Primetime, recensione: sbatti il mostro in prima serata

Lance Oppenheim rivede la controversa figura del giornalista Chris Hansen traducendo in pieno le vibrazioni y2k. Non solo: Primetime è anche un manifesto sul concetto di performance. Uno dei migliori film A24. Protagonista Robert Pattinson. In concorso a Venezia 83.

Primetime

Lo scriviamo in apertura: ci voleva Lance Oppenheim, ragazzo classe 1996, al suo primo lungometraggio di finzione (dopo tanti documentari), per salvare l'indipendente studio A24 da una dilagante crisi narrativa (che era forse fisiologica). Intelligentemente compiaciuto ed elettrizzato, ricalcando l'aura di un protagonista che definire controverso è dir poco, Primetime si rifà al cinema dei Fratelli Safdie e, nonostante Oppenheim, all'epoca dei fatti, abbia avuto appena dieci anni, riesce a tradurre in pieno l'estetica, le vibrazioni e il linguaggio visivo di inizio millennio.

Del resto, dietro la storia vera (ri)messa in scena, Oppenheim non nasconde un rilevante gusto cinematografico che sembra incastrarsi perfettamente con il profilo di Chris Hansen, quell'ingombrante giornalista che, per ammissione del regista, ricorda "una specie di Tony Montana". Nemmeno a dirlo, un accostamento perfetto per uno dei migliori titoli del 2026.

"Perché non ti siedi?": Robert Pattinson diveta Chris Hansen

Tratto dall'articolo Tonight on Dateline This Man Will Die di Luke Dittrich con sceneggiatura firmata da Ajon Singh, Primetime ci porta a un centimetro dai predatori sessuali. È il 2006, mentre imperversa la guerra al terrore e i telegiornali mandano in loop le immagini di Saddam, Chris Hansen (Robert Pattinson), che viene introdotto nel film come se fosse una sorta di cinico e spregiudicato eroe, sta scrivendo la storia della televisione: c'è lui dietro To Catch a Predator, format NBC pensato per catturare e rivelare pedofili che adescano i minorenni via chat.

Lo schema è sempre lo stesso: un uomo arriva, citofona, viene fatto entrare in casa. Pensa di avere un appuntamento con un ragazzino o una ragazzina. Le "esche", come le chiama la spietata producer (Merritt Wever). Sul tavolo ci sono biscotti, pizza al salame piccante, tè zuccherato iper-calorico. Poi, dall'ombra, ecco spuntare Hansen. Elegante, trionfale, sguardo severo e tono deciso."Perché non ti siedi?", dice Chris. Showtime, lo spettacolo è servito: il predatore diventa preda, le esche escono di scena (Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers) il processo mediatico è iniziato. Quando però all'amo abbocca un pesce grosso, per Hansen le cose si mettono male.

Tutta la forza estetica y2k in un film che vive del contraddittorio

Giocando con i toni dell'epoca y2k, utilizzando il tatto come senso principale (infatti le mani sono spesso in primo piano), e formattando perfettamente l'accavallamento tra il digitale e l'analogico (che grande lavoro quello di David Bolen alla fotografia), Primetime è cinema allo stato puro. Tosto, aggressivo, sfrigolante, il mostro in prima serata di Oppenheim, nonché il suo cacciatore - e l'età del regista accresce il valore del film - sono l'elevazione del contraddittorio e del narcisismo. Se l'autore non nasconde una certa fascinazione verso Hansen, dall'altra parte il film apre al dibattito: i mezzi applicati da To Catch a Predator sono leciti? Come nello show NBC, andato in onda fino al 2007 e subito entrato al centro del dibattito culturale, è lo spettatore che decide da che parte stare. Attenzione, però: la scrittura di Primetime è così raffinata che la risposta potrebbe non arrivare. Potere del cinema, potere delle grandi storie ben raccontate.

"Una volta la gogna era in ogni città, ora le tv sono in tutte le case", dice lo sceriffo di Augusta, Texas, interpretato da Bokeem Woodbine, impaziente di cacciare la balena più grossa. Una frase emblematica che s'allunga dal 2004 ad oggi: Primetime racconta di come si sia evoluta la gogna stessa: i giornali, poi la televisione, i reality, con il senno dei poi, ovviamente, i social. Una catena inarrestabile. In mezzo, la pesca a strascico di un giornalista accanito che rompe ma intanto ricostruisce le regole del mestiere. Hansen, che tiene la cravatta annodata pure in camera da letto, ha una missione: liberare il mondo dai mostri, costi quel che costi. Lo "spettacolo della punizione" in 110 minuti di sfavillante montaggio (Daniel Garber), in pieno estro pop.

Cosa vuol dire performance

Ma Primetime è anche e forse soprattutto un film sul concetto di performance: da una parte il giovane Dan Plumb (Skyler Gisondo è meraviglioso), con la sua stridula voce da adolescente pronto, ricalca il sogno di un attore dalle belle speranze (costretto alla più brutale delle gavette); dall'altra c'è il mantello di Chris Hansen, che usa la telecamera come fosse un'arma. Entrambi si muovo nello stesso mondo, entrambi sono mossi dall'ambizione (che non prevede morale), ed entrambi stanno cercando di capire chi siano davvero.

Primetime: To Catch a Predator e la storia vera dietro il film con Robert Pattinson Primetime: To Catch a Predator e la storia vera dietro il film con Robert Pattinson

Ma è chiaro: Hansen è l'ago della bilancia. Giornalista, intrattenitore o entrambe le cose? Ecco che ben oltre lo schermo e gli obbiettivi delle Betacam in 4:3, Primetime riavvolge in nastro ma guarda in avanti: ci siamo muovendo verso una realtà in cui queste due etichette sono sempre più inseparabili. Icaro e il sole, il Capitano Achab e Moby Dick, Chris Hansen e i predatori. Materiale che scotta, e per questo efficace per essere declinato, riletto e applicato secondo una forma che possa riflettere il nostro complesso universo.

Conclusioni

Sì, Primetime, dopo diversi tonfi, riesce a riportare a galla il tono e l'ispirazione di A24. Il giovane regista Lance Oppenheim, all'esordio dopo tanti documentari, costruisce un film di grande impatto, che gioca con l'estetica y2k per raccontare la controversa figura del giornalista Chris Hansen, interpretato da un grande Robert Pattinson. Non solo, alla base c'è una profonda riflessione sul concetto di performance. Un tema che corre e ricorre, e che domina una società votata al successo. Costi quel che costi.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Grande messa in scena.
  • Le vibrazioni y2k.
  • Il ritmo.
  • La prova di Pattinson, sempre più maturo.

Cosa non va

  • Non proprio un lato negativo ma il protagonista è controverso, ma il regista non nasconde una certa fascinazione.
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