Ritorno a Buenos Aires, recensione: Adriano Giannini è un'anima spezzata che torna all'inferno

Come si sopravvive quando il tuo corpo è libero, ma la tua anima è rimasta prigioniera? Marco Bechis torna alla Mostra di Venezia con Ritorno a Buenos Aires, un viaggio intimo e doloroso nei traumi della dittatura argentina.

Una scena di Ritorno a Buenos Aires

Marco Bechis torna alla Mostra del Cinema di Venezia dopo decenni di assenza, e lo fa con un film molto intimo e personale. Stiamo parlando di Ritorno a Buenos Aires, la pellicola con Adriano Giannini che racconta lo strazio di chi deve scendere a patti con rimorsi e ricordi dolorosi, legati a scelte costate, probabilmente, vite umane. Il regista e sceneggiatore, vissuto per anni in Argentina, ha infatti dichiarato che, pur non raccontando in modo strettamente autobiografico la propria storia, questo lavoro nasce da una ferita da lui conosciuta, essendo stato lui stesso sequestrato negli anni Settanta durante il regime dittatoriale. Un film che esplora quindi un pezzo tragico di storia, ritrovando al contempo le fila di un'anima smarrita.

Il peso insopportabile dei ricordi

Ritorno A Buenos Aires Film
Una scena di Ritorno a Buenos Aires

È il 2008 e Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare contro i militari che negli anni Settanta lo sequestrarono per rinchiuderlo come dissidente in un campo di prigionia. Lui è uno dei sopravvissuti, torturato e ridotto in schiavitù dal regime: una parte di quei desaparecidos che, dopo aver subito violenze indicibili, sono riusciti a tornare a casa. La maggior parte dei giovani scomparsi è stata tuttavia uccisa dai militari con atrocità su cui solo anni dopo si è fatta chiarezza, e Mariano è lì proprio per denunciare le barbarie di cui è stato vittima e testimone. Le giornate trascorse in tribunale e a contatto con gli altri sopravvissuti riportano così a galla traumi a lungo sopiti tra sensi di colpa e rimorsi, costringendolo ad affrontare non solo i suoi aguzzini, ma quei fantasmi interiori tenuti a bada per oltre vent'anni.

Il rumore del silenzio e l'intensa interpretazione di Adriano Giannini

In Ritorno a Buenos Aires ogni silenzio conta. Anzi, si potrebbe affermare che l'assenza di dialoghi che caratterizza diverse scene comunichi molto più di quando il compito narrativo è affidato alle parole: quella mancanza di suoni e musica rappresenta lo spettro di chi non c'è più, rimarca un vuoto, un'innocenza perduta che risucchia vita e coscienza. Lo vediamo perfettamente nel personaggio di Mariano Guerra, a cui Adriano Giannini dona un'interpretazione intensa. I suoi sguardi e la sua postura tratteggiano la psiche di un uomo spezzato, la cui esistenza è stata svuotata dal trauma e perseguitata da scelte per le quali la sceneggiatura non emette giudizio, offrendo solo una triste constatazione.

Ritorno A Buenos Aires Scena
Adriano Giannini nei panni di Mariano Guerra

Da giovane prigioniero, Mariano ha dovuto sottostare alle folli e atroci richieste dei suoi aguzzini, i quali non hanno ucciso il suo corpo, ma hanno assassinato la sua anima.
Bechis racconta tutto questo calibrando sapientemente i tempi della narrazione. Il lungometraggio lascia che ogni fatto, informazione o rivelazione sedimenti nella mente dello spettatore, concedendogli il tempo di comprendere nel profondo, evitando giudizi facili e restituendo il peso schiacciante di una vicenda difficilissima da raccontare.

Una messa in scena claustrofobica

Non si può, infine, trascurare la messa in scena. Il tribunale e la struttura dove i testimoni risiedono assumono un'importanza vitale ai fini della narrazione. Sono i luoghi in cui questi uomini e queste donne si ritrovano insieme: ambienti austeri, impersonali, con bagni condivisi, stanze minuscole e poca privacy. Tutti elementi che contribuiscono a riportarli indietro nel tempo, rievocando un dolore che chi non ha vissuto sulla propria pelle non sembra poter comprendere.

Ritorno A Buenos Aires Adriano Giannini Scena
Una scena del film

La fotografia si fa cupa, i colori diventano freddi, i contorni sfocati; gli spazi si fanno sempre più angusti e claustrofobici, al punto da far mancare l'aria anche allo spettatore. Ritorno a Buenos Aires non è infatti un film sulla catarsi o sul superamento del trauma, ma una vera e propria ridiscesa all'inferno: un inferno che rimane aggrappato all'anima e col quale si può solo imparare a convivere, senza mai esorcizzarlo del tutto.

Conclusioni

Ritorno a Buenos Aires segna il potente ritorno di Marco Bechis a Venezia con un'opera intima e sofferta che rinuncia a qualsiasi catarsi liberatoria per esplorare il peso insostenibile del trauma. Affidandosi a tempi dilatati e a silenzi che comunicano molto più delle parole, il regista costruisce un viaggio psicologico opprimente, esaltato dalla magistrale interpretazione di Adriano Giannini, perfetto nel restituire la frammentazione interiore di un'anima spezzata. Attraverso una fotografia cupa e una messa in scena volutamente claustrofobica, il film trascina lo spettatore in una vera e propria discesa all'inferno, dimostrando con grande sensibilità e senza facili giudizi come con i fantasmi del passato nel migliore dei casi si possa solo imparare a convivere, senza mai esorcizzarli del tutto.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • L'interpretazione magistrale di Adriano Giannini.
  • La potenza dei silenzi.
  • La messa in scena claustrofobica.

Cosa non va

  • Non un vero e proprio contro, ma potrebbe non essere adatto a chi non ama la rappresentazione cruda e per nulla edulcorata di violenza e sofferenza.
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