Per Marina Occhionero è tutta una questione di prospettiva. Soprattutto adesso, che è appena diventata mamma. Tutto diventa relativo, quasi superfluo. Le foto, le interviste, i red carpet. Un carrozzone che può attendere, anche se sei l'attrice protagonista di una delle serie rivelazione: Avvocato Ligas. Nello show, disponibile su Sky, Occhionero affianca Luca Argentero interpretando il ruolo di Marta Carati, giovane praticante dai "forti ideali".
Tra l'altro, la strada della giurisprudenza sembra tornare nella sua carriera, dopo essere stata nel cast di Studio Battaglia - e non solo, il papà è avvocato. Così, raggiungiamo al telefono Marina Occhionero, parlando con di generazioni, di lavoro, di giustizia, di Bologna e di quella dimensione "a portata di priorità". Perché sì, alcune cose possono aspettare.
Marina Occhionero e il concetto di verità (oltre la tonaca)
Marina, famiglia di avvocati, e tu fai l'attrice. Come l'hanno vissuta?
"(Ride, ndr.) Loro bene, mio papà è un avvocato pentito, e mi ha sollecitato sulla scelta. Sono stati sollevati nel vedermi impegnata in una cosa diversa. L'hanno presa con entusiasmo, anche perché il mondo dell'avvocatura, oggi, ha subito una certa crisi. Quando i miei si sono affacciati, c'erano altre prospettive. Anzi, in Ligas raccontiamo un mondo milanese che forse non esiste più".
Che poi, fare l'attrice è simile a fare l'avvocato...
"Tantissimo! Sono appassionata di Un giorno in pretura. Nella procedura penale gli avvocati hanno tutto scritto, come se fosse un monologo. C'è forma e sostanza, e hanno un'emissione vocale di un certo tipo durante le arringhe. Il processo è come un palco".
Indagare sulla verità: ma oggi la verità ha ancora valore?
"È chiaro, è entrato in gioco il relativismo, e l'avvocato difende il suo cliente. È un dilemma anche della serie, legalità e giustizia. Ci sono codici deontologici, ma la giustizia qual è? Spesso, gli avvocati si trovano davanti casi che portano a differire in ciò. Ligas nello specifico parla degli umani contro un sistema fallibile, e la verità non arriva sempre, anzi".
Marta Carati, il tuo personaggio, insegue proprio questo...
"Sì, parlando di sistema legale, questo è il dilemma di Marta: ha iniziato una carriera accademica, ma quando arriva in tribunale si accorge che ci sono vicende umane, e i metodi non ortodossi si rivelano più adatti di un bagaglio ferreo".
Tra l'altro rispecchia molto la dimensione sospesa dei millennials, eternamente specializzandi.
"Non avevo pensato a un confronto con i più giovani, ma effettivamente Marta è il prototipo della generazione millennials, eterna praticante, eterni precari che si reggono con i forse e con i ma. I praticanti spesso non vengono pagati, si arrabattano e si confrontano con un mondo di superiori che vive sotto una patina".
Precario, come il lavoro nel mondo del cinema?
"Il nostro mestiere è precario per sua natura, quando lo scegli sai già che è così, il salto che hanno fatto certe professioni, ma è così anche nel mondo degli avvocati: se non arrivano clienti è un problema, l'incertezza ha toccato tutti".
L'umorismo come chiave di Ligas
Sui social posti pochissimo: si può essere attrici anche senza Instagram?
"(Ride di nuovo, ndr.) Sì, ma sempre meno! Molti miei colleghi ne fanno un uso minore, ma il mercato si sta spostando. A chi ti assume fa comodo che tu abbia dei follower. È un investimento. Ma finora non me ne sono fatta un grande problema, a dire il vero".
Come vivi, allora, il periodo di promozione?
"Mi sono fatta nascere una figlia! (ride, e tre ndr.) Scherzo... a me diverte molto, e continuo a gestire la mia vita".
Tornando su Ligas. È interessante l'umorismo che metti in scena. Come hai lavorato su questo aspetto?
"Apprezzo che tu l'abbia notato. Ho cercato di lavorare sul contrappunto, un umorismo inconsapevole: Marta ha un background che si scontra con l'opposto di Ligas, e questo crea il comico. Marta ha un'idea, ma poi si ritrova in una situazione inaspettata. Un meccanismo che crea comicità, anche tra due personaggi diversi, sottolineando una complicità lavorativa. Sì, l'umorismo è tra le direttive che mi sono data per costruire il personaggio".
Secondo te, oggi abbiamo smesso di essere ironici?
"Non so se noto una differenza, forse sì, non ho grande percezione, ma la serialità e il cinema hanno il dovere di mantenere una certa scorrettezza, in senso lato. È un luogo della rappresentazione, anche perché non sono storie vere. Quando vedo qualcosa che mi colpisce perché scorretta, la trovo utile. Nonostante tutto, in Italia ci sono prodotti che vanno in questa dimensione. Non sono ruoli politici, ma rappresentazione della realtà".
Hai paura di restare chiusa negli stessi ruoli?
"Accade quello che accade agli scrittori, se fai un noir fai noir sempre. Questo è un meccanismo classico del nostro lavoro. Un po' sta anche negli agenti, che riescono a farti scegliere i ruoli giusti, puntando a cose meno remunerative ma più originali, che ti aprono porte. E un po' dipende anche dalla fortuna e da come sei. Purtroppo ci sono grandi stereotipi di come dovresti essere, anche se i casting stanno andando in un'altra direzione, cercano di chiamarti per cose da cui sei teoricamente lontana".
Roma, Bologna, le priorità e il poster di Kakà
Hai detto che fai l'attrice perché vuoi mettere in contatto gli esseri umani. Credi ancora in questa cosa?
"Ci credo, è la cosa che tiene vivo il mio lavoro, e lo percepisco anche quando vado al cinema o a teatro. È un momento di contatto che mi restituisce il senso di appartenenza, quindi sì... Il cinema è ancora un mezzo che mette in contatto gli esseri umani".
Come vivi il cinema da spettatrice?
"Vivo a Bologna, c'è la Cineteca, e andare al cinema è una goduria, fanno molte retrospettive. Hanno aperto il Modernissimo in centro, è una città molto sociale e pensata per il cinema".
Un'attrice che vive a Bologna e non a Roma, un'anomalia...
"Roma non era la mia dimensione. Dal Covid, poi, si sono diffuse delle pratiche con provini da remoto. Ma qui a Bologna il cinema lo sento più vicino, c'è una tradizione sociale che mi riconnette: è stata una mia scelta, mettere al centro me stessa e le mie priorità come persona, e poi partire da lì e articolare un pensiero, facendo del lavoro una mia declinazione, non funzionalità primaria".
A chiudere, Marina, che poster avevi in cameretta?
"Oddio, nella mia cameretta c'era il poster di Kakà, ma era di mia sorella! Non avevo dei veri idoli, il mio rapporto con il video è stato strano, sono cresciuta senza televisione, una scelta drastica, non subivo il fascino del cinema, non ha fatto parte del mio sviluppo, ed è arrivato dopo, con l'adolescenza, quando ho preso le misure del mio mondo".
Foto cover di Nicola De Rosa; Styling Samanta Pardini