Dimenticate il tenero Totoro e la dolcezza di Ponyo. Quando Hayao Miyazaki presentò Principessa Mononoke al mondo, lo fece impugnando idealmente una katana e sfidando i giganti di Hollywood. Questo lungometraggio, che torna nelle sale italiane dal 4 al 10 giugno, resta forse l'opera più cruda e spietata nata dalla mente del maestro dell'animazione. Si tratta di una pellicola atipica per i canoni classici dello Studio Ghibli, ma che racchiude con una forza narrativa senza pari le tematiche a cui Miyazaki ha dedicato l'intera carriera. Ecco cinque curiosità che rendono questo film il pilastro più violento e filosofico dell'animazione moderna.
1. La sfida storica a Titanic
Il rilascio globale di Principessa Mononoke avvenne nel 1997, proprio mentre le sale di tutto il mondo stavano per essere invase dal Titanic di James Cameron. Fu una sfida epica al botteghino: un vero e proprio terremoto culturale. Sebbene in Italia il film sia arrivato con forte ritardo (nel 2000), in Giappone si rivelò un successo senza precedenti, diventando il lungometraggio con i maggiori incassi nella storia del cinema nipponico e superando persino un colosso come E.T.. La pellicola mantenne il primato fino all'arrivo del kolossal di Cameron, venendo poi nuovamente superato da Miyazaki stesso con La Città Incantata (primo film animato giapponese a vincere l'Oscar nel 2003),e che evidentemente non aveva ancora smesso di macinare incassi.
2. La leggenda della Katana
Esiste un aneddoto leggendario, che sembrerebbe confermato da alcune fonti accreditate, legato alla distribuzione americana dell'opera. Quando la Miramax acquisì i diritti, il potente produttore Harvey Weinstein (sì, proprio quell'Harvey Weinstein) voleva tagliare la pellicola per renderla più "commerciale" e adatta a un pubblico di bambini. La risposta di Miyazaki (o del suo produttore Toshio Suzuki secondo altri) fu drastica: inviò a Weinstein una vera katana con un biglietto allegato: "No cuts" (nessun taglio). Fu un atto di forza che protesse l'integrità artistica del film e consacrò la sacrosanta cocciutaggine del maestro.
3. La rappresentazione della violenza
Mononoke è senza dubbio l'opera più cruda dello Studio Ghibli: braccia amputate, decapitazioni e sangue a fiumi. Tuttavia, Miyazaki ha sempre chiarito che questa violenza non è mai gratuita: serve a veicolare la "maledizione dell'odio" che consuma fisicamente e spiritualmente il protagonista Ashitaka. Il film non vuole essere rassicurante, ma intende risvegliare brutalmente le nostre coscienze, mostrando quanto sia doloroso cercare di andare oltre il rancore che acceca l'umanità, che ci fa considerare i nostri bisogni unici e imprescindibili, impedendoci di vedere un orizzonte più ampio.
4. Una morale grigia: dove sono i cattivi?
A differenza della narrazione classica e di molti film d'animazione, in Principessa Mononoke non esiste un vero villain. Anche Lady Eboshi non è una malvagia tradizionale: distrugge la foresta, è vero, ma lo fa per dare lavoro, dignità e protezione agli emarginati della società (lebbrosi ed ex prostitute). Quello messo in scena è uno scontro tra due visioni diverse di "bene": il progresso umano contro la conservazione della natura. Un equilibrio precario dove la coesistenza richiede uno sforzo immane ma che alla fine è necessaria alla nostra sopravvivenza.
5. Un nuovo doppiaggio per il ritorno in sala
Come già accennato il film torna al cinema con una novità fondamentale: un nuovo adattamento italiano. Questa versione punta a correggere le criticità del precedente doppiaggio curato da Gualtiero Cannarsi, spesso criticato per un registro eccessivamente ostico e problematico. Sebbene l'originale utilizzi un registro linguistico che attinge al giapponese arcaico, il nuovo adattamento ha preferito "ripulire" il parlato: il controverso "Dio Bestia" diventa quindi un più rispettoso "Cervo Divino". Per il resto non ci rimane che correre al cinema per godere su grande schermo di un'opera mastodontica che, oggi più che mai, appare necessaria.