Sembra mio figlio

2018, Drammatico

Recensione Sembra mio figlio: Costanza Quatriglio e il lato umano delle migrazioni

La recensione di Sembra mio figlio, film di Costanza Quatriglio, opera minimalista che racconta il dramma delle migrazioni del popolo hazara.

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Al tema caldo dell'immigrazione, che anima la politica italiana e internazionale, Costanza Quatriglio risponde con un film piccolo, ma che vale più di mille proclami. Sembra mio figlio, incrocio tra fiction e documentario, affonda le proprie radici in una storia vera vissuta anni fa dall'ideatore del soggetto, Mohammad Jan Azad, appartenente all'etnia hazara, popolazione originaria dell'Afghanistan centrale decimata dalle persecuzioni e costretta alla diaspora. Dopo essere approdato in Europa da bambino, Mohammad è riuscito a ricongiungersi alla madre, rimasta in patria, solo in età adulta. L'incontro con Costanza Quatriglio ha fatto scaturire alla regista la voglia di raccontare la sua storia.

Protagonista di Sembra mio figlio è Ismail (alter ego fictional di Jan, interpretato dal poeta e giornalista Basir Ahang, anche lui membro della comunità hazara in Italia). Ismail è ben integrato, lavora nel settore sociale, vede sbocciare l'inizio di una relazione con una collega, eppure sente il peso della frustrazione del fratello maggiore, che soffre la separazione dalla famiglia e dalla terra d'origine. Dopo anni di ricerche, Ismail scova una traccia che potrebbe ricondurlo alla madre così, insieme al fratello, intraprende un viaggio difficoltoso tra speranze, incertezze, timori.

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Tra finzione e documentario, viaggio alla ricerca delle proprie radici

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Girato con stile documentaristico in totale libertà, Sembra mio figlio è un film che travalica le etichette. Realtà e finzione si fondono in una storia radicata in un contesto ben preciso, in seno a una comunità - gli hazara - di cui molti neppure conoscono l'esistenza, senza per questo affievolirne la valenza universale, amplificata ulteriormente dal momento storico odierno. La ricerca delle proprie radici, l'anima del migrante divisa tra la necessità di mantenere intatto il legame con le proprie origini e il vivere appieno la nuova esistenza è un tema che tocca tutti coloro che sono stati costretti a lasciare la propria terra. Nel caso di Sembra mio figlio, la narrazione si fa ancor più avvolgente grazie all'interpretazione di Basir Ahang, il cui volto scolpito da indio lascia trapelare una miriade di sentimenti diversi.

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L'impronta documentaria accompagna tutta la produzione di Costanza Quatriglio, ma genere e linguaggio sono secondari di fronte alla verità dei sentimenti. Così la regista racconta con pudore, quasi in punta di piedi, un film che lavora per suggestioni, lasciando scaturire domande su domande nella mente dello spettatore senza fornire risposte facili. La narrazione segue Ismail nella sua ricerca, aderisce al suo punto di vista, si concede momenti di sbandamento che coincidono con i dubbi del protagonista, costretto a fare affidamento sul proprio istinto e sul passaparola in un'indagine quasi impossibile in una regione in cui la guerra ha cancellato tracce e identità.

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Cinema minimalista che dà voce agli ultimi

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Ismail vive sospeso tra due mondi, quello occidentale, moderno e informatizzato, e quello orientale, antico e tradizionalista. La sua cultura d'origine prova a influenzarlo nella disapprovazione del fratello per la sua relazione con una donna occidentale e nelle richieste della possibile famiglia d'origine che, ben prima di ricongiungersi a lui, esige di scegliergli una moglie. Questo ulteriore livello di complessità nella sua ricerca si dipana con delicatezza grazie alla sensibilità della regista, che mostra Ismail alle prese con misteriose telefonate mute in cui, all'altro capo del filo, ci potrebbe essere la madre che non vede fin da piccolo.

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Non vi sono risposte immediate o soluzioni facili in Sembra mio figlio. A Costanza Quatriglio non interessa dimostrare tesi o fare proclami, quanto raccontare un piccolo pezzo di umanità. Il suo film è un viaggio, un viaggio da Oriente a Occidente (prima) e poi a ritroso, alla riscoperta della propria terra. Un viaggio nella storia della propria famiglia per testare con mano se l'urlo della voce del sangue riesca a sovrastare quello della società. Un viaggio dentro se stesso, tra inquietudini e incertezze alla ricerca del cammino da seguire che non può essere giusto o sbagliato, ma solo personale. Un viaggio raccontato attraverso silenzi, ellissi, non detto, dove gli artifici del linguaggio cinematografico sono ridotti all'osso per lasciar spazio a corpo, volti, sensazioni. Un film minimalista, lontano da tanta produzione roboante, fatto per dar voce a chi non ce l'ha.

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Valentina D'Amico
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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