"Il passato è un peso, il futuro un vuoto": sono le parole rivolte dal Papa, interpretato da Rufin Doh Zeyenouin, al Presidente Mariano De Santis, in un dialogo che somiglia più a una confessione che non all'incontro diplomatico fra due capi di Stato. L'intersezione fra il passato e il futuro è il corto circuito che sembra aver inchiodato il protagonista de La grazia a un inesorabile immobilismo, a una prudenza di facciata dietro cui si cela una paralizzante incertezza: è il conflitto su cui è imperniato il nuovo film di Paolo Sorrentino, cronaca del "semestre bianco" di un immaginario Presidente della Repubblica che vede approssimarsi la fine del proprio mandato con un amalgama di sollievo e di angoscia.
Il Presidente De Santis e la ricerca della verità
Se da un lato Mariano De Santis, ruolo affidato alla presenza scenica e alla gravitas di Toni Servillo (ricompensato con il premio come miglior attore alla Mostra di Venezia 2025), è impaziente di lasciare il Quirinale e le sue incombenze, d'altra parte i mesi conclusivi della sua Presidenza gli richiedono delle ultime, difficili decisioni; decisioni destinate a confluire in un confronto con se stesso e con il proprio senso morale e in una logorante ricerca della verità. Sull'essenza stessa della verità non cessa di interrogarsi De Santis, che non a caso, prima di diventare Presidente, era già un illustre giurista, il cui magnum opus, un imponente manuale di diritto penale di oltre duemila pagine, era stato ribattezzato Himalaya K3: una montagna impossibile da scalare.
Un soprannome che rimanda da subito al nocciolo della questione: si può raggiungere la verità? Innanzitutto, la verità stabilita dalla legge: meritano la grazia le due persone che stanno scontando una condanna per omicidio, e secondo quali criteri? Ma altre verità sfuggenti turbano l'animo dell'anziano Presidente De Santis: con chi l'aveva tradito, quarant'anni prima, la sua amatissima moglie ormai defunta, aprendogli una ferita che ancora non si è rimarginata? E quale significato può assumere l'esistenza di un uomo che, appunto, non riesce più a vedere alcun futuro davanti a sé? Si tratta di domande complesse, talvolta dolorose; ma del resto, come gli ricorda il Pontefice, "Le bugie sono per i curati di campagna; io sono il Papa".
Il peso della memoria, da La grande bellezza a La grazia
Da questa prospettiva, il Mariano De Santis di Toni Servillo non potrebbe essere più lontano dai protagonisti dei due precedenti lavori di Paolo Sorrentino: tanto È stata la mano di Dio, forse il suo capolavoro (oltre che il suo film più schiettamente autobiografico), quanto Parthenope erano racconti di formazione costruiti attorno a due personaggi molto giovani, alle prese con nuove esperienze e impegnati a rintracciare il proprio percorso di vita.
La grazia, al di là dell'ambientazione nei palazzi del potere, si distanzia nettamente anche dagli altri ritratti 'politici' firmati da Sorrentino, Il Divo e il dittico Loro: non solo perché alla base di quei film c'era la recente storia italiana, ma perché qui svanisce quasi del tutto l'approccio graffiante e ferocemente grottesco riservato invece alle biografie di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi.
Sul fittizio Presidente De Santis aleggia piuttosto una vaga malinconia simile a quella di altri due personaggi fondamentali del cinema di Paolo Sorrentino: Jep Gambardella, la cui vacua mondanità era la maschera (indossata pure in quel caso da Servillo) dell'amaro disincanto che attraversa La grande bellezza; e Fred Ballinger, l'indolente compositore a cui prestava il volto Michael Caine nel cupio dissolvi al cuore di Youth - La giovinezza. A riprova di quanto la memoria, vissuta con un senso di quieto ma ineludibile struggimento, costituisca una delle ossessioni ricorrenti nell'opera del regista napoletano: non perché i suoi personaggi amino crogiolarsi nel passato perduto, ma perché quel passato evoca domande, rimorsi e spettri che non cessano di tormentarli, nemmeno a decenni di distanza.
L'ambiguità della giustizia e la vertigine del dubbio
Ma ne La grazia, la verità si manifesta anche come dilemma giuridico ed etico: qual è la cosa giusta da fare? Una responsabilità da cui il Presidente si scherma mediante i rituali e la burocrazia, che - come nota lui stesso - serve proprio a questo: a non commettere errori prendendo decisioni affrettate. De Santis risulta bloccato dunque in una volontaria inerzia: come Fred Ballinger, che si rifiuta di dirigere le sue Canzoni semplici per la famiglia reale britannica, e come Jep Gambardella, che dopo il folgorante esordio con L'apparato umano non ha più scritto un altro romanzo. Non sorprende, pertanto, che fra i momenti di maggior tensione del film ci siano i faccia a faccia fra il Presidente e la figlia Dorotea, a sua volta giurista, determinata a far firmare al padre un disegno di legge sul diritto all'eutanasia.
Se nella Democrazia Cristiana, area politica di provenienza di De Santis, Dorotea era il nomignolo affibbiato alla corrente più moderata e inconcludente del partito, questo nome assume un valore quasi antifrastico nel personaggio interpretato da Anna Ferzetti: è la sua Dorotea, appassionata alle cause in cui crede, che si batte strenuamente con il padre per spingerlo a prendere una posizione; è lei che, al di là di quanto dicono le 'carte', si reca a parlare con Isa Rocca (Linda Messerklinger), omicida rea confessa, per comprendere le motivazioni che l'hanno portata al delitto; ed è la sua improvvisa uscita di scena che, finalmente, convincerà Mariano De Santis a scuotersi dal suo astioso torpore per affrontare, almeno un'ultima volta, la vertigine del dubbio.