Serpenti, recensione: l'asserzione umana di una realtà (volutamente) impunita

Roberto De Paolis Maino evitando intelligentemente il cinema sociale si rifà a Kafka, Beckett e Camus per tratteggiare un'odissea capace di raccontare la violenza di genere senza mai sfiorare la retorica. Alla sceneggiatura la pregevole firma dei Fratelli D'Innocenzo.

Leonardo Lidi in Serpenti

L'assuefazione alla violenza, la redenzione, lo schema burocratico che ingoia e toglie aria. Come dire, e per usare la più classica delle frasi fatte, in Serpenti di Roberto De Paolis Maino si ride per non piangere. Oltre a essere un trattato umano su cosa sia diventata la società (riassunta in una manciata di personaggi), il film - un ottimo film - è anche un insieme di splendide e goduriose interpretazioni; una specie di manuale di recitazione messo insieme dal regista e dalla direzione del casting.

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Alessandro Borghi e Leonardo Lidi

Ecco, che De Paolis Maino fosse bravo lo sapevamo fin dal 2022 quando presentò, sempre a Venezia, la sua opera seconda, Princess, ma con Serpenti lo spunto narrativo (spinto anche dal tratto sempre notevole dei Fratelli D'Innocenzo, che co-firmano la sceneggiatura) diventa spregiudicato e disinvolto, nonché raffinato nel testo e nel contesto, avvicinandosi al teatro dell'assurdo e all'esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, di Dino Buzzati e di Albert Camus (da sempre un autore di riferimento per i D'Innocenzo).

Serpenti, un miserabile assassino in un loop burocratico e kafkiano

Se è giusto parlare di trama, potremmo racchiudere quella di Serpenti in appena poche righe. Paolo Marra (interpretato da un grande Leonardo Lidi), all'inizio del film, seduto su una sedia nel suo discreto tinello, guarda in faccia la camera - e quindi guarda noi - sciorinando una diretta confessione. Sembra tutto in ordine, c'è pure un gatto che passa placido. Eppure, Paolo, mangiandosi le parole, ammette di aver ucciso sua moglie. "Avevo un peso qui, sul petto", dice. Divorato dal senso di colpa (ed è uno dei temi di Serpenti), con la coda tra le gambe, l'uomo raggiunge il commissariato di polizia, deciso a costituirsi. Nessuno, però, pare prenderlo troppo sul serio.

Serpenti, un'insieme di grandi interpretazione

Se la prova di Lidi eccelle nel tratteggiare un uomo sperduto, infantile e, infine, miserabile, attorno a lui compaiono e scompaiono una serie di folgoranti personaggi resi incredibili e, al contempo, credibili dalle prove degli interpreti: c'è il poliziotto distratto di Alessandro Borghi (una delle sue migliori performance), c'è l'avvocato d'ufficio di Pietro Castellitto che sembra la copia di Saul Goodman, e c'è una strana cartomante con il volto di Valeria Golino che, quasi alla fine, indicherà (in)direttamente la strada all'uomo "appeso". Un corollario di talenti diretti nel migliore dei modi, e inseriti in un film che si muove restando immobile, com'è immobile il nostro presente che spinge ottusamente sulla violenza, fisica e verbale.

Serpenti Film
Leonardo Lidi e Valeria Golino

C'è chiaramente la poetica bizzarra e surreale di Franz Kafka a guidare il film, in cui gli stessi paradossi creano quell'atmosfera incastrata e insoluta che mette faccia a faccia un uomo che si autoaccusa di femminicidio e l'enorme macchina burocratica che pare insensibile, asettica, davanti a ciò che, dice l'avvocato Castellitto, "molti uomini tendono a replicare: se tu uccidi mia moglie, allora la uccido pure io". Serpenti allora è un film d'attesa, di parole che girano a vuoto. È il cinema che si mischia al teatro (quello di Samuel Beckett e di Achille Campanile), per un oggetto finalmente originale e mai banale.

La burocrazia surreale e il senso di colpa moderno

Paolo Marra, con indosso la sua giacca troppo stretta, cerca redenzione ed espiazione, vorrebbe solo finire in cella, eppure l'"impianto metaforico" voluto dal regista configura il commissariato come se fosse uno spazio allegorico o un'infinita backroom, restando in tema d'attualità cinefila (pregevole lavoro quello della scenografa Elisabetta Zanini).

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Castellitto e Lidi

Il senso di colpa, appunto, è quindi "la scusa che tiene in piedi la società". Lo standard del delitto, banalizzato e scontato, messo in serie da una realtà maschile che, in un certo senso, non paga mai fino in fondo: quante donne sarebbero salve se le autorità avessero dato loro una vera tutela? La frittata si rigira, e sfodera un gigantesco cortocircuito che smaschera la vera faccia del protagonista.

L'epopea di Marra, accompagnata dal jazz schizzato dell'ottima colonna sonora di Vittorio Giampietro, è quindi una specie di viaggio interiore che, strappando qualche risata, si appoggia sulle suggestioni e sul tempo sospeso, allontanando i tratti sociologici per avvicinarsi, invece, a una lucida e potente disamina capace di sintetizzare la più inquietante delle realtà.

Conclusioni

Mai retorico né banale, Serpenti di Roberto De Paolis Maino evita intelligentemente il cinema sociale per rifarsi all'assurdo e all'esistenzialismo di Kafka, Beckett e Camus. Un'odissea, quella del protagonista, capace di raccontare la violenza di genere e il femminicidio in modo originale ed efficace, tra proiezioni, stratificazioni e schemi burocratici. Grande cast – Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Catellitto, Valeria Golino - e solita grande sceneggiatura firma dai Fratelli D'Innocenzo.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La regia.
  • Le interpretazioni.
  • Lo spunto.
  • Un cinema originale.

Cosa non va

  • Forse il finale cade un po' all'improvviso.
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