Per Josh Safdie, Marty Supreme non è solo un film, ma l'incarnazione di un'ossessione: inseguire i sogni, il bisogno - quasi violento - di diventare qualcuno. Un tema che attraversa tutta la sua filmografia - da Good Times a Diamanti Grezzi, diretti con il fratello Benny - che ora trova una nuova forma narrativa in un film "senza tregua". Incontriamo il regista via Zoom, con noi un gruppo ristretto di giornalisti internazionali. Poco tempo a disposizione, tante domande che si accavallano.
Del resto, Marty Supreme, è materiale che scotta: leggermente ispirato alla storia vera di Marty Reisman - campione ma non troppo di tennistavolo -, il film ci porta nella New York del 1952 quando Marty Mauser (interpretato da Timothée Chalamet) le prova tutte per affermarsi con la racchetta da ping pong. Al centro, tuttavia, c'è la radiografia estrema di un sogno, spiega il regista, che allunga il tempo dell'intervista permettendoci di fare un'ultima domanda: "I sogni sono una rapina al destino", dice. "Sono un tentativo di controllarlo, di afferrarlo per il collo e dirgli: "Ti dico io chi diventerò". Se ti distrai anche solo per un secondo, il sogno svanisce. Devi tenerlo stretto, devi crederci quando nessun altro lo fa, perché nel momento in cui smetti di crederci, muore".
Fenomeno Chalamet, il "Timmy Supreme" di Josh Safdie
Quando Safdie ha incontrato Timothée Chalamet per la prima volta, nel 2017, lo aveva visto solo in Interstellar. Ma l'impressione è stata immediata. "Ho capito subito che era qualcuno che aspettava solo di uscire dalla propria pelle. Era pronto a esplodere. Aveva una visione suprema di sé stesso, un'energia compressa che chiedeva solo di essere liberata. Quella determinazione l'ho riconosciuta anche in me: quando incontri qualcuno così, sai che è disposto a fare tutto il necessario per arrivare al punto. Poi l'ho visto in Call Me By Your Name e ho notato anche il suo lato buffo, capace di rompere la serietà".
Il regista parla di Chalamet come di "Timmy Supreme". Nemmeno a dirlo, un soprannome perfetto. "Era cresciuto circondato da attori e artisti che lottavano per affermarsi. Lavorava da quando aveva dieci anni e sentiva il bisogno di dimostrare il proprio valore perché nessuno, davvero, credeva in lui. Voleva trascendere tutto questo e, soprattutto, voleva portare con sé le persone che avevano creduto in lui fin dall'inizio".
Quell'energia si è tradotta subito in un solido impegno, tanto che Safdie ricorda un pomeriggio nell'appartamento di Chalamet, quando l'attore stava iniziando a prepararsi per il ruolo di Bob Dylan. "Non sapeva suonare la chitarra. Ha fatto due accordi, ha iniziato a cantare una canzone di Dylan e io, che sono un grande fan, ho pensato: "Oh Dio, come farà questo ragazzo?". Ma poi ho visto quanto prendeva sul serio ogni cosa".
Poco dopo, Chalamet aveva comprato un tavolo da ping pong. "Sono entrato in casa sua e non c'erano mobili, solo quel tavolo. Abbiamo giocato. In quel momento ho visto orgoglio, disciplina, una volontà feroce di essere autentico. Ho capito che non solo poteva interpretare Marty, ma che avrebbe fatto tutto il possibile per diventarlo nel modo più vero".
Un'ossessione divenuta cinema: in dialogo con Josh Safdie
Per Josh Safdie, che parla svelto, raccogliendo al volo i pensieri, quell'ossessione non è diversa da quella che lo accompagna fin dall'infanzia, poi esplosa nel suo cinema. "Da bambino inventavo storie e cercavo di convincere mio padre che fossero vere. L'unico modo per farlo era aggiungere sempre più dettagli: il colore di una camicia, cosa stava facendo una persona accanto all'altra. Quando inizi a fare così, diventi ossessivo. E quella ossessione è diventata il mio modo di fare cinema". Una logica che ha guidato anche il lungo percorso di Diamanti Grezzi. "Ci sono voluti dieci anni per realizzarlo e nessuno ci credeva davvero. Dovevo crederci io per tutti. Se avessi smesso anche solo per un attimo, il film sarebbe morto".
Eppure, quando quel film è finalmente uscito, il regista si è trovato davanti a un vuoto. "Mi hanno chiesto: "Qual è il prossimo passo?" e io ho iniziato a piangere. Non lo sapevo. Avevo passato dieci anni con un sogno che mi dava un motivo per svegliarmi ogni mattina, e improvvisamente quel motivo non c'era più". È stato allora che la sua vita ha preso un'altra direzione. "Nel giro di una settimana mi sono sposato. Poi sono arrivate le mie figlie. Ho capito che un sogno doveva finire perché un altro potesse iniziare".
Marty Supreme: cinema fisico e ossessivo
Come detto, il cinema di Josh Safdie - anche senza suo fratello Benny - resta però ancorato a quell'idea di urgenza che rende i suoi film così fisici e frenetici. "Il ritmo non nasce dal montaggio veloce", spiega. "Nasce dall'urgenza delle situazioni. Alcune scene devono respirare, altre diventano incubi. E gli incubi sono veloci".
Sul set di Marty Supreme, questa filosofia si traduce in un caos controllato. "Ho scelto personalmente ogni comparsa del film. Volevo che ognuno avesse una storia. Se qualcuno voleva parlare in scena, poteva farlo. Questo costringe gli attori a reagire, a pensare, a vivere davvero il momento. È caotico, certo, ma è reale. Questo approccio manda in crisi la troupe e le assicurazioni, ma io devo restare calmo e concentrato".
Adam Sandler e Timothée Chalamet
Il confronto con l'Howard Ratner di Adam Sandler è inevitabile, tuttavia il regista insiste sulla differenza fondamentale con il Marty di Chalamet. "Howard è un tossicodipendente. La sua non è una passione, è una dipendenza. Vuole solo tornare a zero, sopravvivere. Marty è giovane. Il suo sogno è la sua ossessione, non la sua dipendenza. Lui non vuole tornare a zero, vuole diventare grande".
E se entrambi lasciano vittime lungo il cammino, sarà l'evoluzione narrativa a cambiare il senso dei personaggi. "Le dipendenze distruggono. I sogni creano cambiamento. Howard non cambia mai. Marty sì". Non a caso, la prima parola che si sente nel film è "change". "Il film parla di questo", conclude Josh Safdie. "Dell'idea che i sogni, se riescono o se falliscono, sono una delle poche cose davvero capaci di cambiare chi li insegue".