Robert Kirkman: "The Walking Dead? Venezia sarebbe il set italiano ideale"

Arrivato per la prima volta in Italia, il celebre sceneggiatore di The Walking Dead ci ha rivelato la sua visione d'autore e i suoi metodi di scrittura. Tra cinema, fumetti e serie tv, per scoprire una delle figure più brillanti e influenti dell'intrattenimento contemporaneo.

Lucca 2017: Robert Kirkman durante l'incontro con la stampa

Non fidatevi di quel sorriso affabile, non lasciatevi ingannare da quell'atteggiamento bonario. Robert Kirkman non è come sembra. C'è un contrasto forte tra il suo aspetto morbido e i suoi gesti decisi, tra la sua sincera cordialità e la fermezza con cui parla e prende sempre le redini della situazione. Robert Kirkman è una contraddizione, la promessa non mantenuta di una persona "innocua" e senza zone oscure. Kirkman, al contrario, punge, fa sanguinare, ferisce, e questo lo sapevamo già. Ce lo hanno suggerito, anzi urlato, le sue storie sporche, crude e rivoltanti, dove la speranza si fa spazio a fatica in mezzo ad un mare di dolore e di disillusioni. Quella dello sceneggiatore noto al mondo soprattutto per l'epopea di The Walking Dead sembra una poetica legata con un filo spinato a temi scomodi come la paura, l'orrore e gli effetti deleteri del cambiamento. In mezzo a al suo panorama umano così desolante, però, c'è una costante che ritorna con martellante puntualità: la metafora. Cosa sono gli zombi? Uno specchio, un avvertimento, un pretesto? Che cosa è veramente un eroe? Cosa ci destabilizza davvero di un posseduto dal demonio? Sempre attento alla dimensione familiare, Kirkman ci tiene a farci notare che, in fondo, non c'è cosa peggiore del veder cambiare per sempre le persone che amiamo. Però quello che ha reso celebre e amato il paffuto fumettista del Kentucky non sono soltanto i retroscena delle gesta di Rick Grimes e il carisma malato di Negan, ma lo stile con cui ne ha scritto.

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The Walking Dead: un'immagine dell'episodio The Day Will Come When You Won't Be

Amante dei colpi di scena e dei cliffhanger da capogiro, Kirman è arrivato per la prima volta in Italia, ospite di punta del Lucca Comics & Games 2017. Abbiamo avuto l'occasione di intervistarlo in una ristretta tavola rotonda assieme ad altri colleghi, e abbiamo capito quanto Kirman sia ormai abituato a dirigere il mondo che gli è attorno. Durante l'intervista il suo dito indice ha dettato i tempi della traduzione simultanea e i turni di noi giornalisti. Il tutto condito da sorrisi e qualche battuta ben assestata. Non lascia niente al caso, il buon Robert. E noi abbiamo cercato di carpire il segreto della sua scrittura veemente e di capire meglio il suo mondo malato ma mai davvero arreso.

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The Walking Dad

Lucca 2017: Robert Kirkman all'incontro con la stampa

Come definiresti il legame tra il fumetto e la serie di The Walking Dead?

In linea di massima stiamo rispettando il materiale originale, perché lo spirito della storia non deve cambiare. Però aderire in maniera estrema alla fonte sarebbe noioso. Va detto che si tratta di due processi creativi completamente diversi. Nel fumetto si tratta di qualcosa di prettamente personale, intimo, gestito solo da me e dal disegnatore Charlie Adlard, invece nella serie ogni stagione vede coinvolta una squadra di persone e altri sceneggiatori. Ognuno di loro porta la sua visione delle cose e il suo stile di scrittura, il che ovviamente crea delle differenze. Devo dire che a me piacciono queste variazioni perché aggiungono fascino alla serie. Un esempio perfetto di differenza ben riuscita rispetto al fumetto è il personaggio di Daryl Dixon.

The Walking Dead è una storia diventata celebre per i suoi momenti scioccanti. Da dove nasce il continuo bisogno di questi scossoni narrativi?

