Era il 2015, ma sembra ieri. Sono passati dieci anni da quando è uscito Lo chiamavano Jeeg Robot, conquistando lodi e affetto da parte di critica e pubblico. Sembra ieri, perché nel mezzo c'è stata una pandemia che ha appiattito tutto e ha pregiudicato qualunque possibile riflessione sull'opera successiva di Gabriele Mainetti (Freaks Out), ma anche perché l'aura di freschezza e novità di quel film ce lo fa percepire, ancora oggi, come qualcosa di ancora nuovo.
Un nuovo di cui il cinema italiano aveva e ha bisogno, che è ancora Mainetti a proporci con La città proibita, che torna all'immediatezza del suo esordio, per realizzare qualcosa di grandioso, ambizioso, a suo modo folle, eppure così dannatamente caldo, immediato, diretto. Come il grande cinema popolare deve saper essere.
Una cinese a Roma

Protagonista de La città proibita è Mei (Yaxi Liu), una ragazza cinese che arriva a Roma avvolta nel suo alone di mistero per mettersi sulle tracce della sorella scomparsa. Una ricerca che la porta a muoversi tra i meandri della Città Eterna, che la conduce fin nella cucina del ristorante "Da Alfredo", che il cuoco Marcello (Enrico Borello) e sua madre Lorena (Sabrina Ferilli) portano avanti non senza difficoltà da quando il padre (Luca Zingaretti), l'Alfredo che dà nome al locale, è scomparso per fuggire con un'altra donna lasciandoli senza guida e immersi nei debiti. Quelle di Mei e Marcello sono due vite che si incrociano, due mondi che entrano in collisione, due ricerche che fluiscono in una battaglia comune che si muove in bilico tra sensazioni differenti e in un equilibrio da trovare tra vendetta e amore.
La Chinatown romana di Gabriele Mainetti, nel segno della contaminazione
Gabriele Mainetti ci aveva già portati a Roma con il suo primo film, Lo chiamavano Jeeg Robot, ma il nuovo lavoro conferma sia la fascinazione che il regista ha per la sua città, sia lo sguardo attento e smaliziato con cui guarda l'evoluzione della sua realtà quotidiana: siamo a Roma ne La città proibita, ma guardiamo alla città e le sue dinamiche con uno sguardo nuovo, diverso e attuale. È una Roma che cambia e si adatta, che subisce la contaminazione in atto nella sua cittadinanza. O forse che si avvale di essa, ne beneficia. Non più immutabile ed eterna, appunto, ma organismo in divenire in cui si possono venire a creare dinamiche diverse, inedite, che possono dar vita a nuove prospettive e opportunità.

È la stessa contaminazione di cui vive il cinema di Mainetti, che nel nuovo lavoro diventa cuore pulsante: nei suoi film abbiamo visto un eroe diventato tale per un bagno nel Tevere, mostri combattere i nazisti, suggestioni che siamo abituati a veder importate mediante il grande cinema internazionale, piuttosto che produrne di nostre. Adesso, il regista ci fa conoscere una cinese che combatte a colpi di kung fu a Piazza Vittorio. La fa sembrare tanto naturale quanto incredibile, senza forzature, senza eccessi, con una immediatezza narrativa che sussurra al cuore dello spettatore.
La città proibita e Mainetti come Tarantino

Il titolo del paragrafo è forte, lo sappiamo. Ma viene dalle sensazioni provate guardando in anteprima La città proibita, dallo sguardo ammirato e la bocca spalancata con cui abbiamo osservato e analizzato le sequenze di combattimento. Mainetti si è affidato a un fight coordinator d'eccezione, il talento cinese Liang Yang che ha già lavorato con Tom Cruise, per realizzare qualcosa che nel nostro cinema probabilmente non si era mai vista, non in questi termini e farlo in modo che questo aspetto del film fosse perfettamente integrato nel racconto e nel cammino dei personaggi. Una grande naturalezza, dicevamo infatti, che dovesse emergere dalla straordinaria maestria di una danza, come le grande scene action di questo tipo sanno essere. C'è lo spettacolo, ci sono sequenze di una complessità coreografica e di messa in scena da lasciare stupiti, ma anche una grandissima intimità dei personaggi che emerge da esse.
Una grande ambizione, un sogno concreto
Ce lo insegna James Cameron con il suo Titanic, una costruzione imponente che vive del cuore pulsante della sua storia d'amore, che proprio attraverso di essa conquista e cattura le emozioni degli spettatori. Con la stessa immediatezza e semplicità, il regista ci fa legare si suoi protagonisti, alle storie della caparbia Mei e dello smarrito Marcello, che ci guidano lungo le strade di Roma: è sul loro rapporto che si costruisce l'impalcatura emotiva de La città proibita, è l'intimità dei personaggi l'architrave che sorregge la grandiosa ambizione del suo terzo film, che ci presenta sequenze d'azione come non se n'erano mai viste nel nostro cinema, che mette in scena con lucidità un impegno produttivo importante senza che vada a fagocitare l'anima del film e della storia, ma è capace di prendere per mano lo spettatore e condurlo passo passo tra le vie del proprio immaginario, che attinge alla cultura pop, la rielabora e la fa sua.

Come Marcello che mostra a Mei la sua Roma in una suggestiva sequenza in giro per la città, Gabriele Mainetti ci guida nel suo mondo e fa sì che diventi anche il nostro almeno per le due ore e poco più di durata. In quell'universo narrativo unico, fatto di splendide coreografie di arti marziali ma anche di emotività pura e diretta, ci sentiamo a casa, accolti, emozionati e travolti. Questo deve essere il cinema. Questo è La città proibita.
Conclusioni
La città proibita, il nuovo film di Gabriele Mainetti, conferma il percorso del regista dopo Jeeg Robot e Freaks Out, dimostrando l’ambizione del secondo ma ritrovando l’immediatezza del primo. Sequenze d’azione uniche nel panorama italiano, uno splendido sguardo su una Roma contaminata, ma anche un grande cuore e una preziosa intimità a sorreggere il tutto. Buono il cast, con Sabrina Ferilli e Marco Giallini ad accompagnare i protagonisti, ottima la regia, per un film da cuore italiano che parla la lingua del cinema internazionale.
Perché ci piace
- Il cast, sia i due protagonisti che la Ferilli e Giallini che li accompagnano in questo viaggio.
- Lo sguardo su una Roma in evoluzione.
- Il discorso sulla contaminazione, sociale come cinematografica, che Mainetti porta avanti benissimo.
- Le sequenze action, con coreografie dei combattimenti di una portata che nel nostro paese non si era mai vista.
- L’immediatezza della storia, quella semplicità che sa comunicare col pubblico.
Cosa non va
- Si sarebbe potuto sfoltire qualcosa, come nel 99% dei film che vediamo negli ultimi anni, ma è un peccato veramente veniale.