Kevin Spacey: perché è così difficile accettare la sua "fine"

Kevin Spacey è alla soglia dei 60 anni: una carriera da Oscar e il successo di House of Cards spazzati via da uno scandalo sessuale che ha messo in crisi ciascuno di noi.

APPROFONDIMENTO di 21/07/2019
Margin Call: Kevin Spacey nei panni di uno spietato economista in una scena del film
Margin Call: Kevin Spacey nei panni di uno spietato economista in una scena del film

Nell'ottobre 2017, l'argomento più dibattuto in relazione al mondo dello spettacolo è il caso Harvey Weinstein, che assume proporzioni sempre più ampie e un'eco che sembra inarrestabile. Il 29 ottobre, tuttavia, accade qualcosa che sposta tutta l'attenzione da Weinstein a Kevin Spacey, un personaggio la cui fama va ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori e degli appassionati di cinema. Quel giorno infatti il sito BuzzFeed News pubblica un'intervista in cui l'attore Anthony Rapp, membro del cast della serie Star Trek: Discovery, dichiara di aver subito nel 1986, a quattordici anni d'età, delle molestie sessuali da parte di Spacey, all'epoca ventiseienne.

Quella sera stessa (e mentre in Europa è già notte), via Twitter, arriva la replica del celebre attore americano: "Sono inorridito nel venire a sapere questa storia. Onestamente, non ricordo nulla di questo incontro, sarà stato più di trent'anni fa, ma se mi sono comportato come è stato descritto, devo le mie scuse più sincere per quello che dev'essere stato un atteggiamento inappropriato dovuto all'ubriachezza", recita la prima parte del suo post; nel paragrafo successivo Kevin Spacey annuncia di voler finalmente rendere pubblica la propria omosessualità, con un tempismo non proprio felice che non manca di suscitare qualche critica sull'accostamento fra l'essere gay e l'aver commesso un presunto abuso.

House of Cards: Kevin Space in una scena della quinta stagione
House of Cards: Kevin Space in una scena della quinta stagione

Potrebbe trattarsi di un singolo episodio, chiuso con provvidenziali scuse; invece, come tutti noi ben sappiamo, è soltanto la punta dell'iceberg, l'inizio di una fine rapidissima e ingloriosa. Perché ventuno mesi più tardi Kevin Spacey, che fra pochi giorni, il 26 luglio, compirà sessant'anni, non ha più una carriera. Lui, uno degli attori più talentuosi e apprezzati della propria generazione, difficilmente avrà occasione di ricomparire davanti a una macchina da presa in un prossimo futuro; e la sua parabola discendente, nel panorama vasto e composito delle denunce legate al movimento #MeToo, rimane per diversi motivi quella più problematica e dolorosa.

Kevin Spacey, l'ascesa di un fuoriclasse

The Usual Suspects 1995
I soliti sospetti: un primo piano di Kevin Spacey

Sulla carriera di Kevin Spacey attore si potrebbero scrivere interi capitoli, ma il suo percorso professionale è talmente illustre da non aver bisogno di presentazioni troppo ampie. A ventitré anni debutta nei teatri di Broadway accanto a Liv Ullmann e a ventisei divide la scena con Jack Lemmon ne Il lungo viaggio verso la notte; sempre nel 1986 fa il suo esordio sul grande schermo, nei panni del teppista che scippa Meryl Streep in Heartburn - Affari di cuore. La sua versatilità non passa inosservata, e nel decennio a venire arriva l'inevitabile consacrazione al cinema: Americani, dove mette a frutto le sue radici teatrali, e poi nel 1995 il miracoloso binomio de I soliti sospetti e Seven. Da lì in poi sarà la volta di L.A. Confidential, Mezzanotte nel giardino del bene e del male e di uno dei film-evento di fine millennio, quell'American Beauty che gli farà conquistare il suo secondo Oscar.

