Melania Rea, Maria Esposito: “Ho cercato di restituire dignità alla donna che era prima della violenza”

La serie HBO rilegge una vicenda che l'Italia conosce attraverso la cronaca. Il regista e i protagonisti spiegano perché hanno scelto invece di partire dai sentimenti.

Melania Rea, Maria Esposito

"Ridare dignità a Melania". Maria Esposito sceglie queste parole per raccontare il suo lavoro su Melania Rea nell'omonima serie HBO diretta da Stefano Mordini e presentata alla Festa del Cinema di Roma. Una frase apparentemente semplice che apre, però, una questione più ampia: come si racconta una donna la cui storia è stata ridotta alla sua morte?

L'incontro con i protagonisti e con il regista è stato fondamentale per capire da dove ha preso le mosse la serie: dai sentimenti, da una relazione tossica e dal tentativo di guardare oltre il fatto di cronaca.

Melania Rea, Maria Esposito ha dato tutta se stessa nella serie

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Melania Rea, la serie HBO sul femminicidio del 2011

Per l'attrice di Mare fuori interpretare Melania Rea ha significato confrontarsi con una persona di cui il pubblico ha sempre conosciuto soprattutto la fine. Il suo è un privilegio, perché la serie le permette di raccontare la donna che era prima di diventare una vittima (l'ennesima) della violenza di genere, ma è anche una responsabilità non da poco.

"Ho cercato di portare un'umanità a questo personaggio, di portarle un'anima. Ci ho messo quello che sentivo anche io", afferma, riconoscendo di essersi affidata al lavoro condiviso con il regista e con il co-protagonista Daniele Rienzo. "Spero di esserci riuscita", conclude, e l'emozione nella sua voce è palpabile: che la storia l'abbia colpita si capisce anche dalla commozione in conferenza stampa, dove quasi non trattiene le lacrime nel sentire le parole di Michele Rea, fratello di Melania.

Questo non vuol dire pretendere di colmare con la recitazione tutto ciò che non sappiamo di Melania Rea, né parlare al suo posto. Ma provare a sottrarre la sua figura alla sola immagine - così morbosamente vivisezionata dai media all'epoca dei fatti - e riconoscerle una vita prima del delitto.

Il caso reale: il femminicidio di Melania Rea

Il caso risale all'aprile 2011. Melania, ventinove anni, scomparve durante una gita con il marito e la figlia di appena 18 mesi; il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo a Ripe di Civitella.

Nel 2016 la Cassazione confermò la condanna definitiva a vent'anni per Salvatore Parolisi, caporal maggiore dell'esercito, dopo aver escluso l'aggravante della crudeltà e disposto la rideterminazione della pena.

Stefano Mordini: "Abbiamo lavorato sui sentimenti"

Il racconto che il regista de La scuola cattolica e Adorazione sceglie di fare sulla giovane donna di Somma Vesuviana non si esaurisce nella ricostruzione di un'indagine che l'Italia ha seguito a lungo. Il punto di partenza è una relazione, quella tra Melania e Salvatore, e il modo in cui una violenza può annidarsi dentro gesti e abitudini riconoscibili.

"Abbiamo lavorato per tutto il tempo sui sentimenti dei personaggi e sulla costruzione di una evidente manipolazione nascosta attraverso il quotidiano". La prospettiva sposta così l'attenzione dalla domanda che accompagna ogni crime - cosa è successo? - a un'altra più difficile da liquidare: cosa non abbiamo visto? E quando si parla di femminicidi, questo spostamento è decisivo.

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Daniele Rienzo, Maria Esposito e il regista Stefano Mordini alla Festa del Cinema di Roma

Ma perché proprio Melania Rea tra tutte le vittime? La proposta è partita da HBO ma Stefano Mordini ha fin da subito avvertito un richiamo più personale. "Dopo La scuola cattolica (il massacro del Circeo, ndr) cambia il reato di violenza e dalla moralità si sposta sulla persona. È un primo appunto sulla violenza di genere", spiega il regista, che ha pensato: "Forse sono io che devo farlo", dal momento che da questo caso nasce la legge sui femminicidi.

Le sue parole suggeriscono la chiave per leggere il suo approccio, ovvero riportare l'attenzione alle vite coinvolte, senza lasciare che la vicenda diventi solo un insieme di indizi, ipotesi e svolte processuali. Ma tutto è partito dalla scrittura di Doriana Leondeff e Bianca Rondolino, che hanno avuto accesso esclusivo a fatti, aneddoti e testimonianze dirette, in primis quelle della famiglia Rea.

Salvatore Parolisi, la difficoltà di calarsi nei suoi panni

Già nella sceneggiatura la storia si era liberata di molte delle sovrastrutture cresciute intorno al caso. "C'erano due giovani sposini, una si chiamava Melania e l'altro Salvatore": è da questo presupposto che regista e attori hanno iniziato a lavorare, pur conoscendo il finale.

Un lavoro non facile che li ha coinvolti molto in profondità. "Tornavo a casa e litigavo, mi portavo dietro le tossine di qualcosa che non avrei voluto mettere in scena. La verità con cui lo facevamo ci colpiva", ricorda ancora Mordini. La troupe ha infatti lavorato a lungo dentro lo spazio chiuso della casa della coppia e il coinvolgimento emotivo è stato totale. "Abbiamo festeggiato molto in termini di liberazione, quando siamo usciti da quella casa".

Daniele Rienzo concorda e sottolinea come interpretare Salvatore Parolisi abbia richiesto una sospensione del giudizio durante il lavoro. "Ho trovato una libertà nichilista al di sopra del bene e del male", spiega riferendosi alla possibilità di muoversi dentro il personaggio grazie alla protezione di una ambiente "safe" come il set. "Sentivo che la responsabilità era più alta del lavoro stesso", ma comprendere la logica dietro le azioni di un assassino manipolatore non significa assolvere. E per Rienzo è netta la distinzione personaggio - persona, in questo caso.

Melania Rea, tornare al pudore oltre i sensazionalismi

La cautela attraversa tutta l'opera, che parte dal "prima" - i desideri e l'energia di Melania - per raccontare anche il "dopo", dove a essere protagonisti sono luoghi estranei, spazi di dolore, di paura. "Ho chiesto alla macchina da presa di agire con pudore", dice il regista.

E oggi che ogni giorno assistiamo alla spettacolarizzazione del dolore in tv nei casi di cronaca come questo, che già all'epoca fu uno dei più mediatici, tale scelta ci dimostra che raccontare storie dolorose con dignità è possibile. Che non si deve necessariamente essere morbosi per colpire, ché i fatti bastano e avanzano.

Per Mordini "il cinema come la lunga serialità sono uno specchio sulla realtà, sulla società" e questo è un contesto più attuale che mai, "forse fin troppo protagonista". Perciò "sezionarlo, farlo vedere nelle varie declinazioni, forse può funzionare da avvertimento. Non da soluzione, ma magari aiuta a farsi qualche domanda in più".

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