Melania Rea, recensione: la forza del pudore contro la spettacolarizzazione del dolore

Nella serie HBO Stefano Mordini racconta con rispetto uno dei femminicidi più conosciuti e, soprattutto, le dinamiche di una relazione segnata dalla violenza psicologica.

Melania Rea

Da qualche anno a questa parte, i casi di cronaca più efferati sono diventati anche più mediatici e occupano grande spazio nei palinsesti, con picchi di share che le stesse serie tv crime ormai sognano. Attorno a essi si muove un vero e proprio circo mediatico che scandaglia ogni indizio, ogni accusa, ogni sospetto, tra servizi discutibili e una pornografia del dolore diventata ormai insopportabile.

Garlasco è l'esempio più lampante, ma a dare il via tra gli altri a questo modus operandi della TV generalista fu il femminicidio di Melania Rea nel 2011, un terribile caso di violenza domestica, di abusi psicologici, letteralmente fagocitato dalla TV. Come raccontare, quindi, la morte di una ragazza di nemmeno trent'anni quando il pubblico sa già praticamente tutto (troppo)?

Stefano Mordini sceglie la via del pudore e in Melania Rea (la serie presentata alla festa del cinema di Roma e da oggi su HBO Max) va oltre la semplice ricostruzione dei fatti per mostrarci chi era la donna prima di diventare vittima.

Un percorso a ritroso che indaga ciò che accadde tra Melania Rea e il marito, e assassino, Salvatore Parolisi per mostrarci senza sensazionalismi che la sua storia è più universale di quanto si creda. Per farlo sceglie un tono trattenuto, rispettoso, attento soprattutto a ciò che accade dentro le relazioni e agli equilibri che cambiano lentamente.

Nella serie non trova spazio la vittimizzazione secondaria, né il pathos fine a se stesso. Lo trovano invece l'amore, la speranza, i desideri di una giovane donna e una giovane mamma e la loro cristallizzazione in un tempo sospeso per sempre.

Di cosa parla Melania Rea: dalla realtà alla fiction

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Maria Esposito è Melania Rea nella serie HBO

La storia prende avvio dalla scomparsa di Melania Rea nel 2011 durante una gita a Colle San Marco con il marito Salvatore Parolisi e la loro bambina di solo 18 mesi. È proprio lui a dare l'allarme e a dare avvio alle ricerche, che iniziano subito, anche se di lì a breve il ritrovamento del corpo della donna trasforma quella che sembrava una scomparsa e un'indagine per omicidio.

Da qui la serie si concentra sempre di più sul racconto del marito: alcuni dettagli non tornano, la sua versione viene messa alla prova dei riscontri degli investigatori e insieme alle contraddizioni iniziano ad affiorare aspetti della vita di coppia passati fino a quel momento in sordina.

La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo mostrando mostrando l'indagine ma affiancandola al racconto delle storia d'amore prima e poi della relazione tra i due, con incursioni nella quotidianità della loro vita di coppia. Il passato acquista così un suo peso specifico episodio dopo episodio, situazioni che appaiono inizialmente ordinarie vengono rilette alla luce di ciò che emerge dopo. E nel mezzo il rapporto tra Melania e Salvatore mostra gradualmente tensioni che vanno ben oltre una normale crisi matrimoniale.

D'altronde, il colpevole lo conosciamo già. Ed è proprio per il fatto che noi spettatori siamo già informati sulla vicenda che la serie può concentrarsi sul modo in cui si sia arrivati a quel terribile esito. Tutto ciò che c'era prima e che non sempre si vede: l'abuso psicologico perpetrato nel tempo che è fatto di sguardi, di gesti, di isolamento forzato, di allontanamento ma anche di sospetti e paure.

Perché la violenza, ormai lo sappiamo ma è bene ribadirlo, non è solo quella fisica. Anche se non vediamo occhi neri o labbra spaccate possono esserci ferite altrettanto dolorose.