American Beauty: Kevin Spacey, Annette Bening e Thora Birch in una scena del film
American Beauty: Kevin Spacey, Annette Bening e Thora Birch in una scena del film

Basterebbe questa manciata di titoli a dare un'idea della grandezza di un attore quale Kevin Spacey. E per quanto, dal 2000 in poi, la qualità della sua filmografia sia apparsa alquanto discontinua, in opere come Margin Call Spacey riusciva ancora a ricordarci di essere un autentico fuoriclasse, capace di bilanciare con precisione millimetrica passione e tecnica, spontaneità e istrionismo. Quell'istrionismo di cui talvolta qualcuno lo rimproverava, ma che del resto gli aveva permesso di creare la mefistofelica maschera di Frank Underwood, il magnetico antieroe da cui era impossibile staccare lo sguardo in House of Cards, la serie cult di Netflix. Una serie che, per sopravvivere fino alla sua ultima stagione dopo lo scandalo del 2017, ha dovuto ammazzare (letteralmente) il proprio personaggio principale.

Kevin Spacey: da Seven a House of Cards, tutti i volti di un grande "cattivo"

Lo scandalo Kevin Spacey nell'epoca del #MeToo

Baby Driver - Il genio della fuga: Ansel Elgort e Kevin Spacey in un momento del film
Baby Driver - Il genio della fuga: Ansel Elgort e Kevin Spacey in un momento del film

Perché quella di Anthony Rapp, è doveroso ricordarlo, è solo la prima delle voci che, nell'autunno 2017, si levano contro Kevin Spacey. E se quella presunta avance verso un quattordicenne, al termine di un party newyorkese, avrebbe potuto essere archiviata appunto come "drunken behavior", quanto emerge subito dopo fa riferimento a periodi ben più recenti e a una molteplicità di situazioni in cui Spacey avrebbe manifestato atteggiamenti sessualmente aggressivi: dall'Old Vic Theatre londinese, di cui il divo aveva assunto la direzione artistica nel 2004, al set di House of Cards. Fra le testimonianze più pesanti si annoverano le accuse del figlio di Richard Dreyfuss e le parole dei colleghi Guy Pearce e Gabriel Byrne, il quale rivela i problemi causati dal comportamento di Spacey durante le riprese de I soliti sospetti.

House of Cards: Kevin Spacey e Robin Wright in una scena della serie
House of Cards: Kevin Spacey e Robin Wright in una scena della serie

Se da allora l'attore è alle prese con varie cause penali (una delle quali è stata ritirata lo scorso 17 luglio, probabilmente in seguito a un patteggiamento), in compenso la damnatio memoriae si è abbattuta su di lui con effetto immediato: si veda il caso, davvero senza precedenti, della sua 'epurazione' da Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott a poche settimane dall'uscita. E in un contesto in cui la caduta del tabù riguardo le molestie sul lavoro, a partire dagli ambienti hollywoodiani, ha scoperchiato un vaso di Pandora, nel complesso dibattito sulla questione a distinguersi sono soprattutto le due frange più estreme e agli antipodi: da un lato chi, spesso con una vena di malcelata misoginia, vorrebbe etichettare l'intero fenomeno come un'insensata "caccia alle streghe"; dall'altro coloro che non esitano a fare di tutt'erba un fascio, scagliando nel medesimo calderone Harvey Weinstein e John Lasseter, Louis C.K. e Woody Allen, James Franco e Asia Argento, senza operare distinzioni né concedere il beneficio del dubbio.

