Red Zone - 22 miglia di fuoco

2018, Azione

Recensione Red Zone - 22 miglia di fuoco: se la guerra è ovunque

La recensione di Red Zone - 22 miglia di fuoco: violento e adrenalinico, il nuovo film di Peter Berg prende coscienza della forma sfuggente del male contemporaneo.

Red Zone Lauren Cohan Iko Uwais

Spesso i migliori sono anche i più sacrificabili. Chi fa parte di una task force governativa lo sa bene. Agire nell'ombra, morire nell'oblio, non fare sfoggio dei propri successi. Ogni cosa rimane nella task forse: gloria e lacrime, lutti e attentati sventati davanti agli occhi inconsapevoli del resto del mondo. Non fa eccezione la squadra d'elite guidata dall'iracondo Jimmy Silva, agente plusdotato a livello intellettivo con gravi problemi nella gestione della rabbia. È lui il protagonista assoluto di Red Zone - 22 miglia di fuoco, spy story iniettata di violenza e di adrenalina in cui il tempo è un nemico più pericoloso dei (soliti) russi.

Al quarto film assieme al fidato Mark Wahlberg, il regista Peter Berg delinea un film d'azione violento, duro, con una morale di fondo asprissima, lontana da ogni rassicurazione. Dopo aver portato sul grande schermo tre storie vere con Lone Survivor, Deepwater - Inferno sull'oceano e Boston - Caccia all'Uomo, l'affiatata coppia abbandona la realtà senza rinunciare estremo realismo di fondo. Negli ambiziosi intenti di Berg e Wahlberg c'è l'avvio di una trilogia cinematografica (con tanto di spin-off televisivo), ovvero la volontà di affiancare l'agente Silva al fianco di celebri "colleghi" come Ethan Hunt e Jason Bourne.

Red Zone Lauren Cohan Mark Wahlberg Iko Uwais

Le premesse per dare vita a un personaggio con un vissuto da esplorare e un carattere intrigante ci sarebbero anche, però Red Zone - 22 miglia di fuoco preferisce prendere la mira senza sparare dritto al bersaglio, crogiolandosi troppo sulla sua azione incessante a discapito del cuore travagliato dei suoi protagonisti.

Leggi anche: La recensione di Boston - Caccia all'uomo

La fallibilità degli eroi: personaggi iracondi

Red Zone Mark Wahlberg

La tutrama di Red Zone è semplice, complessa ma non complicata. Il che lo rende un classico film di spionaggio dominato da sospetti, raggiri e questioni rimaste in bilico sino all'ultimo minuto. Alla base c'è una minaccia atomica di proporzioni abnormi da sventare sul suolo di Giacarta (ma il film è stato girato in Colombia). Una densa ombra nera da scacciare lottando contro il tempo, come la mitica serie tv 24 ha insegnato così bene. Berg prende appunti da Jack Bauer e dona al film un ritmo frenetico (talvolta persino troppo) in cui l'azione domina la scena. Non solo sparatorie e inseguimenti, ma una serie di scontri corpo a corpo ben coreografati, impregnati di crudo realismo e di truce violenza. Però Berg non ha voglia solo di calci, pugni e testate, perché prova a delineare due protagonisti dal carattere insolito.

Red Zone Lauren Cohan

In Red Zone i paladini (come ormai siamo abituati a vedere) non sono certo eroi integerrimi, ma persone con un vissuto traumatico che li porta a essere arrabbiati, instabili, incapaci di ascoltare, abituati a imporre se stessi sugli altri. La scena, ovviamente, è tutta per il logorroico Jimmy Silva di Mark Wahlberg, un uomo iperattivo, con un'intelligenza sopra la media, che ci appare come un sociopatico con un passato tutto ancora da svelare. Un personaggio talmente ingombrante da mettere in ombra Lauren Cohan, la cui caratterizzazione risulta troppo blanda e poco approfondita per farci affezionare alle sue sorti. Nonostante questo sbilanciamento, Red Zone mette chiaramente in ombra le figure "positive" della storia, presentandole come personalità borderline poco affidabili. Nella zona rossa, insomma, c'è molto grigio.

Leggi anche: Life during wartime - L'America in guerra, da Homeland ad American Sniper

Guerra e pace: il male postmoderno

Red Zone Iko Uwais

Un montaggio eccessivamente concitato, una violenza a tratti compiaciuta, una scrittura superficiale che non mantiene le sue succulente promesse. Red Zone è un film con molti problemi, ma è un film molto più significativo e complesso di quanto possa (e voglia) sembrare. Attraverso un nemico sfuggente, dal volto camaleontico, Berg riesce benissimo a rendere l'essenza del male contemporaneo, mellifluo e privo di una conformazione ben precisa. Il vecchio nemico con un nome e un cognome, identificabile in una sola persona o in una sola nazione ostile, non esiste più. E ai "buoni" non resta che procedere a tentoni, orientandosi a fatica. Il male postmoderno è liquido e informe, e dunque impossibile da arginare nel tempo e nello spazio. Red Zone prende atto dell'impossibilità della pace, per cui si accontenta di arginare l'inevitabile violenza del mondo. Per questo tutte quelle scene di lotta a mani nude sembrano rispondere quasi a un disperato bisogno di fisicità. Laddove il nemico evapora dentro virus virtuali e gas chimici, il corpo è l'unico appiglio per provare a contrastare qualcuno in modo concreto. Red Zone ci prova con fierezza riuscendo a vincere la sua modesta battaglia per il buon intrattenimento. Dalle guerre vinte in favore del grande cinema, invece, siamo lontani. Molto più di 22 miglia.

Recensione Red Zone - 22 miglia di fuoco: se la...
Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
Cinecittà World

Mostra i vecchi commenti

Boston – Caccia all’uomo: la lotta al terrorismo come un thriller metropolitano
Mark Wahlberg parla di Deepwater: "Una cosa del genere potrebbe ancora accadere"