Melania Rea, Maria Esposito: "Ho cercato di restituire dignità alla donna che era prima della violenza" Melania Rea, Maria Esposito: 'Ho cercato di restituire dignità alla donna che era prima della violenza'

Il coraggio di non mostrare tutto

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Daniele Rienzo nei panni di Salvatore Parolisi

Ed è proprio su questo aspetto che Stefano Mordini costruisce buona parte del suo racconto. Il regista, che aveva già affrontato il tema della violenza con La scuola cattolica, dimostra una particolare sensibilità nel mettere in scena una vicenda che avrebbe potuto facilmente prestarsi alle regole del true crime più sensazionalista. E lo fa soprattutto attraverso le immagini, scegliendo con attenzione cosa mostrare, quanto avvicinarsi ai personaggi e quando invece mantenere le distanze.

"Ho chiesto alla macchina da presa di agire con pudore", ci aveva raccontato durante la Festa del Cinema di Roma e ora possiamo dirlo: ha funzionato. Nella serie, infatti, anche i momenti più drammatici vengono affrontati senza calcare la mano. La regia accompagna lo spettatore dentro una storia dolorosa, lasciandogli il tempo di osservare i personaggi, i loro comportamenti e le conseguenze delle loro azioni.

Una scelta che abbiamo apprezzato, soprattutto pensando a quanto spesso il dolore altrui venga esibito e commentato in televisione. Qui Mordini riesce a mantenere il coinvolgimento emotivo senza ricorrere alla morbosità, dimostrando che anche una storia così conosciuta può ancora trovare qualcosa da raccontare.

Maria Esposito e Daniele Rienzo, tra fragilità e manipolazione

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Una scena della serie

A sostenere questo approccio contribuiscono naturalmente le interpretazioni dei protagonisti. Maria Esposito, chiamata a vestire i panni di Melania Rea, si confronta con un personaggio particolarmente delicato. L'attrice di Mare fuori riesce a restituire la giovinezza di Melania, il suo desiderio di costruire una famiglia, le aspettative nei confronti del matrimonio e le difficoltà che iniziano a emergere nel rapporto con il marito.

Ma a colpire maggiormente è Daniele Rienzo, nei panni di Salvatore Parolisi. Un ruolo certamente scomodo, che l'attore affronta con una naturalezza a tratti disarmante. Il suo è un uomo pieno di contraddizioni, capace di cambiare atteggiamento e di manipolare la realtà a proprio vantaggio. L'attore di Parthenope riesce a rendere credibili queste sfumature senza ricorrere a una caratterizzazione eccessiva, lasciando emergere gradualmente gli aspetti più inquietanti del personaggio.

Quattro episodi sono sufficienti per raccontare Melania Rea?

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Michela Cescon in Melania Rea, la serie di Stefano Mordini

Se c'è un aspetto che ci ha lasciato qualche dubbio, riguarda la durata della serie. Quattro episodi sono di certo sufficienti per ricostruire gli avvenimenti principali e accompagnare lo spettatore attraverso le diverse fasi della vicenda, mantenendo un ritmo piuttosto scorrevole. La sceneggiatura riesce a muoversi tra passato e presente senza creare particolare confusione, e il racconto procede senza inutili lungaggini.

Eppure, considerando la complessità della storia, viene da chiedersi se qualche episodio in più non avrebbe permesso di approfondire ulteriormente alcuni aspetti. Soprattutto quelli legati alla vita privata della donna, ai rapporti familiari e alle dinamiche psicologiche che la serie sceglie giustamente di mettere al centro.

È una considerazione che nasce soprattutto dagli aspetti più riusciti della serie: la volontà di trascorrere più tempo con Melania, di scoprire qualcosa in più della sua vita e di quel futuro che le è stato portato via. O forse è solo il nostro desiderio inconscio di darle un'altra possibilità, anche se sappiamo che non è possibile.

Conclusioni

Con Melania Rea, Stefano Mordini affronta una delle vicende di cronaca più discusse degli ultimi anni scegliendo la via della delicatezza. La serie convince soprattutto per il rispetto con cui si avvicina alla storia della giovane donna e per le interpretazioni di Maria Esposito e Daniele Rienzo. Qualche episodio in più avrebbe forse permesso di approfondire meglio le dinamiche psicologiche e familiari, ma il risultato resta un racconto coinvolgente, capace di far riflettere sulla violenza domestica e sul modo in cui viene rappresentata.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La regia rispettosa e lontana dalla morbosità
  • Le interpretazioni di Maria Esposito e soprattutto di Daniele Rienzo
  • L'attenzione alla violenza psicologica

Cosa non va

  • La durata: forse qualche episodio in più avrebbe giovato al racconto
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