Iron Fist, finale di stagione: pugni, destini e potenziale parzialmente sprecato

Pur migliorando su alcuni fronti, la quarta serie Marvel su Netflix continua, negli ultimi sette episodi, a non essere del tutto all'altezza del materiale di base e di quanto venuto prima sulla piattaforma di streaming.

N.B.: Tenendo conto dei ritmi diversi con cui le persone guardano i prodotti seriali di Netflix, questa recensione è priva di grandi spoiler, fatta eccezione per l'ultimo paragrafo appositamente contrassegnato.

E alla fine arriva Iron Fist...

Iron Fist: Finn Jones in una foto della serie

Sembra passato poco tempo dall'autunno del 2013, quando la Marvel annunciò la sua partnership con Netflix e l'intenzione di sviluppare quattro serie in vista di un crossover intitolato The Defenders. Un progetto che si è concretizzato con Daredevil nell'aprile del 2015 (e una seconda stagione un anno dopo), Jessica Jones nel novembre di quell'anno e Luke Cage lo scorso settembre, e che si avvia ora verso la fase finale con l'arrivo di Iron Fist, in attesa di sviluppi futuri con stagioni aggiuntive per le prime tre serie e l'imminente The Punisher. Il tutto all'insegna di un approccio più "terra terra" rispetto alla componente cinematografica del Marvel Cinematic Universe, nota per i spettacoli grandiosi di film come The Avengers. Un approccio che nel caso di Daredevil, Jessica Jones e Luke Cage, supportati da determinati archi narrativi nei fumetti che si prestano bene ad operazioni simili, ha consentito agli autori di andare oltre le convenzioni delle classiche storie di supereroi, tra approfondimenti psicologici, riflessioni gender e meditazioni sulle tensioni razziali in America.

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Fin da subito è stato lecito interrogarsi sulla compatibilità tra quella filosofia produttiva e l'esistenza catodica di Iron Fist, serial basato sulle avventure di un personaggio che è tutto fuorché "terra terra": accudito dai monaci che vivono in una città mistica che si manifesta nella nostra realtà ogni dieci anni circa, erede di una società milionaria una volta rientrato a New York e capace di concentrare la propria forza vitale nel pugno, che si trasforma in un'arma indistruttibile grazie al cuore di un drago. In altre parole, materiale perfetto per il trattamento generalmente meno serioso che caratterizza i film del MCU, soprattutto dopo l'uscita del mistico Doctor Strange, e questo è un dettaglio che la serie, purtroppo, continua a ricordarci in continuazione, evocando la tradizione immortale del Pugno d'Acciaio, draghi leggendari e città extradimensionali che però rimangono per lo più sullo sfondo e resi in modo abbastanza indiretto, il che rende quasi epocale il cameo di uno dei predecessori di Danny Rand in un filmato bellico risalente a decenni fa (con addosso il tradizionale costume che verosimilmente si manifesterà solo in un'eventuale seconda stagione per quanto concerne l'attuale incarnazione dell'eroe).

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Azione, dove sei?

Iron Fist: Finn Jones sfodera una mossa di arti marziali in combattimento

Il contrasto principale fra il respiro epico - con un pizzico d'ironia - che si addice al materiale e le ambizioni un po' più modeste di Netflix per quanto concerne le serie Marvel si è manifestato soprattutto nella gestione abbastanza sciatta delle sequenze action, in particolare nei primi due episodi diretti da John Dahl, un regista il cui tocco non particolarmente cinetico ha dato allo show un'impronta visiva non proprio allettante. La situazione migliora nel corso della prima stagione, di pari passo con l'evoluzione in positivo della trama orizzontale, ma siamo ancora lontani dai trionfi kung fu regolarmente promessi di puntata in puntata e poi resi come se il budget fosse venuto a mancare proprio in quei momenti cruciali. Certo, non è facile competere con Daredevil (inevitabile pietra di paragone data la sovrapposizione parziale a livello di antagonisti), che due anni or sono ha inaugurato letteralmente col botto questo filone molto particolare del MCU, ma ciò non giustifica l'apparente noncuranza che attraversa occasionalmente Iron Fist, l'unica delle quattro serie che dà l'impressione di essere stata gestita da uno showrunner privo di legami personali con la materia prima e spunti da infondere al di là delle ragioni aziendali che spiegano l'esistenza del programma.

