Inventare, rischiare, colorare le zone oscure. Marco Bellocchio c'è riuscito di nuovo. Dopo Esterno Notte, ecco il grande cinema che diventa grande serialità. Quella di Portobello è una storia assurda, bizzarra, tragica: Enzo Tortora, un uomo complesso e gentile schiacciato dalla parole e dalla mediocrità di una giustizia disumana, che (ha) cavalca(to) la superficialità invece che l'affondo. Ed è una fortuna ritrovare Fabrizio Gifuni, diretto da Bellocchio.
L'attore (la sua bravura non è certo notizia), dopo Aldo Moro torna a vestire i panni di un "rapito". Tortora, sequestrato dalle autorità e dalle logiche giudiziarie, strette in un'opinione pubblica polarizzata e indirizzata, diventa allora una figura drammaturgica universale, dalla forte identità.
Portobello, Enzo Tortora raccontato da Marco Bellocchio
"Tortora era garbato e perfetto", spiega Marco Bellocchio, nel corso della nostra intervista. "Faceva paura per la sua specifica identità liberale, non stava da nessuna parte, non era con i Democristiani, non era con i comunisti, era contro la massoneria. E poi nel condurre Portobello aveva un lato fortemente moralistico. Lui scriveva sui giornali, anche su dei giornali per ragazzi. Questo suo moralismo, in qualche modo, quando gli si è ritorto contro".
Occhiali scuri e braccia conserte, incontriamo Marco Bellocchio prima della conferenza stampa di presentazione della serie, disponibile su HBO Max. Accanto a lui, nel set allestito per le interviste video, Fabrizio Gifuni, che spiega: "[Tortora] a differenza dei suoi colleghi, Corrado, Mike Buongiorno, Pippo Baudo, che avevano un modo immediato di empatizzare col pubblico, puntava sulla sincerità, e non voleva sembrare diverso da quello che era. E questo, forse, è una delle cose che gli è stata rimproverata. Tutto sommato è stato un'anomalia all'interno del sistema televisivo".
Il significato delle maschere e un mondo comandato da buffoni
Parole, menzogne e verità. Tre elementi che costituiscono l'ossatura di Portobello. Tre elementi che oggi hanno dei assunto contorni diversi. Non a caso, la maschera napoletana, nella serie, ha un certo peso specifico. "Oggi le parole non sono più individuabili", prosegue il regista, "Tortora è stato vittima di un sistema, la camorra che lo accusa e che è legata a Napoli, e nella serie il parlato napoletano ha un grosso peso. È qualcosa che ricorre e che purtroppo fa parte di un certo qualunquismo serpeggiante, e anche di un certa mentalità cattolica: non esiste uomo senza peccato".
Per Gifuni, invece, "le maschere della Commedia Civile erano molto più distinte e separate. C'era la maschera degli attori, la maschera dei politici, la maschera dei presentatori, erano cose diverse. Oggi è una specie di marasma impazzito. Ci sono politici che indossano maschere più grottesche di quelle degli attori. Non si distingue più. E senza codici si crea una situazione pericolosa in cui vale tutto. Tutti possono dire qualsiasi cosa, Un tempo il buffone di corte era l'unico nel medioevo che poteva dire la verità. Adesso i buffoni di corte comandano il mondo".
Una recita che, in qualche modo, ha indirizzato il processo a Enzo Tortora, schiacciato da quelle parole divenute ormai prive di significato. Mentre il timer dell'intervista corre veloce, e ci prepariamo ai saluti, il regista conclude così "È come se ora adesso tutti recitassero, in modo uguale. In tv prima c'era più emozione, reverenza, ora hanno tutti la risposta pronta. Poi ci sono delle distinzioni, chiaro, però c'è una recita globale in cui decifrare le parole, il loro significato, il loro peso è sempre più difficile perché poi non hai di ragionarci".