House of Cards, cinque anni dopo: gloria e declino della serie cult con Kevin Spacey

Perché Kevin Spacey non è Harvey Weinstein

Harvey Weinstein Kevin Spacey
Harvey Weinstein e Kevin Spacey

Qualunque posizione si scelga di assumere in tale dibattito, cercando se possibile di evitare generalizzazioni e fanatismi in un senso e nell'altro, è arduo restare indifferenti di fronte alla vicenda di Kevin Spacey. Intanto perché Kevin Spacey, diciamolo, non è Harvey Weinstein. Weinstein, l'altro volto-simbolo dello scandalo che ha travolto Hollywood, non è una figura prettamente 'carismatica': prima del 2017 era conosciuto ai più come un produttore abile quanto spregiudicato, sul modello dei vecchi mogul dello studio system. Un padre-padrone autoritario che non esitava a intraprendere feroci bracci di ferro con i registi, spesso rimettendo mano a proprio piacimento al montaggio dei loro film (Harvey Scissorhands era il malevolo nomignolo a lui attribuito), e che fin dai tempi della Miramax aveva ideato campagne promozionali sempre più pressanti e smaccate per le awards season (un caso emblematico, il trionfo di Shakespeare in Love nel 1998).

Seven
Seven: Kevin Spacey nel finale del film

Semplificando al massimo il discorso: se non è troppo difficile indirizzare il biasimo e l'indignazione su un individuo quale Harvey Weinstein, le cui pratiche di abusi - professionali, oltre che sessuali - costituivano un open secret fra molti suoi colleghi, tendenzialmente non è altrettanto scontato assumere una prospettiva simile nei confronti di Kevin Spacey. Perché quello di Spacey è per forza di cose un volto familiare, che per quasi trent'anni ha accompagnato le nostre esperienze di spettatori; perché se il (discutibile?) lavoro di Weinstein si svolgeva dietro le quinte, quello di Spacey è tuttora lì davanti ai nostri occhi, in tanti film che amiamo e in tanti ruoli che ci hanno tolto il fiato; perché è impossibile non riconoscere il talento finissimo dietro i ritratti di Keyser Söze e John Doe, di Jack Vincennes e Lester Burnham.

I 20 anni di Seven: sette ingredienti per un cult da brivido

È caduta una stella: l'uomo, l'artista e la damnatio memoriae

House of Cards: i protagonisti Robin Wright e Kevin Spacey
House of Cards: i protagonisti Robin Wright e Kevin Spacey

C'è l'artista, in questo caso un artista dalle doti innegabili, c'è l'essere umano e c'è anche il collega. E per quanto profondo possa essere il nostro affetti per Kevin Spacey, così come il legame con i suoi film, si può presumere che nessuno di noi vorrebbe trovarsi in una situazione analoga a quelle di cui abbiamo avuto notizia negli ultimi due anni; a maggior ragione su un luogo di lavoro, e se chi commette delle molestie sta facendo leva su un potere che può tradursi in una sorta di intoccabilità. Ecco, forse è per questo che la 'fine' di Kevin Spacey ha avuto un impatto così vibrante su così tanti di noi, e perché in fondo facciamo un'immensa fatica ad accettarla: perché le 'sembianze' di Spacey non sono quelle dell'orco alla Weinstein e perché è spaventoso che il talento di un tale artista sia trascinato nell'abisso dal peso delle debolezze e delle colpe dell'essere umano.

American Beauty Kevin Spacey
American Beauty: Kevin Spacey in una scena onirica

Ciò nonostante, non sarebbe giusto pretendere alcuna "patente di immunità": a certificare le responsabilità di Spacey, e le eventuali sanzioni in merito, sarà chi ha le competenze per farlo, non i processi sommari su Facebook né i salotti televisivi di Oprah Winfrey. Mentre, da parte nostra, la sacrosanta empatia per le vittime di abusi (che si consumino a Hollywood o in realtà ben più prossime) e l'impegno a contrastare tali dinamiche possono convivere con l'ammirazione per un lavoro che non ha perso un granello della propria importanza e bellezza. Oggi non sappiamo ancora se Kevin Spacey farà mai ritorno su un set, o se un giorno avremo la possibilità di vedere il suo film su Gore Vidal; ma nulla di ciò che è successo negli ultimi due anni dovrebbe indurci a rinunciare a I soliti sospetti o a Seven, a L.A. Confidential o ad American Beauty. E di certo non sarà la damnatio memoriae, specie se applicata all'arte, che ci aiuterà a costruire una società migliore.