Abbiamo visto un cortometraggio che aveva l'anima di un lungometraggio: pochi minuti capaci di raccontare una storia struggente, un lungo viaggio, un amore che diventa ossessione e un'ossessione che si trasforma in violenza e morte. Stiamo parlando di Juggernaut, l'opera nata dalla mente e dalla creatività di tre giovani autori indipendenti - Daniele Ricci, Emanuele Ricci ed Eugenio Krilov - che, con mezzi non certo hollywoodiani, hanno saputo creare qualcosa di unico e stupefacente.
Un'atmosfera fantasy o meglio, dark-fantasy, in grado di compiacere non solo i fan delle storie medievali, ma anche gli amanti dei soulslike, dello sconfinato mondo di Elden Ring o Dark Souls e di quel capolavoro senza speranza che è Berserk.
Un viaggio silenzioso ed enigmatico verso l'ignoto
Un uomo trascina un cadavere lungo un impervio territorio boscoso. Nonostante la fatica tolga il respiro e le forze vengano meno, non demorde e continua il suo viaggio solitario inseguendo, forse, un desiderio e una speranza che sembrano irrealizzabili quanto insidiosi. Di giorno va avanti senza sosta, la notte riposa davanti al fuoco, finché non giunge a una misteriosa grotta dove tutto potrebbe cambiare.
È questo l'incipit nonché la linea narrativa del corto, che ha il pregio di catturare fin da subito la curiosità dello spettatore. All'inizio non riusciamo a comprendere fino in fondo le intenzioni del protagonista, ma assistiamo a una serie di momenti struggenti e suggestivi in grado di mettere in allerta le nostre sinapsi, intente a capire quale mondo stiamo osservando e quali regole lo governino. Idealmente, i 20 minuti di Juggernaut potrebbero benissimo essere la cutscene introduttiva di un videogioco a cui vorremmo subito giocare, ed è palesemente a quel linguaggio che l'opera si ispira.
Tra soulslike e cinema muto: la forza delle immagini
Le armature, i paesaggi e le atmosfere sembrano usciti da un soulslike di ambientazione medievale: i boschi toscani (location scelta per le riprese) potrebbero tranquillamente essere una porzione della Sepolcride di Elden Ring, così come il protagonista e la figura che trascina esanime rientrerebbero alla perfezione nella lore di un universo più vasto. È proprio questa la grande forza del progetto: esprimere in modo dichiarato un potenziale immenso, dimostrando come, attraverso una spiccata dote artistica e un'idea forte, si possa creare un prodotto di valore capace di competere in manifestazioni internazionali, venendo premiato e apprezzato.
Un altro aspetto vincente dell'opera è senza dubbio l'assenza di dialoghi. Può sembrare una scelta azzardata, ma affidare il racconto interamente alle immagini, alla musica e alle interpretazioni assume una doppia valenza: una puramente artistica e concettuale, l'altra più pratica. Eliminare le parole rende il viaggio ancora più cupo e angosciante, affidando alle sensazioni il compito di intuire ciò che il linguaggio verbale non può esprimere; una scelta narrativa che contribuisce al fascino del mistero e alla voglia di scoprire l'intento ultimo del cavaliere errante. Al contempo, dietro l'assenza di dialoghi c'è un risvolto pratico fondamentale per il percorso che Juggernaut sta compiendo: niente parole significa nessuna necessità di doppiaggio o sottotitoli, garantendo una fruizione immediata da parte del pubblico internazionale.
Oltre la tecnica: quando il cinema parla direttamente al cuore
Ora che abbiamo analizzato le caratteristiche principali del progetto, è il momento di lasciar spazio a qualche considerazione personale. Quando si fa questo lavoro da tanto tempo (chi scrive lo fa da più di dieci anni), spesso si guarda a un'opera con occhio clinico: si sa dove porre l'attenzione, si cercano le possibili criticità, si analizzano le tematiche e gli elementi di genere. Insomma, ci si approccia prima con la ragione e poi con il cuore, perché ogni impressione deve essere prima di tutto motivata.
Juggernaut ha sovvertito ogni schema, parlando direttamente a quella parte di noi deputata allo stupore e alle emozioni: ci ha trasportati in un mondo diverso più rapidamente di uno schiocco di dita, e lo ha fatto con una semplicità disarmante. Per un po' è stato come ritrovarsi senza pensieri di nuovo davanti a una console, all'inizio di una campagna di D&D o di quel libro o manga dark fantasy che tanto aspettavamo di leggere. Eravamo lì, da nessun'altra parte, e questo aspetto sfugge a qualsiasi fredda considerazione tecnica.
Daniele Ricci, Emanuele Ricci ed Eugenio Krilov, insieme al loro ristrettissimo staff, hanno compiuto un piccolo miracolo, un prodigio sorretto da capacità, studio e creatività, capace di portare una boccata d'aria fresca nel panorama italiano. Sempre più spesso vediamo registi e maestranze emergere dal web per approdare al grande schermo, e ci auguriamo vivamente che possa accadere anche a loro. Meritano l'opportunità di prendere parte a progetti sempre più ampi, magari un lungometraggio che espanda l'universo a cui hanno dato forma con Juggernaut. Il corto è attualmente disponibile online su WeShort: vi consigliamo caldamente di dargli un'occhiata, non ve ne pentirete.