Styx

2018, Drammatico

Recensione di Styx: sommersi e salvati

La recensione di Styx, film sul dramma dei migranti con protagonista una donna sola in mezzo al mare alle prese con il peso della responsabilità individuale.

Per millenni è stato icona del viaggio per antonomasia, oggetto di antichi miti e leggende lontane, allegoria di avventure epiche. Ma oggi il mare aperto è diventato simbolo dell'umana miseria, un cimitero silenzioso di quanti provano ad attraversarlo alla ricerca di una terra promessa, il sogno di un Eldorado che sulle rotte dall'Africa all'Europa si infrange a metà strada nei naufragi che negli ultimi anni sono costati la vita a centinaia di migranti, a meno di salvataggi che la legge del mare impone come dovere morale e a cui si sono sottratti a turno i vari stati europei. Styx dell'austriaco Wolfgang Fischer, film d'apertura della sezione Panorama allo scorso Festival di Berlino e pronto a sbarcare davanti al Parlamento Europeo come finalista del Premio Lux, parte proprio da qui. E porta all'estremo la frattura tra sommersi e salvati, dichiarandolo sin dal titolo, allusivo ed emblematico: Styx è infatti il nome greco dello Stige, il mitologico fiume degli inferi che separa i vivi dai morti.

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Styx Susanne Wolff2

Una tragedia contemporanea

Styx Susanne Wolff

L'epopea dei migranti, il dilemma della responsabilità collettiva, la gestione dell'accoglienza e del soccorso in mare raccontati attraverso la solitaria traversata di una donna, Rike (Susanne Wolff), medico e esperta velista, che da Gibilterra salpa in barca a vela verso l'isola di Ascensione, un paradiso in mezzo all'Oceano Atlantico, fra l'Africa e il Sudamerica. Dopo una tempesta si ritroverà a pochi passi da un peschereccio alla deriva, carico di migranti in cerca di aiuto. Solo un ragazzo, nuotando disperatamente, riuscirà ad aggrapparsi alla sua barca, troppo piccola per accogliere tutti gli altri, costretti ad aspettare dei soccorsi che forse non arriveranno mai, o arriveranno troppo tardi, mentre Rike dovrà vedersela con l'ordine della guardia costiera di non intervenire.

Styx Gedion Wekesa Oduor

Styx è stato girato quasi interamente in mare aperto, eccetto qualche scena su un set ricreato a Malta: nulla di improvvisato, tutto rigorosamente scritto, niente effetti speciali, perfino la tempesta che travolgerà Rike è reale. Lo sono i soccorritori, i medici, i naufraghi e anche le scimmie che invadono il campo all'inizio del film: "Sono le tipiche bertucce di Gibilterra, la leggenda dice che quando spariranno, Gibilterra tornerà alla Spagna. Sono molto protette, c'è anche un ministero dedicato a loro, se ne colpisci una è un problema", racconta Wolfgang Fischer durante la presentazione del film a Roma. "Mi piaceva che la scena iniziale si svolgesse proprio lì, alle Colonne d'Ercole, dove finisce l'Europa e comincia un altro mondo. Nella sequenza d'apertura le scimmie vagano per la città senza nessun essere umano, come se la natura avesse ripreso il suo posto e il mondo si fosse sbilanciato al contrario".

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Il dilemma morale

Styx Scena2

Fischer prende in prestito i canoni della tragedia greca per raccontare quella contemporanea dei profughi e indagare un senso di colpa che ogni giorno chiede il conto alla società Occidentale: "Volevo fare un film che parlasse di noi stessi, di chi siamo, di come viviamo oggi e di chi vogliamo essere domani. Ma soprattutto desideravo aprire un dialogo con il pubblico e creare un impatto emotivo sullo spettatore, in modo che alla fine si chiedesse: 'Cosa avrei fatto al posto della protagonista?'", spiega il regista. "Ho voluto creare un personaggio che avesse l'obbligo del giuramento di Ippocrate, che sapesse bene come salvare una persona, così che le sue scelte non potessero essere giustificate dall'ignoranza: qualsiasi cosa faccia Rike ha un peso. Dobbiamo imparare ad affrontare le conseguenze delle nostre scelte. Se ci troviamo davanti a un incidente, cosa facciamo? Ci fermiamo a prestare occorso o andiamo avanti?".

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I diversi piani di lettura

Styx Scena

Una donna da sola in mare aperto diventa metafora del nostro mondo disumanizzato, silente, confuso: "Da sola Rike non riesce a risolvere il problema, pur con tutte le competenze e le conoscenze necessarie, e questo vale anche per i vari paesi europei: soltanto se restiamo uniti possiamo trovare una soluzione", dice Fischer. "I soldi, i dati sono internazionali, ma gli essere umani no: mi chiedo se è giusto salvare una persona in base alla nazionalità e non in base al fatto che sia un essere umano. Mi piaceva l'idea di descrivere la paura di essere soli, non quella di affondare".
Styx è un film lucido e niente affatto ricattatorio sulla frontiera, sul dubbio morale, sull'uomo, sulla sua solitudine e miseria, e passa per i corpi: quello dell'attrice protagonista provato dalla tempesta e colto nel tentativo estremo di salvare qualcuno, e quello sfinito, ustionato, esanime di chi si affida all'ultimo disperato atto di sopravvivenza. La salvezza per Fischer (aiutato dal montaggio severo di Monika Willi) passa per un corpo a corpo memorabile, non ha nulla di eroico, è fatica, coraggio, lotta, carne straziata dallo sforzo, muscoli tesi, mani che afferrano. È quell'invisibile confine che separa i vivi dai morti.

Recensione di Styx: sommersi e salvati
Elisabetta Bartucca
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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