi a quel senso di libertà e leggerezza ostinatamente cercato da chef Carmy.
Tra le migliori serie di sempre
Gli schemi saltano, la dimensione perde forma in un ultimo giro di cottura. Un secondo ancora, e il piatto è servito. I dolci di Marcus (Lionel Boyce), i conti di Natalie (Abby Elliott), la precisione di Luca (Will Poulter), la resistenza di Tina (Liza Colon-Zayas). Che splendido materiale umano, che splendido frullato d'amore. Irregolare e ostinato, un riflesso in cui ritrovarsi e, forse, pure un po' capirsi. Oltre la performance, oltre il successo stesso. Conta il cuore, contano le scelte. Ed è per questo che, anche dopo la fine, The Bear ci fa sentire meno soli. Può bastare per renderla una delle migliori serie di sempre?
Conclusioni
The Last Dance, come dicono quelli bravi. La pioggia, i nervi, Chicago. Chef Sidney e chef Carmy. La regola e l'intuizione. I nervi scoperti, la padella che scotta, la proteina che manca, la cucina che cade a pezzi. A un secondo dalla fine, The Bear chiude il cerchio ripartendo dall'inizio, dimostrando qualora ce ne fosse bisogno di essere una tra le migliori serie di sempre. Una silloge sull'umanità irregolare capace di farci sentire meno soli.
Perché ci piace
- Ci piace perché è The Bear.
Cosa non va
- Non calcolabile.