Recensione Ray (2004)

Hackford fa un lavoro dignitoso, ma la forza del film risiede altrove: la combinazione tra la presenza scenica di Jamie Foxx e la musica di Ray Charles rende i numeri canori assolutamente trascinanti e irresistibili.

Oscar on My Mind

2004, The Year of the Foxx. L'abbiamo già ammirato tassista sognatore nelle grinfie dell'angelo della morte Tom Cruise di Collateral; ma è questa l'interpretazione dell'anno di Jamie Foxx - o meglio, questa è semplicemente l'interpretazione dell'anno. Il trentasettenne texano sta graziosamente raccogliendo allori su allori nel corso della stagione dei riconoscimenti cinematografici USA, e non c'è cerimonia di premiazione in cui non gli venga tributata una standing ovation. L'America è letteralmente impazzita per lui: e in fondo fa piacere, perché Jamie è uno a cui non stato regalato niente, che ha fatto la sua gavetta lontano dai riflettori, per esplodere oggi, all'età in cui Nicole Kidman è una veterana delle prime pagine e dei ruoli più brillanti. E tale plauso, sebbene iperbolico nei toni, non è immeritato.

Ray è un one man show. Jamie Foxx non interpreta Ray Charles, si fa possedere dallo spirito del musicista recentemente scomparso. Fa sua la voce inconfondibile, le espressioni caratteristiche, la gestualità unica, e si trasforma in avatar del mito. E alla fine del film l'illusione è tale che è difficile ricordare il vero Ray, i cui tratti si sono fusi con quelli di Foxx.
Il talento del regista Taylor Hackford non è all'altezza di quello del protagonista, e il film nel suo complesso non è esente da difetti. Come voluto da Ray Charles, che aveva incoraggiato la produzione e incontrato personalmente Jamie Foxx pochi mesi prima di morire, Ray non è un'agiografia: celebra il musicista e l'uomo per quello che era, ritrae una personalità difficile definita dai suoi limiti e dalla sua genialità, non distoglie lo sguardo dalle sue imbarazzanti debolezze. Infatti, accanto alla musica, il filo conduttore del film è proprio la debolezza umana dell'artista che lo porta a diventare tossicodipendente. Nel remoto passato, le radici dei suoi problemi: il trauma e il senso di colpa per la morte del fratellino di pochi anni. Sempre nel passato del musicista, la sceneggiatura individua la fonte del coraggio e della forza di combattere in una madre ammirevole, uccisa anzitempo dalla vita grama di bracciante, che ripeteva al figlioletto cieco di "non farsi mai trattare come uno storpio." E dovrebbe essere chiaro a questo punto qual è il limite più evidente della creatura di Taylor Hackford: la facile morale, l'intento edificante di cui si ammanta la vittoria di Ray Charles sull'eroina. Nell'equilibrio complessivo la cosa non sarebbe neanche troppo fastidiosa se non si andasse oltre il tollerabile in un paio di stucchevoli parentesi.

Per il resto, Hackford si appropria dei classici stilemi del film musicale e gestisce la sua biografia in maniera dignitosa - volendogli perdonare gli episodi leziosi e la totale mancanza di ardimento e originalità. Naturalmente la forza del film risiede altrove: la combinazione tra la presenza scenica di Jamie Foxx e la musica di Ray Charles rende i numeri canori assolutamente trascinanti e irresistibili. Chi conosce e ama canzoni leggendarie come What'd I Say, Hallelujah I Just Love Her So, Hit The Road Jack e Georgia on My Mind, proverà la gioia di scoprirne la genesi; chi non le conosce, è ora che se ne innamori.

Movieplayer.it

3.0/5