1 settembre 2025, Mostra del Cinema di Venezia: Kim Novak riceve il Leone d'Oro alla carriera, per essere "assurta al ruolo di Diva senza avere l'intenzione" oltre a esser stata "una delle protagonista più amate di un'intera stagione del cinema hollywoodiano", muovendosi in un "sistema che l'attrice non ha mai smesso di criticare, scegliendo i suoi ruoli e anche il suo nome".
Un riconoscimento prezioso, doveroso, meritato, per una star che ha ottenuto l'apprezzamento di alcuni dei più importanti autori americani e che ha lasciato un segno indelebile, anche dopo aver abbandonato premauturamente le scene. Parallelamente, però, a quella premiazione, viene anche proiettato un documentario che racconta l'attrice in modo suggestivo, intimo, peculiare: Kim Novak's Vertigo - la donna che visse due volte, diretto da Alexandre O. Philippe e finalmente anche al cinema, dal 30 luglio, grazie a Madison Pictures.
Il ritratto intimo di Kim Novak
Kim Novak, al secolo Marilyn Pauline Novak, non è stata solo un'attrice simbolo e tra le più popolari tra la metà degli anni '50 e la fine dei '60, ma anche una figura fieramente indipendente che abbandonò il cinema nel 1980, al netto di un paio di brevi ritorni successivi, quando ancora avrebbe avuto ruoli per proseguire una carriera importante. Un ritratto che traspare in modo intimo e delicato in Kim Novak's Vertigo - la donna che visse due volte, che la racconta tra pubblico e privato, tra pittura e cinema, muovendosi parallelamente a quello che è tra i suoi ruoli più celebri: quello duplice di Madeleine Elster/Judy Barton al servizio di un'icona del cinema come Alfred Hitchcock.
Storia di un'ossessione
Non è un caso che sia partito da lì il regista Alexandre O. Philippe, che si dedica all'attrice in un progetto peculiare, diverso da quelli precedenti in cui aveva raccontato invece William Friedkin e William Shatner, perché confessa di aver avuto sempre una profonda ossessione per La donna che visse due volte, il suo film preferito in assoluto. È però abile a far sì che il film non diventi una celebrazione del titolo di Hitchcock, ma un viaggio privato in cui la figura di Kim Novak riesce a venir fuori con tutte le sue preziose e interessanti sfumature di donna indipendente e creativa, oltre che attrice capace di "reagire" ai suoi compagni di scena, come lei tiene a sottolineare.
Se infatti il nome di Kim Novak è inevitabilmente e indissolubilmente legato a quello di Hitchcock e di uno dei suoi capolavori, il regista sfrutta questo legame per dar forma alla sua storia, al suo modo di raccontare l'attrice in modo intimo e sospeso tra le luci hollywoodiane del passato e il presente privato e isolato, spaziando tra aneddoti e ricordi, tra cimeli concreti e memorie astratte.
Lo spirito di Alfred Hitchcock
Ha un che di magico e sospeso nel tempo vedere Kim Novak ri-recitare le battute dei suoi personaggi sulle immagini dei film, così come è magico e suggestivo il ritorno costante e naturale a Hitchcock e il suo La donna che visse due volte, con i rimandi a un'altra ossessione, questa volta del regista britannico, per la forma della spirale. Con questa presenza sottile ma evidente, Kim Novak's Vertigo - la donna che visse due volte non è solo uno spaccato fondamentale per gli estimatori della grande attrice, ma assume anche un ulteriore valore cinefilo per tutti gli appassionati della settima arte, sia per la qualità intrinseca del lavoro di Alexandre O. Philippe sia per ciò che riesce a far emergere.
Conclusioni
Kim Novak's Vertigo - la donna che visse due volte non è semplicemente un omaggio a uno dei vertici della storia del cinema, ma un atto di giustizia poetica ed editoriale. Alexandre O. Philippe sfrutta l'ossessione per il capolavoro di Hitchcock non per ingabbiare la sua protagonista nel mito, ma per liberarla, lasciando emergere la donna, l'artista e l'attrice fiera della propria indipendenza. Un'opera delicata, ipnotica e imprescindibile per chiunque ami la settima arte e desideri guardare oltre la superficie dell'epoca d'oro di Hollywood.
Perché ci piace
- Dà finalmente voce alla figura indipendente di Kim Novak, sottraendola al solo ruolo di musa passiva.
- Alexandre O. Philippe evita la trappola della pura celebrazione di Hitchcock, creando un corto circuito affascinante tra passato e presente.
- Sentir ri-recitare le battute a Kim Novak sulle immagini d'epoca regala un'emozione rara e intima.
Cosa non va
- La forte impronta cinefila potrebbe risultare meno immediata per chi cerca un classico documentario biografico lineare.