Shadow

2018, Azione

Recensione Shadow: Zhang Yimou e l’ombra del guerriero

La recensione di Shadow: Zhang Yimou porta al Festival di Venezia un avventuroso dramma storico incentrato sulla lealtà, il tradimento e i lati ambigui del potere.

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A due anni di distanza da The Great Wall, probabilmente il peggior passo falso (perlomeno a livello artistico) di una carriera ultratrentennale e a dir poco illustre, il più celebrato dei registi cinesi contemporanei, Zhang Yimou, resta all'interno del genere che ha 'frequentato' più spesso, il dramma storico, con Shadow, libera trasposizione di uno dei classici della letteratura nazionale, Il romanzo dei tre regni, un'opera risalente al quattordicesimo secolo e ambientata nella Cina a cavallo fra secondo e terzo secolo, al termine della dinastia Han.

Ma Shadow, nuovo capitolo di un percorso cinematografico basato sui codici dell'avventura, dell'epica e del wuxia, segna anche il ritorno di Zhang Yimou alla Mostra di Venezia, per la prima volta fuori concorso: quello stesso festival che ha contribuito non poco a farlo conoscere ed apprezzare presso le platee occidentali, e presso il quale Zhang si è aggiudicato in passato un Leone d'Argento per il suo capolavoro, Lanterne rosse, e ben due Leoni d'Oro grazie a La storia di Qui Ju e Non uno di meno.

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Il sovrano e il guerriero

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L'elemento al cuore di Shadow, a partire dal titolo stesso, è appunto "l'ombra", ovvero il sosia: il nome attribuito a quelle figure chiamate a sostituire, nei momenti di pericolo o di crisi, i signori della guerra e altri personaggi di rilievo, sfruttando la somiglianza fisica per prenderne il posto e, all'occorrenza, proteggerli da eventuali rischi. Uno spunto densissimo, già sviluppato nel 1980 in uno dei film più memorabili diretti da uno degli ideali maestri di Zhang, Akira Kurosawa: Kagemusha - L'ombra del guerriero. E un kagemusha è infatti Jing, interpretato nel film da uno dei divi del cinema asiatico, Deng Chao: un giovane contadino ingaggiato per vestire i panni di Yu, il comandante delle truppe del Regno di Pei, ferito durante uno scontro. Un ruolo a cui Jing aderisce con tale immedesimazione da ingannare l'intera corte, incluso il giovane sovrano (Zheng Ryan).

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Ma Jing è anche il nome di una città occupata da truppe ostili, guidate dal generale Yang (Hu Jun): la roccaforte che il Re ha tentato invano di espugnare, e alla cui riconquista Yu e la propria 'ombra' non sono disposti a rinunciare per alcuna ragione... perfino a costo di trasgredire agli ordini del sovrano stesso. Il conflitto politico, del resto, è un elemento ricorrente nel cinema di Zhang Yimou, così come la dicotomia fra i principi morali e la fedeltà verso un'autorità superiore, esplorata fin dai tempi di Hero; e in Shadow tali tematiche non tardano a provocare fratture e divisioni fra i personaggi in gioco, innescando un meccanismo in cui ribellioni e intrighi di matrice shakespeariana si intrecciano ad una riflessione sulle ambiguità del potere (riflessione già intrapresa da Zhang, e probabilmente con maggior spessore, in molti suoi film precedenti).

Sfumature di grigio nel regno delle ombre

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Ma ancora una volta, è soprattutto la capacità seduttiva della messa in scena a costituire il valore aggiunto dell'opera di Zhang, con un approccio opposto rispetto allo spiccato cromatismo dei suoi wuxia degli anni Duemila: in Shadow la fotografia di Zhao Xiaoding è quasi del tutto desaturata, con il bianco e nero come tonalità dominanti e, in mezzo, un'ampia gamma di sfumature di grigio. Una scelta volta ad esprimere, sul piano visivo, l'atmosfera tenebrosa in cui è immerso il racconto, oltre a rimandare all'essenza stessa dei due protagonisti: il comandante Yu (anch'egli impersonato da Deng Chao), perennemente rinchiuso nel suo nascondiglio, e il sosia Jing, guerriero privo di una propria identità e legato alla volontà di Yu.

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Se tutta la prima metà è dedicata pertanto ad illustrare i personaggi in gioco, le loro motivazioni e i loro obiettivi, nella cornice di un asfissiante microcosmo in cui le uniche due donne presenti sono prive di un'autentica libertà, nella seconda parte Zhang approda alla dimensione più spettacolare del film, nonché a quella più suggestiva: l'assedio alla città sotto una pioggia battente, le acrobatiche coreografia dei duelli e l'utilizzo di una bizzarra arma simile a un ombrello corredato di lame. L'ennesima dimostrazione del talento del regista cinese nel trasformare lo spazio filmico in un rutilante "campo di battaglia", in cui la guerra e la violenza sono sublimate attraverso un'estetica fascinosissima: l'indispensabile compendio alle tensioni - narrative e psicologiche - destinate ad esplodere, come da tradizione, in una sanguinaria resa dei conti, nel corso di un epilogo in cui le ombre, sempre più fitte, lasciano ben pochi spiragli di luce.

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Stefano Lo Verme
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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