Per me i cliffhanger sono fondamentali per raccontare una storia come quella di The Walking Dead. Sto cercando di creare una storia molto lunga e complessa, che copre molti anni, e per coinvolgere davvero il pubblico bisogna sempre tenerli sul filo, scuotere di tanto in tanto la storia e aumentare la posta in gioco. Tutto questo può avvenire soltanto attraverso la creazione di personaggi realistici e interessanti, in modo che il pubblico si affezioni a loro e magari poi provi davvero uno strazio nel vederli morire o messi in difficoltà.

The Walking Dead: Jeffrey Dean Morgan è Negan in The Day Will Come When You Won't Be

Anche nei fumetti si deve parlare di recitazione, un elemento che emerge sia attraverso i dialoghi che attraverso il disegno. A livello recitativo, nella serie, quale ritieni il personaggio più fedele al fumetto e quale quello più sorprendente?

Beh, devo dire che in qualche modo tutti gli attori coinvolti mi hanno sorpreso con le loro scelte grazie al modo in cui hanno creato delle sottili ma importanti sfumature nei loro personaggi. Invece, il personaggio che trovo più fedele è il fantastico Negan di Jeffrey Dean Morgan. Dovete sapere che il suo personaggio è quello che utilizza più di tutti gli altri gli stessi dialoghi del fumetto, per cui vedere le mie parole in bocca a Jeffrey, apprezzare il modo in cui se ne appropriava in maniera rispettosa eppure personale è sempre un'esperienza unica per me. C'è davvero tanto talento in lui.

C'è un personaggio morto nello show che ti manca particolarmente?

Non è la prima volta che mi viene posta questa domanda e ogni volta che mi viene fatta io non posso rispondere. Questo perché rivelerei di avere dei personaggi preferiti, e siccome ad ogni personaggio corrisponde un attore, non sarebbe corretto nei loro confronti. Comunque mi manca tanto Tyreese, perché Chad Coleman era il migliore (ride, ndr.).

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Gli eroi, la famiglia e l'orrore

The Walking Dead: Andrew Lincoln e Lauren Cohan nell'episodio Mercy

Nelle tue storie ci sono due tipi di paura: una sociale, più esterna, come quella dell'epidemia e una più intima e familiare, come quella vista in Outcast. Quelli delle due dimensioni fa più paura a Robert Kirkman?

Direi che mi fanno paura entrambe. I mali del mondo non si possono ignorare; di contro, però, dobbiamo accettare l'idea che ci sia qualcosa di malvagio dentro ognuno di noi. La cosa che mi interessa, quando scrivo, è capire di cosa saremmo capaci. Ognuno di noi ha un limite, un punto di rottura c quando viene vagliato, quando viene superato ci cambia. Talvolta per sempre.

Secondo te quanto ha contato la presenza di elementi horror per il successo delle tue opere?

Sai, di solito siamo abituati a considerare l'horror come un genere a sé stante, come se fosse qualcosa di accantonato e messo da parte dentro una scatola nera. Non so perché ci sia questa abitudine, ma non per me non dovrebbe essere così. Credo che i temi trattati dalle storie horror siano trasversali e universali, ce lo dimostrano tanti film come L'esorcista o opere come quelle di Stephen King. SI tratta di un genere davvero ricco di spunti. La gente deve imparare ad accettare che l'horror è per tutti.

Il tema di questa edizione del Lucca Comics & Games scomoda gli eroi, figure che non sono mai presenti nelle tue storie dove prediligi parlare di gente normale che agisce tra il Bene il Male. Che cos'è per te un eroe?

Un eroe è qualcuno che ha la forza e il coraggio di fuoriuscire dalla propria comfort zone per dare una mano a qualcuno e fare qualcosa di buono per quel qualcuno. Però, oltre all'altruismo, c'è un altro elemento fondamentale nell'eroismo: il sacrificio. C'è qualcosa di eroico nel privarsi di qualcosa di proprio per aiutare il prossimo. In generale, nelle mie storie, mi accorgo che si può diventare eroi solo quando si valicano gli argini dell'ordinario. È soltanto in quella zona poco familiare che ci si può trasformare in eroi. Per questo trovo fondamentale parlare di cambiamento, perché il cambiamento è essenziale, inevitabile, capace di smuovere storie che altrimenti sarebbero noiose.

Come mai sei così legato al tema della famiglia?

