Riparare i viventi

2016, Drammatico

Riparare i viventi: il cuore, più di ogni cosa

Dopo la presentazione al Festival di Venezia 2016 arriva nelle sale italiane il film diretto da Katell Quillévéré, trasposizione del romanzo di Maylis de Kerangal: un emozionante dramma corale incentrato sul tema del trapianto di organi con le intense interpretazioni di Emmanuelle Seigner, Anne Dorval e Tahar Rahim.

La tiepida luce dell'alba, una strada deserta che si protende in una campagna immersa nel silenzio e poi, all'improvviso, una gigantesca onda. Siamo appena ai primi minuti di Riparare i viventi e Katell Quillévéré già ci provoca un primo, potente brivido, riuscendo in un piccolo miracolo: girare la sequenza di un incidente stradale sottraendosi a tutte le convenzioni del caso per adottare la prospettiva di uno dei tre ragazzi coinvolti nella tragedia.

Riparare i viventi: Gabin Verdet in una scena del film

Il punto di vista di questa scena, rappresentata in maniera al contempo poetica, onirica e straziante, è infatti quello di Simon Limbres: un diciannovenne con la passione per il surf che, alle sei meno dieci di una mattina qualunque nei pressi di Le Havre, dopo una nottata trascorsa a cavalcare il mare insieme a una coppia di amici, entra in uno stato di coma irreversibile. E nell'esplodere del dolore atroce della famiglia di Simon, la sua condizione di limbo accende una fiammella di speranza: la possibilità che il cuore di un ragazzo strappato alla vita possa 'riparare' quella di un altro essere umano.

Il cuore di Simon

Riparare i viventi è innanzitutto il titolo emblematico del romanzo pubblicato nel 2014 da Maylis De Kerangal e divenuto un fenomeno editoriale prima in Francia e poi in molti altri paesi (in Italia è edito da Feltrinelli): le ventiquattro, fatidiche ore che trascorrono dall'incidente di Simon, interpretato nel film da Gabin Verdet, al trapianto del suo cuore da un corpo a un altro. Un'unità di tempo declinata, nel libro di de Kerangal così come nel film della Quillévéré, nella dicotomia fra due luoghi, Le Havre e Parigi, e nella frammentazione dell'intreccio secondo i codici dell'opera corale. Il cuore di Simon, unica testimonianza tangibile dell'esistenza di un individuo che non potrà più riaccendersi davvero, diventa così, su un piano simbolico e strutturale, il cuore di un racconto che si espande a macchia d'olio: si parte da Simon, da quella sciagurata mattina segnata da una distrazione fatale, per poi far entrare in scena un nugolo di personaggi che, in un modo o nell'altro, finiscono tutti per ruotare attorno a quel letto d'ospedale e a quel cuore ancora vivo e pulsante.

Riparare i viventi: una scena del film

Nella fluidità con cui Riparare i viventi amalgama le storie dei suoi diversi personaggi, senza forzati "giochi a incastro" ma con una naturalezza che risponde sempre e soltanto alle pure esigenze narrative, risiede fra l'altro uno dei principali meriti di Katell Quillévéré e del suo co-sceneggiatore, il veterano Gilles Taurand, appena candidato al César (insieme alla Quillévéré) per il loro adattamento del libro di Maylis de Kerangal e forte di un'esperienza che passa per le illustri collaborazioni con Raoul Ruiz, Robert Guédiguian e soprattutto André Téchiné, per il quale nel 1994 firmò il copione del meraviglioso L'età acerba. È ancora un talento emergente, invece, la trentaseienne Katell Quillévéré, al suo terzo lungometraggio da regista dopo i riconoscimenti ottenuti per i precedenti Un poison violent e Suzanne, e capace in questo caso di realizzare una pellicola delicata e toccante, lontana da qualunque patetismo o ricatto emotivo per soffermarsi piuttosto sulle sfumature psicologiche degli individui legati al cuore di Simon (quello metaforico e quello 'letterale').

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Le tante anime di un film emozionante

Proprio a tal proposito, se l'armonioso affresco intessuto dalla Quillévéré - e dal montatore Thomas Marchand - riesce a coinvolgere lo spettatore con tale profondità, il risultato è da attribuire in misura ineludibile a un'eccellente squadra di interpreti, ai quali, in alcuni casi, bastano lo spazio di pochi minuti sullo schermo e la forza di una manciata di battute per lasciare il segno: dalla coppia di genitori in lutto, Vincent (Kool Shen) e Marianne (una Emmanuelle Seigner di rado così brava), alla fidanzata di Simon, Juliette (Galatéa Bellugi), al centro di una scena in flashback - la corsa in bici di Simon - in cui il sentimento fra i due adolescenti è rappresentato mediante un romanticismo implicito quanto esemplare; per arrivare poi al dottor Thomas Remige (Tahar Rahim), consulente per il trapianto d'organi presso l'ospedale di Le Havre, e sul fronte parigino alla solerte dottoressa Lucie More (Dominique Blanc).

E Parigi è appunto lo scenario dell'altra, fondamentale storyline che scorre lungo i binari del film: quella relativa alla figura di Claire, ex musicista e madre single affetta da una malattia cardiaca degenerativa e in lista d'attesa per un trapianto. Nelle mani di autori meno abili, la presenza stessa di Claire (molto più ridotta, fra l'altro, nella fonte letteraria) avrebbe potuto assumere una dimensione fastidiosamente programmatica: Katell Quillévéré, al contrario, ci fa immergere corpo e anima nell'esistenza di questa donna, nel senso di precarietà che contraddistingue le sue giornate, nella schietta spontaneità del suo legame con i due figli ultraventenni, Maxime (Finnegan Oldfield) e Sam (Théo Cholbi). La regista regala così al film il suo personaggio più vitale e commovente, e in parallelo regala all'attrice franco-canadese Anne Dorval, musa di Xavier Dolan e straordinaria protagonista di Mommy, uno dei ruoli più belli della sua carriera.

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Riparare i viventi: Tahar Rahim in una scena del film

Un ruolo che la Dorval ci restituisce con una sensibilità e una presenza scenica entusiasmanti: che si tratti di frammenti di quotidianità condivisi con i figli, nel tentativo di soffocare la paura per un futuro incerto, o dell'affetto mai sopito per una sua ex amante, la pianista Anne (Alice Taglioni), la sua Claire infonde al film una ventata di autentica tenerezza. Quella stessa tenerezza, fondamento dell'umanissima facoltà di provare empatia, superbamente espressa da Thomas durante la climax emotiva di Riparare i viventi, al momento di esaudire un "ultimo desiderio" veicolato attraverso il linguaggio universale della musica: musica che, nei titoli di coda, si affida alla melodia e ai versi di David Bowie per suggellare, con la sua struggente Five Years, una parabola narrativa magnificamente compiuta.

Riparare i viventi: il cuore, più di ogni cosa
Stefano Lo Verme
Redattore
4.0 4.0

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