Le invisibili, la recensione: le sorelle ce la fanno da sole

La recensione de Le invisibili: dalla Francia arriva un film sorprendente, che ci parla di donne senza fissa dimora con un sorriso, con energia e ottimismo.

RECENSIONE di 18/04/2019
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Le Invisibili: Déborah Lukumuena in una scena del film

"Le sorelle ce la fanno da sole, stando sui loro piedi e suonando le proprie campane". È il ritornello di Sisters Are Doing It For Themselves, gran brano d'annata degli Eurythmics con Aretha Franklin, che è il filo conduttore de Le invisibili, il film di Louis-Julien Petit in uscita il 18 aprile. In questa recensione de Le invisibili vi raccontiamo un film sulla riscossa di un gruppo di signore che frequentano un centro diurno di accoglienza per donne senza fissa dimora. È un film che cambia spesso pelle, sorprende, pone l'accento su un problema attuale, che riguarda tutti, e allo stesso tempo ha l'energia positiva di certe commedie edificanti, e la potenza della musica soul, quella della canzone di Dave Stewart ed Annie Lennox con Aretha Franklin.

La trama: dal centro diurno al laboratorio terapeutico

La trama de Le invisibili comincia all'Envol, un centro diurno che accoglie donne senza fissa dimora di tutte le età, e con storie molto diverse. Arrivano ogni mattina con i loro nomi d'arte, Salma Hayek, Lady D, Dalida, dietro ai quali celano le loro tristi storie e tramite i quali, forse, sognano un futuro diverso. Il presente è tutto dentro due o tre pesanti borse che si portano dietro, e dentro le quali ci sono tutti i loro averi. Envol significa "volo": e lo scopo del centro, gestito dalle empatiche Audrey e Manu, è provare a insegnare a volare a queste donne. È l'integrazione, il reinserimento nella vita lavorativa e nel tessuto sociale. I freddi dati però dicono che sono poche, solo il 4%, le donne che riescono a integrarsi, e, senza risultati, il centro è costretto a chiudere. Così Audrey e Manu provano ad andare oltre il loro lavoro, a spingere veramente quelle donne verso il traguardo: aprono un laboratorio terapeutico, fanno dei workshop per preparare le loro ospiti ai colloqui e al lavoro. E le fanno anche dormire lì: ovviamente, clandestinamente.

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Le Invisibili: una scena del film

Le invisibili, un film che non ti aspetti

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Le Invisibili: Noémie Lvovsky in una scena del film

È uno di quei film che non ti aspetti, Le invisibili. Perché inizia in un modo, diventa pian piano qualcos'altro, e poi ancora un altro film. Se ci pensiamo, segue il percorso delle donne che abitano il centro. Prima c'è lo scoramento, la disillusione. Poi una certa consapevolezza di sé, una complicità, una sottile ironia nell'accettare la situazione e la possibilità di cambiarla. E infine l'ottimismo, la rivalsa, il rimettersi in carreggiata. Le invisibili, come un'onda che monta, da un mare piatto a un mare mosso, cresce insieme ai suoi personaggi. Inizia come se fosse un film dei Dardenne, con la mdp in mezzo alle persone, all'altezza delle persone, a filmare situazioni che sono quelle di un film di finzione, ma sembrano quasi prese da un documentario.

Man mano che tra le persone si stringono i rapporti, la complicità aumenta e così l'umanità, l'ironia: si comincia a sorridere nel momento in cui le donne raccontano chi erano e cosa facevano prima di finire sulla strada (Dalida, ad esempio, era una escort, una dominatrice...); è sempre un cinema verità, ma la vitalità e il gioco di squadra ci rimandano vagamente a La classe - Entre les murs di Cantet. Il ritmo aumenta ancora, e arriva la musica, il soul degli Eurythmics di cui parliamo sopra. E, nel momento in cui, durante la terapia, è l'ora di tirare fuori le parole che si vorrebbero dire a qualcuno, ci troviamo in un film ottimista, positivo, che ha la verve di certe commedie inglesi.

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Le Invisibili: Audrey Lamy in una scena del film

Piantare i semi

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Le Invisibili: una scena con Noémie Lvovsky

Le invisibili riesce allo stesso tempo a fare un affresco corale, a raccontare una condizione, e ad agganciarci con alcune storie personali, a cui dedica più tempo. Quella della donna che è stata in carcere perché ha ucciso il marito che la picchiava, e quella della donna, psicologa e benestante, che si sta separando dal marito. E ancora, quella della ragazza per cui stare sulla strada sembra una scelta, e non una costrizione. Le invisibili ha il pregio di mostrare entrambi i lati dello specchio: le persone senza fissa dimora, con le proprie frustrazioni, insicurezze, speranze, ma anche le operatrici sociali che, con la loro empatia, non riescono proprio a non portarsi il lavoro a casa, a seguire le persone anche al di là di quelli che sarebbero i propri compiti. A volte con frustrazioni non tanto diverse da quelle delle persone che aiutano. È quell'umanità di cui oggi si auspica il ritorno, che sembra spesso essere andata perduta. "Stiamo piantando semi. E se non piantiamo non cresce nulla" dice una di loro.

Quel senso di verità

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Le Invisibili: Corinne Masiero in una scena del film

La particolarità del film è, oltre che nei toni, anche nella verità. Julien Petit ha trascorso un anno nei centri di accoglienza per raccogliere le sue storie, e poi le ha affidate a dei corpi e dei volti che le hanno vissute: molte delle donne senza fissa dimora che vedete si sono trovate davvero in esperienze di questo tipo. La bravura del regista, del cast professionista, e di quello non professionista, è stata però quella di prendere questa verità, e andare oltre, gettare il cuore oltre l'ostacolo, senza mai rinunciare a quella realtà da cui sono partiti. Sono Le invisibili, ma dovreste andare a vederle. Al cinema.

Conclusioni

Dalla recensione de Le invisibili esce il ritratto di un film che cambia spesso pelle e sorprende. Si parla di un problema attuale, che riguarda tutti, come quello dei senza fissa dimora, passando dal realismo all’energia positiva di certe commedie edificanti, con la potenza di una canzone soul.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

3.0/5

Perché ci piace

  • Il film parla del problema dei senza fissa dimora cambiando man mano i toni e passando da un film realista a una commedia ottimista.
  • Riesce ad essere una storia corale e ad approfondire alcune storie personali.
  • La verità: il regista ha trascorso un anno nei centri di accoglienza e molte delle donne che vedete hanno vissuto davvero in esperienze di questo tipo.

Cosa non va

  • Non è un difetto, ma la storia raccontata, inizialmente, è molto dura, una di quelle che normalmente tendiamo a rimuovere.