Lucca 2017: uno scatto di Robert Kirkman all'incontro con la stampa

Gli scrittori scrivono di quello che sanno, ed essendo un marito e un padre di due bambini mi sento a mio agio nel raccontare quello che avviene dentro la mia sfera e le cose terribili che mi accadono ogni giorno (ride). Trovo che la famiglia sia un tema interessante da esplorare perché spesso è evitato da altri sceneggiatori. La famiglia conferisce forza e maggiore interesse a qualsiasi storia. Ad esempio se vi racconto di un uomo che perde un autobus, e poi vi racconto di un uomo che perde un autobus mentre c'è suo figlio con lui le cose si fanno sicuramente più interessanti. Ecco, credo che la famiglia ci complichi la vita in maniera più interessante. Lo stesso capita con le storie.

In che maniera alcuni recenti eventi politici hanno influenzato la tua scrittura?

Ti riferisci a Trump, vero? In realtà ho solamente cercato di ignorare, ma ammetto che forse inconsciamente ho avvertito una crescente necessità di fuga. Ultimamente, poi, ho notato che mi piace inserire più elementi di speranza, perché ne abbiamo bisogno. Chi lo sa? Magari presto vedrete gente che balla e che canta anche in The Walking Dead (ride)

Che differenze di approccio hai avuto nello scrivere The Walking Dead e Outcast?

Con Outcast ho adottato uno stile più realistico, perché è un racconto con basi più solite e radicate nel reale. Lo storytelling è più lento, me lo hanno detto in molti, il che non è necessariamente un male, ma un naturale bisogno di adeguarmi ad un mood e un'atmosfera più sofferta e intima. Per The Walking Dead, invece l'approccio è completamente differente, con un ritmo più serrato e dei colpi di scena più ripetuti.

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Le serie, la critica, gli zombie a Venezia

Outcast: Patrick Fugit in una scena della serie

Negli ultimi anni si sente spesso dire che le serie sono la miglior forma di narrazione moderna. Concordi?

No, non sono d'accordo, e non perché abbia qualcosa contro le serie tv, anzi. Semplicemente credo che ogni mezzo abbia i suoi punti di forza e le sue debolezze, così come la sua cifra espressiva assolutamente unica e irripetibile. Per quanto mi riguarda, ovviamente, preferisco il fumetto perché è il mezzo che conosco meglio, anche se mi piace tentare nuove strade.

A proposito di serie: a che punto è la terza stagione di Outcast?

Con Outcast ci sono stati degli imprevisti a causa di una ristrutturazione interna di Cinemax, il network che produce lo show. Questo è il motivo per cui la seconda stagione è andata in onda solamente questa estate. Sfortunatamente ora come ora siamo in attesa di capire come andare avanti, ma crediamo e speriamo di poter continuare.

Come procede il lavoro sul film tratto dal tuo Invincible?

Direi bene, tutto procede secondo i tempi previsti. Sto lavorando gomito a gomito con Seth Rogen e Evan Goldberg. Siamo spesso in contatto e ci rimbalziamo spesso un sacco di idee. Credo che a breve avremo finalmente la sceneggiatura completa. Per ora non posso dirvi di più.

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Hai l'abitudine di leggere le recensioni dei tuoi prodotti?

Onestamente? Non molto. A volte leggo i titoli di alcuni articoli solo per avere il sentore delle opinioni. Dovete sapere che per via del modo in cui lavoriamo, capita che il feedback della critica non sia utile perché noi siamo già andati molti avanti. Ormai potrebbe essere troppo tardi. Ora che ci penso, non mi fa mai bene leggere recensioni: se sono positive, mi rendono felice, ma poi finisco con l'impigrirmi. Se sono negative, mi deprimo e basta.

Che impressione le ha fatto visitare Lucca? Ambienterebbe mai The Walking Dead qui?

È la prima volta che visito questa città, e la trovo davvero fantastica. È una grande esperienza essere a questa fiera. Non trovo che Lucca sia adatta ad una serie con gli zombie perché c'è troppa protezione: mura, vicoli stretti, finestre con le inferriate. Non va bene. Se dovessi proprio scegliere un'ambientazione italiana, opterei per Venezia.

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