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L'ultimo Difensore

Iron Fist: un'immagine di Rosario Dawson

Mentre Daredevil, Jessica Jones e Luke Cage si sono ritagliati i propri angolini in questo universo, raccontando storie con un'identità drammatica forte anche senza tener conto delle esigenze narrative del crossover, Iron Fist si limita a divertire - discretamente - in modo per lo più superficiale, appesantito da retroscena "editoriali" che rendono palese un dettaglio già parzialmente esplicitato nel marketing: questa serie esiste principalmente per porre le basi in vista della messa in onda di The Defenders, con una sovrabbondanza di allusioni e guest star per ricordarci che tutto è collegato, a volte a discapito di una trama orizzontale che allunga quasi a dismisura la origin story del protagonista. La pecca più grande, in questo senso, è la presenza eccessiva di Rosario Dawson, elevata per la terza volta al rango di membro fisso del cast di una serie Marvel Netflix (più un'apparizione singola in Jessica Jones), con l'intenzione di fungere da tessuto connettivo come Samuel L. Jackson nei primi film del MCU. In questa sede, però, complice una scrittura molto basilare per il personaggio di Claire Temple, l'attrice è trattata quasi come un oggetto di scena, un'entità dal sapore soprattutto simbolico per ricordarci che il prossimo appuntamento con i supereroi "da strada" è dietro l'angolo (mentre scriviamo queste righe non è ancora confermato, ma The Defenders dovrebbe arrivare su Netflix in estate, lasciando la fine dell'anno a The Punisher).

Iron Fist: Finn Jnoes parla ai media in una scena

Restando in zona recitativa l'altro elemento contestato dello show, soprattutto prima che andasse in onda anche un solo episodio, è stato Finn Jones nei panni del protagonista, vittima di una polemica all'insegna del politicamente corretto che avrebbe preferito un attore asiatico per interpretare Iron Fist (nonostante Danny Rand sia da sempre occidentale e americanissimo nei fumetti, il che rende assolutamente infondate le occasionali accuse di whitewashing, ossia l'aver scelto un attore bianco per interpretare un ruolo di un'altra etnia). Superato questo scoglio abbastanza irritante in quanto legato ad una protesta sterile, l'attore britannico ha inizialmente faticato un po', procedendo parallelamente ad una scrittura che, strada facendo, ha gradualmente capito come gestire al meglio un personaggio larger than life in un contesto meno sopra le righe. Un'evoluzione che, a sorpresa considerando le prime puntate, rende abbastanza appetibile il ritorno di Danny tra qualche mese, e in particolare il suo incontro con Luke Cage. Rimaniamo però in parte dell'idea che forse sarebbe meglio continuare le avventure di Iron Fist al cinema, soprattutto per poter vedere la città di K'un L'un il tutto il suo splendore.

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Strade future (SPOILER ALERT!)

The Defenders: una foto dei protagonisti

Cosa possiamo aspettarci da una possibile seconda stagione, quasi inevitabile se il pubblico fedele accorre come per le altre serie Marvel? Probabilmente un paio di antagonisti interessanti, a giudicare dalla nuova alleanza tra Joy Meachum e Davos. Quest'ultimo è anche il ponte narrativo ideale per dedicare maggiore spazio a K'un L'un e alla mitologia di Iron Fist come titolo tramandato di generazione in generazione, ora che la componente Defenders non è più una priorità (e ovviamente vedere in azione i predecessori di Danny metterebbe a tacere le critiche sul presunto razzismo della Marvel). Detto ciò, sarebbe auspicabile un cambio di showrunner, poiché la visione di Scott Buck nei primi tredici episodi ha seriamente limitato le vere potenzialità action della serie. Maggiori dettagli al riguardo entro la fine dell'anno, presumibilmente...

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Max Borg
Redattore
3.5 3.5

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