Memories: perché rivedere in sala il cult antologico di Katsuhiro Ōtomo

Film in tre episodi prodotto dal leggendario regista di Akira a metà anni Novanta, capace di riflettere sulla potenzialità dell'animazione giapponese con approcci tra loro diversissimi. Al cinema il 12, 13 e 14 gennaio.

Un'immagine promozionale di Memories

Quando il 23 dicembre 1995 arrivò nelle sale nipponiche Memories, in pochi avrebbero immaginato che quel progetto antologico avrebbe rappresentato un punto di svolta per l'animazione nipponica d'autore. Katsuhiro Ōtomo, reduce dal successo planetario di Akira (1988) - opera che aveva definitivamente sdoganato i "cartoni giapponesi" anche in Occidente - tornava dietro le quinte nei panni di produttore esecutivo e regista di uno dei tre episodi, affidando a colleghi di talento il compito di dare vita ad alcuni suoi racconti brevi tratti dal manga MEMORIE, pubblicato nel 1992.

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Memories: una scena dell'anime

Il risultato è un'operazione tecnicamente ambiziosa, disomogenea per sua stessa natura ma capace di offrire nel corso delle due ore di visione uno spaccato affascinante sulle potenzialità espressive del medium quando messo nelle mani di artisti visionari. Spaccato che ora anche il pubblico italiano può (ri)vedere addirittura in sala, grazie alla distribuzione limitata - 12, 13 e 14 gennaio - e in versione restaurata, a pochi mesi di distanza dalla re-release in patria.

Ci troviamo davanti ad un trittico di storie apparentemente slegate tra loro, unite soltanto da una comune matrice fantascientifica e da quella visione pessimistica della tecnologia tipica del cinema di Ōtomo, dove il progresso si rivela costantemente arma a doppio taglio contro l'uomo comune. La struttura antologica permette qui una libertà creativa che si riflette in tre approcci stilistici e tonali radicalmente differenti, rendendo il film un'esperienza stratificata e non priva di contraddizioni.

I ricordi della signora

Il primo episodio, anche il più lungo, è Magnetic Rose - I ricordi della signora, diretto da Kōji Morimoto e scritto da un giovanissimo Satoshi Kon - futuro e compianto maestro del surrealismo e autore di capolavori assoluti come Perfect Blue (1997) e Paprika (2006). Poco meno di tre quarti d'ora che si configurano come il cuore pulsante dell'intera operazione.

Ambientato nell'anno 2092, segue l'equipaggio della Corona, cargo spaziale adibito alla raccolta di detriti nella vastità del cosmo, che intercetta un segnale di soccorso proveniente da un cimitero di relitti orbitanti attorno a una misteriosa stazione. Due ingegneri, Heintz e Miguel, decidono di investigare in prima persona recandosi sul posto, finendo per ritrovarsi in uno sfarzoso palazzo in stile rococò, un tempo dimora della cantante lirica Eva Friedel.

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Persi nello spazio in I ricordi della signora

Quello che inizialmente potrebbe sembrare un classico racconto di fantasmi nello spazio profondo, sì proprio lì dove nessuno può sentirti urlare, si trasforma ben presto in un'inquietante discesa negli abissi della memoria e dell'ossessione. Un labirinto psicologico dove la linea tra realtà e illusione si sfuma progressivamente, intrappolando i protagonisti in una ragnatela di ricordi, sia loro che non, risucchiandoli inesorabilmente. La stazione è un organismo vivente alimentato dai ricordi tossici di Eva, un buco nero emotivo che seduce e divora chiunque osi avvicinarsi, trasformando la malinconia in un'entità divoratrice.

L'arma puzzolente

Il secondo episodio dal titolo che è già un programma, ovvero Stink Bomb - L'arma puzzolente, rappresenta un cambio di registro drastico. Diretto da Tensai Okamura su sceneggiatura dello stesso Ōtomo, abbandona le atmosfere cupe del predecessore per abbracciare una satira nerissima sul tema delle armi biologiche di massa e dell'incompetenza burocratica, con tanto di ingerenza americana che comanda anche lo stesso esercito del Sol Levante.

Il giovane tecnico di laboratorio Nobuo Tanaka, alle prese con un'influenza, ingoia per errore una pillola sperimentale sviluppata per scopi militari, trasformandosi involontariamente in un'arma di distruzione di massa: il suo corpo comincia a emanare un odore letale che uccide istantaneamente qualsiasi essere umano o forma di vita animale nel raggio di svariati chilometri, risparmiando paradossalmente soltanto la vegetazione.

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Gli effetti dell'"arma biologica" in L'arma puzzolente

Quello che potrebbe sembrare l'inizio di una commedia nera si trasforma rapidamente in tragicommedia grottesca, con Nobuo che attraversa inconsapevole il Giappone lasciandosi dietro una scia di cadaveri. Quaranta minuti per denunciare l'assurdità di una realtà dove gli esperimenti biologici vengono sviluppati top secret e dove la buona fede di un individuo qualunque, un quanto mai tranquillo e ingenuo impiegato, può innescare paradossali apocalissi. Per una narrazione bizzarra, elevata esteticamente dallo stile dello studio Madhouse.

La città dei cannoni

L'episodio conclusivo, Cannon Fodder ovvero La città dei cannoni nella versione italiana, è scritto e diretto dallo stesso Ōtomo e rappresenta forse il segmento più divisivo e sperimentale dell'intera operazione. Ambientato in una distopica città steampunk dove l'intera popolazione vive per caricare con polvere da sparo e poi far fuoco da enormi cannoni verso un nemico ignoto, il cortometraggio segue la giornata di un ragazzino e della sua famiglia, ingranaggi inconsapevoli di una macchina bellica che non conosce tregua.

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Padre e figlio in La città dei cannoni

Attraverso una tecnica di montaggio rivoluzionaria, Ōtomo crea l'illusione che i venticinque minuti dell'episodio siano stati girati in un unico "piano sequenza" ininterrotto, muovendosi tra le anguste abitazioni e le gigantesche strutture militari che dominano il paesaggio urbano, grigio e cupo come non mai. Lo stile visivo, nettamente distinguibile dai precedenti, abbraccia un'estetica volutamente grezza e disegnata a mano, per sottolineare l'alienazione di una società ridotta a pura funzione bellica.

Il regista si è dichiaratamente ispirato a 1984 di Orwell, trasformando quella città senza nome in una metafora della guerra perpetua, dove i cittadini hanno dimenticato il perché combattano e contro chi, limitandosi a perpetuare un rituale vuoto che dà senso alle loro altrettanto lacunose esistenze.

Tirando le somme

Con Memories ci troviamo davanti ad un'antologia imperfetta ma affascinante, che riunisce tre visioni distinte del futuro accomunate da una profonda sfiducia nella tecnologia e nelle istituzioni. Katsuhiro Ōtomo e i suoi colleghi hanno dato vita a un progetto che, pur soffrendo di inevitabili disomogeneità tra i tre episodi, rappresenta una pagina importante nella storia dell'animazione giapponese degli anni Novanta, nella quale si intravedono maestri in erba come Satoshi Kon a Yoko Kanno alle prese con suggestioni apocalittiche, squarci visionari e tragicommedie amarissime, specchio di stratificate memorie d'autore.